«Non archiviare il caso Fombu: ecco perché»

«Non archiviare il caso Fombu: ecco perché»

Donald Fombu morì durante un fermo di polizia: il pm vuole archiviare ma per il medico della famiglia fu asfissia meccanica violenta

di Checchino Antonini

La morte di Donald Fombu Mboyo torna in tribunale a due anni dai fatti. La famiglia si batte perché il caso non venga archiviato. Il 10 maggio, a Treviso, si terrà l’udienza. Donald è morto lunedì 6 giugno 2016 a Conegliano Veneto, nel corso di un fermo di polizia. Se il pm si arrocca sull’ipotesi di un arresto cardiaco dovuto al mix di sostanze, alcool e sforzo fisico, la parte civile è più netta: «asfissia meccanica violenta». La contrarietà di Donald al fermo si è trasformata in resistenza all’arresto e poi in una colluttazione, testimoni hanno detto che gli agenti di pubblica sicurezza lo hanno ammanettato e immobilizzato, che uno di loro gli è montato sopra il torace per diversi minuti mentre l’altro cercava una corda per legargli i piedi. Quando Donald ha iniziato a sentirsi male non è stato liberato dalle manette, di lì a poco è spirato. All’epoca si disse che uno degli agenti avesse imprecato «che cosa ho fatto!» e che si sia allontanato per qualche minuto dal luogo del decesso, nel frattempo erano giunte altre volanti.

«Quel giorno viene fermato una prima volta intorno alle 13 da una pattuglia di polizia – riassume a Popoff, Aurora D’Agostino, legale della sorella dell’uomo – è un po’ agitato, e per questo viene segnalato da una donna che lo vede in strada, nello stesso posto dove poi finisce morto. Interviene una pattuglia che lo porta in caserma, ma lì Donald (a cui poco tempo prima era stato notificato decreto di espulsione), riesce a scappare spintonando uno dei due poliziotti». Nelle prime ore del pomeriggio, Fombu torna nella zona dell’African Bar, luogo di incontro per la comunità camerunense. All’epoca gli antirazzisti trevigiani riferirono di intimidazioni e vessazioni ai danni dei frequentatori del locale, irruzioni all’interno del bar, perfino dalle finestre quando il locale era già chiuso, continui controlli d’identità e fogli di via ai frequentatori non residenti.

Arriva la stessa pattuglia, i due agenti scendono dalla macchina, lasciata a porte aperte, e Donald accenna la fuga ma dura un attimo. I due gli sono addosso mentre lui prova a divincolarsi: è già schiena a terra e riesce a muovere solo le gambe e ad addentare il fianco di uno dei due agenti, che, per evitare che lo faccia ancora, gli gira la testa con l’avambraccio trattenendolo giù. «Sarebbe proprio questa la manovra che ha determinato il soffocamento – dice ancora D’Agostino citando la consulenza di parte – Donald ha lesioni alla bocca ed all’interno (gengive) oltre ad altri segni di compressione». Il pm, al contrario, attribuisce il decesso ad improvviso arresto cardiaco “in soggetto con fibrosi focale sostitutiva miocardica e istiocitosi polmonare, con recente assunzione di cocaina ed alcool da parte di poliassuntore cronico di sostanze stupefacenti”. Per il medico legale della procura “si può pertanto ritenere che la morte improvvisa del sig. Fombu sia stata determinata da un’aritmia cardiaca insorta in condizioni di forte stress fisico, in un substrato anatomico miocardico aritmogeno aggravato dall’assunzione di sostanze stupefacenti ad effetto ipertensivo e aritmogeno e da un’insufficienza respiratoria determinata da una patologia polmonare intercorrente. La somma di questi fattori etiopatologici è ampiamente in grado di giustificare la fisiopatologia del decesso”. Ma, immediatamente dopo, il consulente del pm chiarisce che “la diagnosi di morte in studio si presenta estremamente complessa: nessuno degli elementi diagnostici rilevati può essere identificato come unica causa di morte”.

Aggiunge il consulente che Donald Fombu era un giovane apparentemente in buona salute, dotato di un’ottima struttura muscolare, e che il 6 giugno, nel tentativo di sottrarsi correndo al fermo della Polizia, si sottoponeva ad un intenso sforzo fisico. In realtà, stando alle testimonianze, Fombu era riuscito a percorrere in corsa una distanza di poche decine di metri, immediatamente raggiunto dagli agenti di polizia che lo hanno bloccato e fatto cadere a terra. «Dopo alcuni secondi il poliziotto riusciva ad avvicinarsi al ragazzo tanto da afferrarlo in una sorta di abbraccio cadendo entrambi per terra», ha riferito agli inquirenti uno dei testi. E un altro: «ha cercato di scappare senza riuscirci. Gli agenti lo hanno subito fermato…».

Per Daniele Rodriguez, ordinario a Padova e consulente della sorella di Fombu, alcuni dati clinici e altri elementi sarebbero statti trascurati dal collega consulente per la Procura: in particolare le lesioni visibili anche nei fotogrammi allegati alla consulenza collegiale, riscontrate in zona gengivale e labiale). Tutto ciò lo induce a ritenere ragionevole “un’azione di occlusione della bocca e del naso oppure di immobilizzazione del capo con conseguente (non intenzionale) occlusione della bocca e del naso”.

Uno dei due agenti dice espressamente: «Durante la colluttazione si riusciva a posizionare il Fombu con la schiena a terra (…) preoccupandosi, dopo il morso ricevuto pocanzi di rendere la bocca inoffensiva attraverso l’operazione di ruotamento della testa verso sinistra e relativo contenimento della stessa utilizzando il proprio avambraccio destro posizionandolo all’altezza della mandibola…”.

Lo stesso morso al fianco destro dell’agente dimostra inequivocabilmente che il corpo di quel poliziotto si trovava a portata della bocca del Fombu, già atterrato.

«Ho visto che il poliziotto più grosso stava tenendo fermo il ragazzo di colore…- dirà anche una testimone – il ragazzo di colore era supino con mobilità degli arti inferiori e del bacino mentre il poliziotto era prono su di lui, spostato sul lato sinistro dell’uomo, petto contro petto con le sue gambe a cavalcioni della gamba sinistra dell’uomo a terra. Il ragazzo di colore calciava colpendo il poliziotto che vedevo faceva fatica a tenerlo fermo. Mentre ero lì vicino ho sentito il poliziotto dire “non respira” allora mi sono qualificata come medico…».

Donald riusciva a muovere solo le gambe e il poliziotto urlava «aiutatemi, tenetegli fermi i piedi, portatemi qualcosa per legarlo e in dialetto ha aggiunto al deve averme cavà un toc de carne con na morsegada».

«L’azione “di contenimento” dei due agenti su Fombu a terra supino si è svolta interamente sulla parte superiore del corpo», riprende D’Agostino secondo cui le risultanze dell’indagine «non consentono di condividere né l’opinione del Pm, né le conclusioni della consulenza disposta dal Pm». Indagini interamente svolte, immediatamente dopo i fatti, dallo stesso corpo di polizia cui appartengono i due indagati. Un copione già visto in molti casi del genere sebbene la giurisprudenza in materia e anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha riaffermato la necessità che nel caso in cui i soggetti indagati siano agenti di polizia le indagini vengano svolte da diverso corpo, e questo per consentire “indipendenza” ed “effettività dell’inchiesta”.

Ecco perché la famiglia di Fombu domani chiederà nuove indagini e un’altra consulenza medica.

 

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