Mumia Abu-Jamal: «Come divenni una pantera nera»

Mumia Abu-Jamal: «Come divenni una pantera nera»

Uno scritto di Mumia Abu-Jamal, la postfazione alla sua autobiografia politica appena tradotta in italiano

Ha compiuto 64 anni il 24 aprile, Mumia Abu-Jamal, e da 36 è in carcere, negli States. Popoff pubblica uno scritto di Mumia Abu-Jamal, la postfazione a We Want Freedom, la sua autobiografia politica appena ripubblicata da Mimesis con il titolo Vogliamo la libertà. Una vita nel partito delle Pantere Nere a cura di Giacomo Marchetti, operaio, attivista politico, giornalista freelance e ricercatore indipendente. Mumia, attivista, giornalista radiofonico e, per molti anni, responsabile dell’Informazione per la sezione di Philadelphia delle Black Panther era considerato la “voce dei senza voce”. La sua denuncia degli abusi in divisa attira le pesanti attenzione di FBI e COINTELPRO come “un soggetto da sorvegliare e internare in caso d’allerta nazionale”. Il 9 dicembre 1981 venne incarcerato a seguito di una sparatoria che lasciò a terra il poliziotto Daniel Faulkner. Intorno al processo e alla condanna di Mumia si è creata una mobilitazione internazionale: da Noam Chomsky a Colin Firth, da Angela Davis ai Rage Against the Machine. Mumia è diventato un simbolo della lotta contro la pena di morte, che gli è stata commutata in ergastolo soltanto nel 2008. Dal braccio della morte, dalla cella di isolamento, ovunque si trovasse, Abu-Jamal non ha mai smesso di far sentire la propria voce tramite i suoi diari e i suoi scritti politici. Il libro incrocia biografia personale e collettiva, memoria privata e storica, per ricostruire il cammino del popolo afro-americano dalla schiavitù a oggi e per raccontare la nascita del Partito delle Pantere Nere e delle lotte contro la discriminazione razziale.

La mia vita politica iniziò con il BPP.

Quando una sorella meno giovane, di nome Audrea mi dette una copia del “Black Panther”, nella primavera del 1968, ne rimasi colpito. Era come se i miei sogni si fossero rivelati realtà.

Lessi e rilessi la copia, voltando ogni pagina come se fossero le pagine sottili di un libro sacro. I miei occhi bevvero le immagini di giovani neri, uomini e donne, coi loro corpi slanciati vestiti di pelle nera, sul petto bottoni con parole di ribellione, resistenza e rivoluzione.

Non credevo ai miei occhi nel vedere foto di neri armati che proclamavano la loro decisione di lottare per la rivoluzione nera. Passarono altri mesi prima che aderissi formalmente al BPP, ma in verità mi unii a loro quando lessi il giornale per la prima volta.

Mi unii col cuore.

Avevo quattordici anni.

Robin’s, una libreria di periferia schiacciata tra un ristorante e un negozio di abiti a poco prezzo, divenne la mia Mecca, perché lì, ogni settimana, arrivava puntuale il “libro sacro”, come una manna dal cielo rivoluzionario, il “Black Panther”!

Ne compravo una copia e poi cercavo libri sugli scaffali: libri neri, radicali, libri di tutti i tipi. Il cassiere ogni tanto ringhiava: “Questa non è una biblioteca, ragazzo! Compri qualcosa o che?”. Io lo ignoravo e continuavo a leggere.

Trovai le opere di Frantz Fanon, di Malcolm X, di Kwame Nkrumah, la poesia di Langston Hughes, la prosa di Richard Wright e il magnifico esempio di Paul Robeson. E trovai anche molti giovani, gran parte dei quali più grandi di me, che sarebbero stati tra i primi a unirsi all’organizzazione che mi entusiasmava.

È significativo il fatto che la prima “sede” del BPP a Philadelphia non fosse un appartamento o una cantina, ma una libreria, dove si scambiavano idee e si incontrarono le nostre menti.

