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Il Louvre d’Arabia e la grandeur di Francia

Apre il Louvre d’Arabia, con tempi e costi raddoppiati. Anche i ricchi piangono ma pagano, e l’ex deserto val bene la grandeur perduta
di Maurizio Zuccari

Giuseppe Penone, Germination, @ Louvre Abu Dhabi

C’erano una volta sette emirati, nani politici ed economici, che campavano d’aria calda. Datteri, dromedari, pesca di perle e poco altro. I più ricchi abitavano case di fango, tanto sulle sabbie piove poco, gli altri capanne di foglie di palma. Mica mill’anni fa, appena mezzo secolo, ieri. Poi da quelle sabbie è sgorgato il petrolio e i beduini scacciati dai wahabiti d’Arabia si sono fatti straricchi. Al posto di tende e capanne sono venuti su i grattacieli e il bel mondo ha cominciato a bazzicare i grandi eventi imbastiti dai ricchi emiri, a patto di saper stare alla larga da sesso e alcol. Tra questi il circo della Formula uno col suo bel Ferrari store e, buon ultimo, l’apertura del Louvre d’Abu Dhabi, il secondo al mondo. Un evento grazie al quale la capitale dei sette emirati, nani politici ma giganti economici – un milione e mezzo d’abitanti e due terzi dell’economia dei sette, stimata in 400 miliardi di dollari – mostra un’ambizione pari al suo ruolo. Sport & cultura, binomio perfetto per dare una vernice di cultura cosmopolita, un’anima a tanta ricchezza sorta dal niente, oltre che dal deserto.

E chi meglio dei francesi, ancora capaci di sedurre con la loro passata grandeur culturale, se non economica, chi aspira alla grandeur culturale avendo quella economica? Chi meglio della Francia, «scelta dagli Emirati come partner culturale perché è la capitale dell’arte mondiale», come ha tuonato con buona pace dell’Italia Jean Luc Martinez, presidente del Louvre parigino, accanto al presidente Macron nell’inaugurazione ufficiale del Louvre d’Arabia. Ma guai a parlare di filiale. La casa madre ha fornito, a caro prezzo, una buona metà della circa 600 opere del neonato Louvre, e ne presterà per un trentennio, ma non si parli di brutta copia.

Parigi non ha scucito Monna Lisa ma ha concesso La belle Ferronnière, l’altra dama di Leonardo, alle bramosie degli sceicchi e del pubblico pagante (60 dirham, circa 13 euro, neanche tanto per i prezzi di qui). E quel genio di Napoleone – chi, meglio di lui, a interpretare i sogni di grandezza d’Oltralpe? – che travalica l’Alpi nell’apoteosi di David. Ma nel Louvre degli sceicchi c’è altro.

Non solo un breviario dell’arte dai primordi all’oggi, una sintesi di storia dell’arte con una selezione degli artisti di tendenza d’ogni tempo, fino al nostrano Giuseppe Penone, col suo albero che germina un pò sperso nell’androne, sotto un’immaginifica cascata di luci. È la sfida di visibilità e all’idea d’arte occidentale che conta nel museo in faccia all’Iran che gli Emirati portano al mondo. In omaggio al politicamente corretto, il Louvre del Golfo persico è un inno al dialogo fra culture che si presenta fin dall’ingresso. Dalla stele a due teste pescata in Giordania quasi settemila anni fa, fino alla sorta di lampadario poggiato sul pavimento di Ai Weiwei, ultima delle opere in mostra. È l’idea d’un ponte tra ieri e domani, est e ovest, nord e sud, dove qui è l’epicentro. Dove i monoteismi si guardano e s’accostano senza sfidarsi, in un dialogo artistico oltre che di fedi, e così pure le culture d’Occidente e d’Oriente. Vergini dipinte e Corani siriani, Sutra buddisti e Torah yemenite, armature medievali francesi e cotte da Samurai, tutto si tiene sotto le volte a nido d’ape disegnate da Jean Nouvel.

«Non siamo un museo europeo, questo è un luogo da dove guardare il mondo com’è visto da Abu Dhabi», spiega ancora Martinez. O meglio come dovrebbe essere, dove ogni diversità coabita in armonia e l’alterità è bandita. L’antidoto alle bombe musulmane nelle banlieu. Dove anche di nudi se ne vedono pochi, nella ventina di sale sotto la cupola che lascia filtrare una pioggia di luci, tra i viali di questa cittadella dell’arte che danno un’idea di frescura grazie alla brezza marina che s’incanala nell’opera a cielo aperto. La creatura dell’architetto francese avrebbe dovuto essere in buona compagnia, su quest’isolotto altrimenti deserto e torrido. Un’isola della felicità, com’è stata ribattezzata, che assieme al Guggenheim firmato da Franck Gehry e allo Zayed national museum di Norman Foster avrebbe dovuto ospitare il quartiere dei musei di Saadiyat, epicentro della cultura in terra d’Arabia, del mondo visto da qui.

Ma anche i ricchi piangono. Col petrolio sceso da cento a trenta dollari al barile tempi e costi sono raddoppiati. Così il neonato Louvre ha messo dieci anni per vedere la luce anziché cinque, nonostante un esercito di moderni schiavi che hanno suscitato le proteste dell’Osservatorio sui diritti umani. E sono serviti un miliardo e 300mila euro rispetto ai 600 milioni inizialmente previsti per costruirlo, circa la metà per la curatela dei manager francesi che nel prossimo trentennio dovranno fornire opere e mostre al museo d’Arabia, mezzo miliardo per utilizzare il marchio transalpino. Una montagna di soldi. Ché i ricchi piangono ma pagano, e anche l’ex deserto val bene la grandeur perduta. Info www.louvreabudhabi.ae

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