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Diouf ucciso da un poliziotto. Condannato il Viminale

Senegalese ucciso da un poliziotto, il Viminale condannato a risarcire la famiglia di Cheikh Diouf, 42enne, ucciso 9 anni fa a Civitavecchia

la camera ardente per Diouf

ROMA – Il Tribunale civile di Roma ha accolto le richieste di Luca Santini e Mario Angelelli, avvocati di Progetto Diritti e legali della famiglia di Cheikh Diouf – 42enne senegalese ucciso nel 2009 da Salvatore Morra (detto Paolo), poliziotto e suo vicino di casa – e ha condannato il ministero dell’Interno a risarcire i familiari della vittima con una somma complessiva pari a 600 mila euro. “Decisione attesa da tempo dalla famiglia e coraggiosa da parte del Tribunale civile che ha riconosciuto una responsabilità del ministero”, ha commentato l’avvocato Luca Santini. Come precisa l’associazione Progetto Diritti, “risultava evidente la condizione patologica in cui versava l’imputato a causa di problematiche di rilievo psichiatrico: il poliziotto aveva ricevuto una diagnosi di nevrosi ansiosa, era stato sospeso temporaneamente dal servizio diverse volte, era stato denunciato dalla figlia per minacce con arma da fuoco e lesioni, aveva a suo carico procedimenti disciplinari”. Nell’aprile del 2008, inoltre, l’Ufficio Porto d’armi della Questura di Roma aveva disposto il sequestro del fucile, con cui poi era stato ucciso Diouf, ma il provvedimento non era mai stato notificato all’interessato. “La Questura aveva riconosciuto che quell’arma non doveva rimanere in possesso di Morra, ma non ha mai eseguito il provvedimento, un elemento che ha avuto un certo peso nella decisione del Tribunale”, ha affermato Santini. 

La vicenda risale al 31 dicembre 2009 quando Morra, armato di fucile, si è introdotto nel cortile dell’abitazione di Diouf a Civitavecchia (i due erano vicini) e, mentre Diouf gli andava incontro, gli ha sparato due volte, ferendolo a una gamba e causandogli la recisione dell’arteria femorale e la morte per dissanguamento (la ricostruzione è stata accertata in sede processuale). Diouf abitava in Italia da circa 20 anni e lavorava come ambulante, lavoro che gli permetteva di mantenere la propria famiglia in Senegal: i 6 figli (all’epoca minorenni) avuti dalle 2 mogli e la madre. Nel 2010 Morra era stato condannato a 10 anni per omicidio volontario e all’interdizione dai pubblici uffici. In appello però i fatti erano stati riclassificati: da omicidio volontario a preterintenzionale. Ciò significa che Morra era stato riconosciuto colpevole di lesioni volontarie ma non era stata riconosciuta l’intenzione di uccidere.

Secondo i legali della famiglia, però, oltre alla responsabilità penale dell’imputato, sussisteva anche una responsabilità del ministero dell’Interno. “Chiudere la vicenda accertando solo la responsabilità di chi aveva sparato non era una ricostruzione esaustiva”, ha precisato Santini. Ed è questa la tesi accolta dal Tribunale civile di Roma. Nella sentenza emessa lo scorso 5 aprile, il Tribunale ha riconosciuto una responsabilità del ministero ex articolo 2043 del Codice civile per aver concorso con la propria condotta alla causazione del delitto. “Dal momento che appare logico ritenere che il mantenimento del possesso di un’arma da fuoco in capo a un soggetto affetto da ripetute e persistenti forme di patologia psichica abbia come suo possibile sviluppo logico prevedibile l’uso dell’arma medesima contro la persona altrui”, ha infatti sostenuto il giudice.

La richiesta dei legali è stata però accolta solo in parte. “È stato riconosciuto il danno da perdita parentale, ma non quello economico derivante dal fatto che Diouf con il suo lavoro sosteneva la famiglia in Senegal, famiglia che, in seguito alla sua morte, non ha più ricevuto quel sostentamento”, ha spiegato il legale. Il prossimo passo è l’esecuzione della sentenza. “Se il ministero riconosce la propria responsabilità, la vicenda finisce qui – ha concluso Santini – Se diversamente prosegue in appello, riproporremo la richiesta di risarcimento per il danno economico”. Il termine per presentare appello è di 6 mesi. (lp)

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