Mi sorprende che oggi ci siano così poche opportunità per i giovani ribelli, e i giovani sono ribelli innati, per incontrarsi, parlare, pensare, scambiare esperienze. Le stesse librerie, molte delle quali fanno parte di grandi reti commerciali, sono luoghi per comprare, non per incontrarsi.

Internet, per quanto diffuso e pervasivo, diminuisce il contatto umano, anziché incrementarlo. Non sai ma davvero con chi stai comunicando. Ed è anche intrecciato con spie dello Stato onnipresente, alla ricerca di ogni traccia di ribellione, come dimostra Echelon. Questa paranoia ufficiale è in un certo senso il riflesso del cambiamento culturale sopravvenuto.

L’età della ribellione è diventata l’età della conservazione; Huey il ribelle è diventato Huggy Bear, il personaggio della cultura popolare bianca aziendale.

Eppure. Eppure… vi sono cicli storici.

Nessun impero può prevedere la sua caduta nell’abisso del tempo. Non lo fece l’impero romano. Sull’impero britannico un tempo “il sole non tramontava mai”. Ora è tramontato. O no? Ho letto di recente un libro sui seicento anni dell’impero ottomano. Al suo apogeo era il più potente impero della terra; aveva conquistato il bastione orientale dell’impero romano, la capitale bizantina di Costantinopoli, ribattezzandola Istanbul, eppure cadde in un vortice di pazzia familiare, di uomini che massacrarono le proprie famiglie, e divenne, alla fine, irrilevante.

La lezione della storia è ineludibile: gli imperi nascono, gli imperi cadono.

Il Mahatma Gandhi scrisse:

Un singolo individuo può sfidare l’intero potere di un impero ingiusto per salvare il proprio onore, la sua religione, la sua anima e gettare le fondamenta per la caduta di tale impero o per la sua rigenerazione.

Il BPP è stato un progetto profondamente antimperiale, un effetto della grande ambivalenza che sta nel cuore dei neri e che deriva dalla loro esperienza di afro-americani. È il riflesso di una coscienza che ha agito per molte generazioni nella vita delle comunità nere. Date le loro radici comuni, che si rifanno tutte al commercio di schiavi, stupirebbe se le comunità nere in America, anche con tracce di lingua spagnola, olandese, portoghese o inglese, non fossero solidali tra loro.

Come negli anni Trenta la stampa parlava delle vite e delle lotte degli afro-cubani, allora chiamati la raza de color, così i giornali neri scrivevano della vita e delle conquiste di uomini come Antonio Maceo, il famoso generale mulatto che combatté nella guerra di indipendenza cubana contro  la Spagna, e traducevano e pubblicavano l’opera del grande poeta Nicholas Guillen. Influenti personaggi afro-americani, come Mary McLeod Bethune e Langston Hughes, visitarono Cuba per vedere come vivevano i neri sotto un regime diverso.

Questo internazionalismo raggiunse forse il suo punto più alto nel BPP, con l’istituzione di un’ambasciata virtuale ad Algeri.

Il BPP non creò solidarietà internazionalista, ma fece del suo meglio per estenderla e la sua resistenza emerse quando l’impero era impegnato in una guerra esterna contro il Vietnam. Anche questo aveva dei precedenti storici. Durante la Seconda guerra mondiale, i neri americani iniziarono quella che fu chiamata la “campagna della Doppia V”, vale a dire la vittoria su due fronti: all’estero e all’interno, usando il linguaggio della guerra per indicare le battaglie dei neri dentro l’impero.

Il BPP si spinse oltre, confortato dalle lotte antiimperialiste e anticoloniali all’estero. Ma la spinta principale, pur arricchita e incoraggiata da eventi esterni, venne dalle esperienze di vita dei neri americani in una terra dove si sentivano eternamente stranieri.

E quel profondo senso di alienazione continua a vivere oggi nei cuori di milioni di neri, in ogni ghetto d’America e altrove. La repressione dello Stato lo ha modificato, spingendone una parte in clandestinità.

Ma, come diceva Freud a proposito di altre repressioni, ciò che viene represso presto o tardi si esprimerà.

Il BPP può essere storia, ma le forze dalle quali nacque non lo sono.

Aspettano il momento per risorgere.

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