Il populismo è lo spauracchio usato contro chi lotta

Il populismo è lo spauracchio usato contro chi lotta

Le dinamiche salariali viste dai padroni. Che paura abbiamo del populismo?

di Federico Giusti

C’era una volta il salario inteso come variabile dipendente solo dall’aumento del costo della vita, gli stipendi erano incrementati quel tanto che bastava per non perdere potere di acquisto. Poi sono iniziate le narrazioni tossiche , la prima delle quali parlava della crisi economica causata dall’aumento continuo dei salari, una crescita insostenibile per le imprese. A smentire questa tesi la ricchezza prodotta e distribuita in maniera sempre piu’ diseguale, centinaia di pagine di svariati rapporti a dimostrare come i redditi da capitale siano in continua crescita come le disuguaglianze e la misera, altro che dinamica salariale fuori controllo.

Ora ci raccontano che l’aumento inadeguato dei salari spingerebbe i populismi. Ma di cosa dobbiamo temere, del resto il farneticante populismo neoliberista ha messo in ginocchio popoli e classi subalterne,  ma poi cosa si intende per aumento inadeguato dei salari?
Da otto anni i contratti di quasi 3 milioni di dipendenti pubblici (abbiamo tolto gli statali che un contratto, pur pessimo, lo hanno avuto) sono fermi, senza un euro di aumento , eppure ogni giorno raccontano la storia della contrattazione di secondo livello fuori da ogni controllo. I fondi destinati alla contrattazione di secondo livello subiscono decurtazioni continue in virtu’ della applicazione di normative (le inventano di tutte per contrarre la spesa) eppure si è diffusa l’idea che gli stipendi pubblici, anche negli anni di blocco della contrattazione, sarebbero aumentati.

A inizio secolo si diffuse la voce che i salari dovevano essere collegati alla produttività, una variabile dipendente dai profitti aziendali, a tale scopo sono iniziate le campagne contro il contratto nazionale per allargare il sistema delle deroghe affermando una sorta di contrattazione individuale. Non siamo tutti\e uguali, il salario deve essere differito in base al valore individuale e alla sua produttività, peccato che a dividere i lavoratori siano sempre i padroni, pubblici o privati non fa differenza, peccato che quei soldi che vogliono collegare a un presunto merito dovrebbero essere parte di quella quattordicesima negata ai dipendenti pubblici o di qualche voce contrattuale stabile, duratura e non da contrattare (al ribasso) ogni anno.

Da un recente rapporto di Ubi Banca e Centro Einaudi viene rilanciata l’idea che i salari debbono crescere solo in rapporto alla crescita economica. Non vorremmo scomodare il populismo ma ci pare evidente che la semplice rivendicazione di un contratto o di aumenti contrattuali equivalga agli occhi di certi Soloni, a un atto rivoluzionario, a una sorta di luddismo.  La categoria di populismo può essere utilizzata sotto molteplici accezioni, in ambito padronale significa solo bollare negativamente istanze e rivendicazioni di carattere salariale, da qui l’accusa di populismo a chi rivendica salari e contratti dignitosi, populismo in antitesi al realismo incarnato dai sindacati complici e subalterni, dagli economisti che tacciono sui profitti speculativi ma, poi, giudicano  eccessivi perfino 40 o 50 euro di aumenti al mese.

Squilibri, disuguaglianze crescono a dismisura, sono ormai la espressione dominante del capitalismo come anche la tendenza all’indebitamento che negli Usa riguarda gli studenti che contraggono mutui trentennali solo per pagarsi le spese universitarie fino al pensionato costretto a sacrificare ogni suo risparmio, a ipotecare un campo o una roulotte per pagarsi la polizza sanitaria.

La colpa dell’indebitamento, per certi economisti, deriverebbe dalle linee di credito accordate, dalla eccessiva circolazione di moneta ,dall’aumento del debito in misura maggiore del Pil. Il problema è che per aumentare il Pil, le banche hanno accresciuto, fino alla crisi del 2008, il debito, prestiti erogati anche a chi non aveva alcuna possibilità di onorare il pagamento di interessi sempre piu’ alti.

Il nostro paese cresce meno degli altri, la ricchezza prodotta va una infima minoranza di persone, nei prossimi anni attueranno feroci processi di ristrutturazione con tagli occupazionali che avranno ripercussioni negative sullo Stato la cui unica mira è quella del contenimento del debito, quel debito che nonostante la contrazione ai minimi livelli del welfare continua a crescere.

La riduzione  dei costi determina allora la spending review, i tagli al welfare e la contrazione della dinamica contrattuale . Le proposte di flat tax non vanno nella direzione di accrescere i salari ma solo di ridurre le tasse alla minoranza piu’ ricca del paese con il risultato di indebolire anche la fiscalità generale.
Onestà intellettuale dovrebbe imporre a tutti\e di non fare di ogni erba un fascio, di non nascondersi dietro frasi fatte e concetti manipolati, chi oggi attacca i salari e le pensioni, chi vuole peggiorare le condizioni di vita e di lavoro ha un disegno strategico ben preciso, quello di cancellare tutele collettive, riducendo all’impotenza il contratto nazionale e la stessa previdenza.

Chi parla di merito, di aumenti salariali legati all’andamento economico,vuole imporre sacrifici ai lavoratori per favorire la crescita dei profitti della minoranza di ricchi e speculatori. E’ una questione di classe, allora chi accusa di populismo quanti rivendicano salario, reddito e welfare, lo fa solo per delegittimare queste istanze scaricando sulle classi sociali meno abbienti i costi della crisi, per mantenere inalterata la quota di profitti. Il populismo è lo spauracchio ideologico che si aggira in campagna elettorale, ma se il suo contraltare è il realismo padronale, allora che paura abbiamo di passare come populisti? Un populismo che in realtà è ben altro, ossia difesa degli interessi di classe.

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