martedì 20 novembre 2018

Costa Teatina, il futuro del Parco che non arriva

Costa Teatina, il futuro del Parco che non arriva

E’ ormai quasi maggiorenne l’attesa del Parco Nazionale della Costa Teatina. E la contestazione contro nuovi progetti industriali riapre il dibattito

Chieti – Il Parco potrebbe essere quello nazionale della Costa Teatina. Potrebbe perché, nonostante l’attesa sia quasi maggiorenne (tra pochi mesi saranno 17 anni esatti), l’iter non è stato ancora concluso. Era il 1997 quando, su proposta dell’allora senatore Staniscia, la Costa Teatina fu individuata come “area di reperimento” per un Parco Nazionale. Quattro anni dopo l’iter istitutivo fu avviato. L’inizio di un tira e molla ancora oggi non concluso. Nel 2012 la Regione Abruzzo, allora governata da una maggioranza di centro destra, tentò di bloccarlo ricorrendo alla Corte Costituzionale. Ricorso che fu bocciato. Durante la successiva legislatura regionale di centro sinistra si decise che la perimetrazione sarebbe stata proposta con i Comuni. La legge stabilisce che l’onere è in capo alla Regione ma l’allora assessore all’ambiente Caramanico decise di condividerlo con i Comuni del territorio. Quasi nessun Comune fece la sua proposta e tutto si arenò. Nel 2010 il Ministero decise di riprendere in mano la pratica, nella primavera 2011 fu addirittura stabilito che se la partita non si chiudeva entro settembre il Ministero avrebbe nominato un commissario. Dopo anni di attacchi delle destre, un PD solo apparentemente unito sotto il vessillo del Parco – al cui interno ci sono persino sindaci che in un mese si son dimessi due volte, ma non riuscirono a presentare proposte, e amministrazioni che votavano la minaccia di denunciare il Parlamento in caso di arrivo del commissario ministeriale – e mobilitazioni di ambientalisti, operatori economici e cittadini, il commissario è arrivato nel 2014. Il 4 Agosto il Presidente del Consiglio con decreto nominò l’ex presidente della Provincia di Pescara De Dominicis che il 30 aprile 2015 concluse il mandato consegnando la sua proposta. Nello stesso mese la maggioranza PD-Sel in Regione approvò una risoluzione per chiedere al presidente D’Alfonso di attivarsi per accelerare la conclusione dell’iter. Una scelta ribaltata nel luglio successivo quando lo stesso Consiglio Regionale approvò una risoluzione contro il lavoro di De Dominicis chiedendo a D’Alfonso di intervenire per modificarne la proposta. Richiesta che D’Alfonso velocemente esaudì e che venne accolta dal Ministero nel novembre dello stesso anno. Cosa era accaduto tra aprile e luglio? Un solo fatto, ma che da solo mostra l’incredibile situazione abruzzese. I sindaci del territorio, espressione delle amministrazioni che in 8 anni non erano riusciti a produrre (tranne rarissime eccezioni!) una loro proposta, si erano riuniti e con una lettera scritta a D’Alfonso avevano “bocciato” De Dominicis. Commissario proveniente dalle fila del PD, D’Alfonso espressione di una maggioranza PD-Sel(poi Art1) e tra i sindaci diversi del PD e Vasto addirittura espressione di una maggioranza PD-Sel(poi Art1). Quasi 3 anni dopo siamo ancora fermi lì, mancherebbe una firma (varie volte sollecitata dalle associazioni ambientaliste), controproposte non ne sono mai state avanzate e il Parco attende.

Tutto rimane così nel limbo. Un limbo che coinvolge, ed appare simile sotto vari aspetti, anche la Riserva Naturale Regionale Punta Aderci di Vasto. Un’oasi naturale che comprende anche una delle spiagge più premiate ed apprezzate d’Italia (Punta Penna, ripetutamente negli anni omaggiata da anche riviste internazionali) ma che vive anche una conflittuale convivenza con la vicina zona industriale. Una conflittualità tornata nel dibattito politico dopo la firma, lo scorso 15 gennaio, da parte del Comune di Vasto del parere favorevole alla Vinca (Valutazione d’Incidenza Ambientale) del progetto per la realizzazione di un impianto per la “produzione di leganti idraulici (cemento)”. Un parere contro cui Wwf e Legambiente hanno già dato mandato ad un avvocato di proporre ricorso al TAR. Mentre oltre 800 persone hanno partecipato ad una marcia silenziosa lo scorso 28 gennaio. La ditta ha ripetutamente affermato che non si tratterebbe di un cementificio in quanto l’impianto sarà “privo di una linea di produzione a caldo” e “finalizzato alla sola produzione di leganti idraulici con la lavorazione delle materie prime (clinker, calcare e gesso di cava) che verranno importati dall’estero via nave”. Ma il termine cementificio è comunque entrato nel dibattito pubblico e nelle varie prese di posizione espresse contro il progetto da partiti politici, associazioni, cittadini.

