Gerusalemme, capitale americana d’Israele

Gerusalemme, capitale americana d’Israele

Trump insiste, «Gerusalemme capitale di Israele», calpestando legalità internazionale, diritti dei palestinesi e la storia.

«Gerusalemme è la capitale d’Israele. Ora pace»

Deve aver pensato la frase per un tweet, ossimoro politico sintesi perfetta delle contraddizioni che rischiano di incendiare il Medio Oriente il mondo in sole quattro parole. La svolta Usa che da 48 ore sta gettando il Medioriente e il mondo nel caos.
Trump ‘pacifista’ insiste a spostare da Tel Aviv la sede diplomatica Usa a Gerusalemme, riconoscendone di fatto l’intera appartenenza allo Stato d’Israele. Buttando alle ortiche il diritto internazionale che considera la città come condivisa, nella parte ovest, israeliana, e est, palestinese.
Anche se, va detto a difesa dell’indifendibile Trump, che sono stati molti in questi anni recenti che hanno contribuito a cancellare la questione palestinese dall’agenda mondiale.

Gerusalemme per la Casa Bianca

Ci sono motivazioni per tutto, anche per le follie più pericolose, scrive Bernard Guetta su France Inter. Quella del trasferimento dell’ambasciata statunitense in Israele sarebbe legata soprattutto all’inchiesta russa. Colpa del Russiagate insomma, se il Medio Oriente esplode. Colpa del procuratore Mueller che si avvicina troppo al Presidente. La vicenda dell’ambasciata israeliana -scrive Guetta- serve al presidente per mobilitare gli elettori che gli hanno permesso di superare i suoi avversari.
«Trump vuole far capire che nonostante abbia contro il mondo intero, dagli alleati europei ai mezzi d’informazione passando per i parlamentari repubblicani, i militari e i diplomatici statunitensi, lui intende mantenere le sue promesse, inclusa quella di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele collocandovi l’ambasciata degli Stati Uniti».
Che c’entra questo trasferimento con gli elettori americani? Ad esempio l’appoggio dei cosiddetti “sionisti cristiani”. Fondamentalisti convinti che la creazione di Israele è il compimento delle profezie bibliche. Anche loro l’elettorato di Trump che dovrà mantenerlo alla Casa Bianca

Interessi privati in atti mondiali

Il dramma, per molti osservatori, sopratutto statunitensi, è che questa scelta di Donald Trump priverà gli Stati Uniti della possibilità di mediare nel conflitto israelo-palestinese. Considerazione diffusa, che in un solo anno Trump ha accelerato il declino degli Stati Uniti. Ma rimaniamo ai fatti. La decisione di Trump dà seguito alla legge del Congresso Usa del 1995 in cui Gerusalemme veniva riconosciuta come capitale di Israele, ma la cui operatività è stata rinviata di sei mesi in sei mesi dai presidenti Usa, proprio per il valore geopolitico di questa affermazione. Che oggi preoccupa i capi di Stato dalla Cina a Londra. E la ‘diplomazia’ alla Trump, in una delle questioni più complicate della geopolitica, rischia di far saltare (quasi una certezza) il già precario equilibrio in Medio Oriente.
Vero è che gli Stati Uniti hanno “implementato robusti piani di sicurezza per proteggere gli americani nelle regioni interessate”, ha detto il segretario di Stato Rex Tillerson, lasciato completamente fuori dalla decisione presidenziale.

Medio Oriente sempre più russo

Netanyahu ovviamente festeggia, anche lui leader con problemi di inchieste giudiziarie in casa. Una parte di Iosraele, condivide invece le preoccupazioni del mondo per la ferita inferta alle ragioni di palestinesi. E l’Organizzazione per la liberazione della Palestina è esplicita, «La decisione di Trump apre le porte dell’inferno». La scelta su Gerusalemme, detonatore che aiuterà le organizzazioni estremistiche in una guerra di religione che danneggerà l’intera regione e che ci trascinerà dentro guerre senza fine».
L’Onu critica duramente la scelta di Trump: «Ogni misura unilaterale metta a repentaglio la prospettiva della pace». E sulla scia delle Nazioni unite, l’Unione europea e tutto il blocco occidentale dei Paesi Nato, che temono un ulteriore rafforzamento politico della Russia in tutta l’area scomposta dalla improvvisazioni trumpian-statunitensi.

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