Trotsky, come si narra una rivoluzione dopo averla fatta

Trotsky, come si narra una rivoluzione dopo averla fatta

Da Alegre la nuova edizione di La storia delle rivoluzione russa di Lev Trotsky, traduzione di Livio Maitan, prefazione di Enzo Traverso

di Diego Giachetti

Quando Trotsky fu esiliato in Turchia, giunse a Costantinopoli con la “liquidazione” di 1.500 dollari, a titolo di diritti d’autore, accreditatagli dal governo sovietico. Era una cifra ridicola. Non nuovo alla vita da esule e dovette riprendere l’abitudine a guadagnarsi da vivere con la penna. Spinto dalla necessità riprese a praticare l’arte della scrittura, mestiere che svolgeva con passione, soddisfazione e con risultati stilistici eccellenti. Fu in questo nuovo contesto che scrisse due opere: l’autobiografia intitolata La mia vita e la Storia della rivoluzione russa, una monumentale ricostruzione di più di mille pagine, che scorrono via leggere e affascinanti in una trama ben organizzata e avvincente. L’attività letteraria permise all’autore di mantenere la famiglia in esilio in Turchia, compresi i pochi collaboratori della sua segreteria, di finanziare pubblicazioni di riviste dei suoi seguaci internazionali e il “Bollettino dell’Opposizione” in direzione dell’Unione Sovietica. Nella traduzione che ne fece Livio Maitan, il libro è ora ripubblicato dalle edizioni Alegre di Roma, con la prefazione di Enzo Traverso.

Opera unica nel suo genere

La Storia della rivoluzione russa è un’opera unica nel suo genere. Innanzi tutto perché è la storia di una rivoluzione scritta da uno dei suoi principali protagonisti, poi per l’ampiezza della trattazione, nello spazio e nel tempo, per l’acutezza delle analisi e la vivacità delle descrizioni. Il compito dello storico, scrive l’autore nella prefazione, è duplice: deve riportare quanto è accaduto e spiegare come è accaduto. Allo stesso tempo deve farsi sociologo, cioè provare a decodificare le leggi interne che governano i processi storici. Una rivoluzione va narrata a partire dal suo carattere principale dato “dall’intervento delle masse negli avvenimenti storici [quindi] la storia delle rivoluzione è innanzi tutto la storia dell’irrompere violento delle masse sul terreno dove si decidono le loro sorti”. Studiare, comprendere, narrare una rivoluzione significa andare oltre la pur dovuta analisi della struttura socio-economica di una società. Nell’esaminare la dinamica degli avvenimento, occorre prestare attenzione ai “rapidi e intensi e appassionati mutamenti nella psicologia delle classi esistenti prima della rivoluzione”, poiché “l’elemento essenziale di una rivoluzione consiste nel fatto che la classe acquista coscienza dei problemi posti dalla crisi sociale e le masse si orientano attivamente secondo il metodo delle approssimazioni successive”.

Trotsky è riuscito a dipingere meglio di altri la folla rivoluzionaria. Isaac Deutscher, uno dei primi grandi biografi di Trotsky, nel capitolo “Il rivoluzionario come storico” del libro Profeta esiliato, ha esaltato il suo talento di critico, saggista e le sue capacità letterarie, paragonando il modo in cui rappresenta la massa in azione al metodo del regista Eisenstein nel classico film Potemkin: sceglie alcuni individui tra la folla, li mostra in un momento di apatia o di eccitazione e fa loro esprimere lo stato d’animo con una frase o con un gesto; poi ci mostra di nuovo la folla percorsa da un’ondata di emozione o lanciata all’attacco; e riconosciamo subito l’emozione o l’atto adombrato della frase o del gesto individuale.

L’unione tra spinte strutturali e mutamenti psicologici, che avvengono tra le masse messe in movimento dalla crisi organica della società in cui vivono, rappresenta la cornice entro la quale si muovono e si selezionano partiti e programmi politici, spesso impersonati in strutture di personalità emblematiche. Si tratta del ruolo della personalità nella storia, del peso da essa esercita sugli eventi. Evidente è il richiamo a Lenin, a cui dedica diversi capitoli, che si accompagna all’attenzione rivolta ad altri dirigenti politici e uomini di Stato di cui traccia brevi profili biografici-caratteriali: memorabile ad esempio è il quarto capitolo intitolato “Lo zar e la zarina”.

Metodologia marxista

In quest’opera, come in altre, traspare cosa Trotsky intende per analisi marxista e metodo storico- materialista. Egli considera il marxismo una potente teoria sociologica, ma il modello teorico non può sostituirsi all’analisi della realtà sociale, economica e politica di un determinato periodo. Essa può essere intercettata e narrata solo muovendosi con scioltezza, “scendendo e risalendo” la scala dell’astrazione. La realtà dei fatti arricchisce il modello interpretativo, lo amplia, lo irrobustisce. Quindi il suo metodo rifugge dal chiudersi nel mondo rassicurante delle citazioni dei “sacri” testi, si confronta con la realtà, diventa ricerca sociale e storica. Il suo è un marxismo “laico” che rifugge la scolastica, la spiegazione aprioristica. Qualunque teoria per ritenersi valida deve rispondere al confronto con la contingenza, la situazione storica, nel breve e nel lungo periodo; essi rappresentano la palestra per misurare la validità di un metodo d’analisi. Quello che interessa a Trotsky non è tanto l’esposizione del metodo marxista in sé e per sé, quanto la comprensione dei fenomeni sociali, politici, ed economici alla quale giunge applicando il metodo marxista. Certo, per Trotsky il marxismo è un metodo d’analisi ma, aggiunge, con pungente ironia, d’analisi non dei testi, ma dei rapporti sociali; così scriveva in un saggio intitolato “Marxismo e scienza” (in Per conoscere Trotsky, Milano, 1972) e proseguiva: essere marxisti non significa impugnare la teoria come “una bacchetta per maestri d’asilo al di sopra della storia”, ma significa possedere “un metodo di analisi sociale delle vie e delle forme dello sviluppo storico reale”.

Nel corso del racconto storico, l’autore da un lato procede alla verifica delle ipotesi di carattere generale sulle “leggi” della storia, dall’altro si fa “millimetrico”, preciso, al limite pignolo per cogliere le cose minute, gli stati d’animo, le parole della folla, gli abiti, i gesti consumati e quotidiani delle persone, perché sono queste donne, uomini, giovani e vecchi che, al livello di astrazione più elevato, diventano classi sociali.

Dal febbraio all’ottobre

A differenza di altre rivoluzioni recenti, quella russa qui raccontata ebbe la possibilità di passare dalla rivolta di massa, partecipata, numerosa, gioiosa e anche drammatica, alla fase costituente del contropotere dei soviet e alla presa del potere. Le rivoluzioni si presentano sulla scena come sprigionamento spontaneo di energia dalle masse che però deve essere condotta, governata, indirizzata da uno strumento organizzativo, altrimenti si disperde. Senza questa fonte di energia, creata dalle condizioni materiali e psicologiche, è impossibile parlare di inizio del processo rivoluzionario, ma “senza un’organizzazione dirigente l’energia delle masse si volatizzerebbe come il vapore non racchiuso in un cilindro a pistone. Eppure il movimento dipende dal vapore e non dal cilindro o dal pistone”, così scrive Trotsky in un passaggio della sua narrazione del processo rivoluzionario.

 

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