In occasione della prima Conferenza dei servizi sul progetto – convocata dalla Provincia di Chieti il 12 aprile 2012 – la Relazione tecnica di progetto presentata dalla Vastocem (allora società proponente, oggi diventata Es.cal.) riportò che “il tasso di inquinamento dell’insediamento è assolutamente nullo”. Un’affermazione contestata dalle associazioni cittadine che, esaminando il Quadro riassuntivo delle emissioni (Qre) allegato al progetto, giunsero a conclusioni diametralmente opposte: secondo i loro studi ci sarebbe il rilascio di 30 tonnellate l’anno di “polveri di cemento e metalliche” e “l’inquinamento da rumore e traffico veicolare” stimato in “circa 3300 camion” l’anno. Il rilevamento della qualità dell’aria nella zona è tra i punti maggiormente dibattuti. L’ARTA (Agenzia Regionale per la Tutela dell’Ambiente), che nel procedimento ha già rilasciato due pareri favorevoli, ha affermato che istituirà una task force per valutarla. Ma, come hanno ripetutamente ricordato negli ultimi le associazioni ambientaliste e i locali militanti di Rifondazione Comunista e Sinistra Anticapitalista (oggi impegnati in Potere al Popolo), sono anni che la situazione attende concretamente di essere valutata. Anche alla luce di vari provvedimenti emanati da Comune e Regione. Il Piano Regionale di Tutela della Qualità dell’Aria è del 2006, l’implementazione del sistema di monitoraggio è stata stabilita l’anno dopo, nel 2011 l’allora sindaco PD Lapenna chiese all’ARTA stessa il monitoraggio continuo. Il Piano Regionale definisce Punta Penna “zona di mantenimento”. La qualità dell’aria non sarebbe quindi del tutto pessima ma l’obiettivo deve essere quella di mantenerla così com’è. Senza nessun peggioramento. Da qui ha dichiarato nel novembre scorso sempre il presidente dell’Arci parte la richiesta di una “moratoria fino a quando non si saprà con certezza l’effettivo carico di inquinanti in quell’area, mai sottoposta ad un vero monitoraggio”.

Potere al Popolo ha definito “vergognoso il si del Comune di Vasto” attaccando la maggioranza PD-LeU con la quale il dirigente dell’Urbanistica ha rilasciato il parere. I massimi esponenti dell’amministrazione fino a qualche settimana prima rassicuravano sulla situazione, dopo che nell’aprile dell’anno scorso un Ordine del Giorno in Consiglio Comunale aveva impegnato il sindaco a “porre in essere tutte le azioni amministrative” per contrastare il progetto. Ma nel mirino sono finite anche le non scelte politiche di questi anni. Non scelte che partono sempre dal 2007 quando, negli stessi mesi in cui finiva nel limbo la perimetrazione del Parco Nazionale e si stabiliva l’attivazione di un sistema di monitoraggio della qualità dell’aria, il Piano Territoriale di Coordinamento delle Attività Produttive (PTAP) evidenziava “l’urgenza di programmare politiche “relative ad ipotesi di delocalizzazione di alcune attività che presentano evidenti situazioni di incompatibilità ambientale dovuti alla contemporanea presenza di una riserva naturale, di aree ad alta valenza paesaggistica e di siti archeologici di notevole rilevanza”. E mentre gli anni sono passati, la Riserva Naturale di Punta Aderci è cresciuta e la crisi economico-industriale è avanzata, anche la situazione della zona industriale di Punta Penna si è modificata. Pone, infatti, molti interrogativi e riflessioni l’inchiesta pubblicata da Anna Bontempo su Il Centro del 25 febbraio. “Ci sono molti stabilimenti vuoti a Punta Penna e nelle altre aree industriali, ma non saprei indicare un numero. La crisi ha lasciato molti morti per strada. Certo è che i capannoni dismessi potrebbero essere riassegnati e utilizzati” ha dichiarato alla giornalista il presidente dell’Arap (l’Azienda regionale che ha sostituito i locali consorzi industriali abruzzesi) Leombroni. Ci sono, sottolinea la Bontempo, richieste per convertire alcuni capannoni industriali in palestre e altre attività ricreative e commerciali. Come, tra l’altro, alcune già esisterebbero. Ma, evidenzia sempre l’inchiesta, non è possibile perché per poter approvare queste richieste bisognerebbe “modificare il piano regolatore” dell’area. E anche qui, ancora una volta, il discorso finisce sui “blocchi” della politica. Perché nel 2013 l’allora Consorzio Industriale e la Provincia di Chieti iniziarono un percorso per redigerla una variante. Ma se ne sono perse le tracce come in un porto delle nebbie …

Un Parco minacciato”. E’ il titolo dell’assemblea che mercoledì 28 febbraio Potere al Popolo terrà a Vasto nei locali della Società Operaia di Mutuo Soccorso. Insieme ai candidati locali di Potere al Popolo – che nel vastese vede nelle liste Carmine Tomeo di Rifondazione Comunista alla Camera e Marisa D’Alfonso, uscita da Sinistra Italiana dopo la nascita di LeU – ne discuterà il prof. Enzo Di Salvatore, professore di Diritto Costituzionale all’Università di Teramo ed impegnato da anni nelle battaglie ambientaliste contro le trivellazioni petrolifere e in difesa del territorio.

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