Ilva di Genova, che ne sarà dell’accordo di programma?

Ilva di Genova, che ne sarà dell’accordo di programma?

Ilva di Genova, giallo sull’accordo di programma in vista dell’arrivo degli indiani di Arcelor. Potere al popolo: nazionalizzare si può

di Checchino Antonini

“Ilva: 60 milioni di azionisti”, scrivono i genovesi di Potere al popolo, la lista della sinistra alternativa alle prossime politiche. Gli azionisti sono i cittadini italiani. Nessuno escluso. Perché i genovesi di Potere al Popolo, dopo le voci che si sono rincorse ieri, premono per sottolineare che non accetteranno alcuna «svendita dei posti di lavoro». E sono per «la nazionalizzazione dell’azienda». Tutto ciò dopo una giornata iniziata con una dichiarazione durissima della Fiom genovese e terminata con l’esultanza di alcuni sindacati concertativi e lo scetticismo di altri: «Se Mittal viene a Genova si prende tutto l’accordo di programma – aveva avvertito la Fiom – si prende le aree in concessione e si prende anche tutti i lavoratori. Se non sarà rispettato l’ accordo di programma rioccuperemo la fabbrica. Tra l’altro l’accordo di programma prevede livelli occupazionali a 2.200 unità in cambio di un area demaniale di 1 milione e 100 mila metri quadri. Non accetteremo nessun esubero».

«E’ oramai evidente a tutti che, dietro la possibile cessione di ILVA ai privati, si cela un progetto in cui non ci sarà nessuna garanzia né per i lavoratori né per l’ambiente – ha spiegato, con un comunicato, Potere al popolo – consideriamo l’acciaio un settore strategico e pensiamo che vada nazionalizzato in modo da salvaguardare i posti di lavoro, non solo a Genova, ma in tutta Italia. Nello specifico, Genova ha una disoccupazione altissima e non può perdere altri posti di lavoro. Dopo il disastro umano e lavorativo della gestione Riva il settore non può essere svenduto a nessuna multinazionale il cui unico obiettivo è il profitto. E non ci deve essere nessuna contrapposizione tra diritto al lavoro e alla salute come è stato nelle politiche criminali che i padroni hanno portato avanti in questi anni. Potere al popolo vuol dire questo e per questo abbiamo una proposta: la nazionalizzazione del settore. Solo una proprietà statale può garantire un futuro per i lavoratori e gestire la riorganizzazione ecologica della produzione e l’avvio di un processo di bonifica nelle zone interessate. In ogni caso, riteniamo del tutto inaccettabile e irricevibile un cosiddetto “piano industriale” che prospetta 4.200 esuberi (leggi licenziamenti) e che, per quanto riguarda in particolare Genova, sia imprescindibile il rispetto integrale di quanto contenuto nell’Accordo di Programma per Cornigliano». Solidarietà ai lavoratori e nessuno scambio tra lavoro e salute, tra occupazione e ambiente.

