Il Nobel è finito. Il romanzo della borghesia pure

Il Nobel è finito. Il romanzo della borghesia pure

Dietro la spinta abolizionista del Nobel per la letteratura sospeso sull’onda degli scandali e la verve riformista s’agita una questione epocale. Il ruolo della letteratura e della borghesia che l’ha inventata nella contemporaneità

Per la seconda volta dal 1901 (la prima fu nel ‘35) il Nobel per la letteratura quest’anno non viene assegnato, senza bisogno d’una guerra o d’un cataclisma. Lo sarà l’anno venturo, fa sapere l’Accademia di Svezia, assieme a quello del 2019. E peggio per chi, come Haruki Murakami, Philip Roth o Margaret Atwood, ma soprattutto il keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position, già ci aveva fatto la bocca. Meno Dacia Maraini e Claudio Magris, tra i candidati italiani non certo favoriti.

Che in Svezia, punta avanzata del sessismo alla rovescia, dove una strizzata d’occhi è considerata avance e tacciata di becero maschilismo, il Nobel non potesse sottrarsi all’onda lunga del #metoo, è un fatto. Per qualche palpatina – pare anche agli augusti lombi della principessa Vittoria – il marito d’una delle giurate, Jean Claude Arnauld, fotografo francese d’una certa fama e bruttezza, s’è visto costretto a chiudere il suo Forum, caposaldo della ricchissima vita culturale di Stoccolma, e a lasciare l’organizzazione del premio.

La Svezia dunque paga pegno alla foga riformista e, sull’onda delle molestie sessuali, 8 giurati su 18 danno forfait. Essendo 12 il minimo richiesto al funzionamento, il danno è fatto. S’impone una ventata di novità anche nelle atmosfere soffuse & ottuse del salotto buono per eccellenza della letteratura mondiale. Come già lo Strega, l’ultimo caposaldo letterario del XX secolo cede alla spinta riformista del XXI. Sua maestà Carlo XVI Gustavo sancisce la possibilità per i giurati di non esserlo più a vita, modificando uno statuto intonso dal 1786. Quando ancora erano di là da venire e tuonare i cannoni alla Bastiglia e l’ambaradan della modernità. Il Nobel, dunque, giunge al capolinea e molti – vedi, buon ultime, le tesi di Tim Parks sul Nyt riprese sul Fatto e sul Sole – vorrebbero che non uscisse più dall’officina, tanto ormai perde pezzi come un autobus dell’Atac. Meglio mandarlo al rogo, appunto come un bus Atac, privo com’è di peso e di senso.

La questione non è tanto lo scandalo, censurabile ma superabile, che magari cela altre e più venali marachelle. Né la congruità di un pugno di letterati svedesi nel giudicare di letteratura italiana o colombiana. E neppure l’urgenza di riformare un premio assegnato a mode culturali e menestrelli pur di ravvivare, ma nel cui Pantheon figurano conclamati maestri della letteratura mondiale. Basta dare una scorsa a un elenco lungo 117 anni. Dietro la spinta abolizionista e la verve riformista s’agitano questioni più complesse, epocali. In primis il ruolo della letteratura e della borghesia che l’ha inventata nella contemporaneità. Strumento eccelso di narrazione del mondo negli ultimi due secoli, il romanzo – specie nei suoi canoni occidentali – è andato via via perdendo potere e prestigio, coerentemente con la perdita di questi da parte della classe dominante, alle corde con l’impoverimento e la perdita d’identità sociale dei ceti medi che la rappresentano.

Non più strumento di rappresentazione di sé e del mondo (del mondo borghese, ché quello popolare ha una sua letteratura ma non è in auge né tantomeno premiata nei salotti borghesi) la forma romanzo ha esaurito il suo compito sociale, storico, cedendo il passo ad altre forme. Più di massa che popolari, al massimo pop, con l’occhio a un mercato in perenne debito d’ossigeno, specie da noi. Il cinema, la televisione, internet e via visionando. La letteratura non racconta più il mondo, confidava uno sconsolato Sebastiano Vassalli negli ultimi suoi tempi. Che questa letteratura si voglia seppellire senza neppure un degno funerale, non è che la presa d’atto della fine di un’epoca, del fallimento della sua classe guida. Sostituita dai pochissimi ai quali il capitale terminale – il capitalismo nella sua fase terminale qual è l’attuale, con la finanzia di rapina che sostituisce l’attività produttiva e i ceti medi impoveriti espunti dai mercati in crisi – concede ogni residuale ricchezza ma non la bellezza d’un romanzo, di cui non sa che fare né ha tempo di leggere e voglia di capire. Se tornasse, Dostoevskij non vedrebbe demoni, ma sorci verdi.

Anche se l’Accademia di Svezia recupererà i pezzi persi sostituendo i giurati dimissionari con altri bei nomi, non per questo la letteratura recupererà il tempo perduto. Ché tramontare è questo, diceva ancora il buon Vassalli: “Chiudere i conti e non avere resto. Non ci sono passati da salvare, basta lasciarsi andare. Tramontare”. Il tramonto della borghesia, ergo della sua letteratura, è un fatto, e all’orizzonte non c’è utopia salvifica o tecnologica che tenga. Solo un trastullo di lusso che, forse, riaprirà i battenti.

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