Secondo le agenzie, invece, i lavoratori dell’Ilva di Genova avrebbero incassato il riconoscimento da parte dell’azienda dell’Accordo di Programma che ha fra i suoi punti vincolanti la garanzia dei livelli occupazionali a fronte della concessione alla società proprietaria dell’Ilva di 1 milione e 200 mila metri quadri di aree demaniali. La fonte è la Uilm, sigla sindacale concertativa. L’azienda sarebbe anche disponibile ad aumentare gli investimenti su Genova prevedendone «una seconda fase», una volta realizzati i 123 milioni previsti. «I presupposti sono buoni, andiamo avanti» dicono il sindaco di Genova, Marco Bucci, e il presidente della Liguria, Giovanni Toti. Entrambi guidano giunte di centrodestra con la vocazione ad assecondare lo spirito di rapina delle multinazionali. Arcelor Mittal, multinazionale indiana, da parte sua, condivide «la necessità espressa da più parti di procedere a un approfondimento e a un aggiornamento dei contenuti dell’accordo alla luce del nuovo scenario» e si rende disponibile ad un chiarimento con gli enti locali e i sindacati. «Riconoscere la legittimità dell’accordo di programma significa riconoscere che non ci sono esuberi», ha detto il segretario della Fiom Francesca Re David ribadendo l’obiettivo «zero esuberi» dei sindacati e gettando più di un dubbio sull’annuncio dei colleghi della Uil. Il primo tavolo è previsto per lunedì a Genova in Regione. Già oggi 373 dei 1476 lavoratori dell’Ilva di Genova integrano la Cig facendo lavori utili per gli enti locali. Attualmente sono in fabbrica poco più di 1.100 lavoratori. Nel suo Piano Industriale Mittal ha detto che gliene basterebbero 900, una cifra che potrebbe essere destinata a cambiare. L’accordo di programma, siglato da Regione, Comune, organizzazioni sindacali e Ilva nel 1999 (quando la proprietà era del gruppo Riva), ha previsto la chiusura dell’area a caldo, avvenuta nel 2005, la bonifica e riqualificazione delle aree e la salvaguardia occupazionale dei lavoratori, all’epoca circa 2200 oggi scesi a circa 1.500. Il numero degli occupati è legato al numero di metri quadri dati in concessione. Da questo principio partirà una trattativa con gli enti locali che sembrano interessati a riprendere parte di quelle aree per altre attività. «Sulla base dell’accordo andremo a vedere qual è il rapporto giusto fra aree demaniali e lavoratori impiegati», spiega Bucci che sottolinea anche l’importanza degli investimenti futuri. Anche a Genova come a Taranto il tema ambientale è in prima linea con la società pubblica «Per Cornigliano» che si occupa della riconversione e bonifica delle aree dell’Ilva. L’assorbimento dei lavoratori, in esubero, potrebbe quindi avvenire in parte con un aumento degli attivi di Arcelor Mittal (si parla una nuova linea per la banda stagnata con aumento della produzione) e parte con un trasferimento alle società che subentreranno nelle aree demaniali alle quali ArcelorMittal non è interessata.

L’Ilva è il maggior complesso siderurgico europeo nato nel 1905 per iniziativa privata, passata sotto il controllo pubblico, dell’Iri, nel 1934 dopo la crisi del ’29 e il grave indebitamento dell’azienda. Nel 1995 in pieno delirio neoliberista – e sull’onda del “privato è meglio” – l’IRI viene privatizzato dal governo Prodi ed il complesso siderurgico pubblico passa nelle mani del gruppo Riva. Le privatizzazioni di quegli anni portarono pochi benefici alla comunità e molti ai privati che acquisirono le aziende pubbliche, benefici che vennero reinvestiti in finanza piuttosto che innovazione e ammodernamento. Così l’ILVA ha continuato a lavorare per anni senza
essere riqualificata ed inquinando  il territorio, tanto che nel 2012 è stata commissariata a causa dei gravi danni ambientali ed  alla salute causati dallo stabilimento di Taranto. Fino alla messa in vendita decisa dal governo Renzi. «Quando l’ILVA venne resa pubblica per nel 1934, a seguito della crisi economica, la Costituzione ancora non era stata scritta. Oggi, nel pieno di una crisi che ricorda da vicino quella del 1929, abbiamo la  carta Costituzionale che detta la linea: Art. 42 “…..La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale», scrive Paolo Maddalena, presidente emerito della Corte costituzionale. L’industria siderurgica rappresenta indubbiamente un interesse strategico e generale per il nostro paese, il governo applichi la
Costituzione, renda di nuovo pubblica l’ILVA e presenti un piano industriale di rilancio e riconversione che tuteli una produzione di interesse strategico, i livelli occupazionali e l’ambiente. I trattati europei non ostano alla nazionalizzazione delle imprese (Art. 345 del Trattato sul Funzionamento dell´Unione Europea). «Se l’Italia in base alla sua Costituzione – scrive Luigi Fasce dell’Altra Liguria, aderente a Potere al popolo – vuole pubblicizzare una impresa strategica  giuridicamente lo può fare. Il nodo gordiano è meramente politico.Il problema è che i governi italiani i più osservanti neoliberisti del resto della Ue. E non vogliono applicare la Costituzione. Hanno “rimosso” gli articoli di cui al titolo terzo rapporti economici con leggi ordinarie che avrebbero dovuto essere impugnate da qualsivoglia forza politica ma che fin dal tempo dell’Ulivo non è stato fatto. Rimosso in senso psicoanalitico non vuol dire cancellato, vuol dire nascosto sotto il tappeto».

 

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