Perché s’è manifestato per la Palestina

Perché s’è manifestato per la Palestina

Migliaia di persone a Roma in corteo con la comunità palestinese a settant’anni dalla Naqba, la catastrofe

testo e foto di Andrea Zennaro

Alcune migliaia di persone hanno sfilato oggi per le strade di Roma, da piazza dell’Esquilino a piazza Venezia, in solidarietà con il popolo palestinese. Proprio in questi giorni ricorre il settantesimo anniversario della nascita di Israele, ricordato nel mondo arabo come Al Naqba, la catastrofe. A maggio del 1948, infatti, lo Stato ebraico iniziò una pulizia etnica che comportò l’allontanamento forzato di decine di migliaia di famiglie arabe che abitavano la Palestina. Nei decenni successivi Israele, in barba al diritto internazionale e alle ingiunzioni dell’ONU, ha occupato militarmente un territorio enormemente più vasto di quello che gli spettava. Oggi le uniche aree non annesse a Israele sono la Cisgiordania, circondata da un muro con torri di guardia e presidiata al suo interno da check point armati che impediscono gli spostamenti agli abitanti, e la striscia di Gaza, la cui popolazione è chiusa dall’esercito israeliano in un assedio che non trova precedenti nella Storia. Da decenni quasi due milioni di persone sono costrette a passare la vita intera in un lembo di terra largo circa dieci chilometri e lungo meno di cento in cui i beni di prima necessità come l’acqua e i farmaci sono razionati, la corrente elettrica è concessa solo per quattro ore al giorno, l’agricoltura e la pesca sono sottoposte a restrizioni e ogni contatto con l’esterno richiede il permesso, che può essere negato o revocato in qualunque momento a discrezione dell’esercito. Così lo Stato sionista ha instaurato un sistema di razzismo e di segregazione su base etnica molto più drastico dell’apartheid sudafricana che il mondo intero ha unanimemente condannato. Nel corso degli ultimi decenni i governi israeliani si sono resi responsabili di numerosi atti di guerra e crimini contro l’umanità (come l’attacco ai civili rifugiati nei campi profughi, i bombardamenti sugli ospedali e gli spari contro le ambulanze) che nessun popolo ha mai subito in maniera così tanto feroce. Oltre alla militarizzazione, tutte le leggi israeliane contribuiscono a danneggiare e umiliare la popolazione locale. Ad esempio, vario interventi della comunità palestinese nel corteo spiegavano che un lavoratore dipendente di origine araba che riesce a ottenere il permesso di lavorare in Israele guadagna circa il 35% del salario minimo di un suo collega ebreo. Non esiste nessuna legge in Israele che ponga ebrei e arabi sullo stesso piano, indipendentemente dalla cittadinanza.

L’ultima provocazione che il popolo palestinese ha dovuto subire è stata la decisione di Donald Trump di spostare la sede dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv (legittima capitale israeliana) a Gerusalemme, che secondo l’ONU sarebbe dovuta rimanere zona internazionale in quanto città santa per tutte e tre le religioni monoteiste. Già nel 1967 Israele aveva occupato Gerusalemme e lì trasferito la sede del Parlamento e da allora disobbedisce alle ingiunzioni delle Nazioni Unite che non hanno mai riconosciuto il cambio di capitale. Nelle rivendicazioni palestinesi invece, Gerusalemme Est dovrebbe diventare la capitale dello Stato arabo promesso dall’ONU prima della Nakba e mai nato a causa dell’espansione israeliana. Il recente gesto di Trump, per quanto gravissimo, non sorprende in quanto costituisce il logico proseguimento della politica di complicità che tutti i presidenti degli Stati Uniti hanno sempre portato avanti nei confronti di Israele. Oggi è abissale la differenza tra i quartieri fatiscenti e carenti di tutto della Gerusalemme Est araba e quelli lussuosi della Gerusalemme Ovest ebraica.

Nelle ultime settimane, presso la recinzione di filo spinato che soffoca la striscia di Gaza, si è tenuta la Marcia del Ritorno: questa manifestazione, iniziata il 30 marzo e che si concluderà il 15 maggio, anniversario della Nakba, rivendica proprio il diritto delle famiglie palestinesi a tornare alle terre da cui furono espulse nel 1948. Davanti a migliaia di dimostranti inermi, l’esercito israeliano ha risposto aprendo il fuoco. Da marzo a oggi sono state uccise circa sessanta persone.

Insieme agli uomini e alle donne rappresentanti del popolo palestinese in Italia, erano presenti nel corteo numerose realtà pacifiste e della sinistra italiana e la comunità curda di Roma, anch’essa molto attiva per costruire una pace dignitosa in Medio Oriente. Oltre a condannare la politica razzista dello Stato ebraico, la giornata di oggi ha denunciato con lo slogan «cambia Giro» l’iniziativa ciclistica del Giro d’Italia che quest’anno ha luogo in Israele. Sovvenzionata dal governo di Netanyahu con quattro milioni di dollari, la manifestazione sportiva è iniziata il 4 maggio proprio a Gerusalemme, a poche decine di metri dal muro che chiude la Cisgiordania, e si chiuderà a Roma il 27 maggio davanti alla sindaca Virginia Raggi, la stessa che il 25 aprile sul palco di Porta San Paolo ha dimenticato di parlare di antifascismo ed è stata fortemente contestata per aver criticato la presenza di «temi estranei», riferendosi alle bandiere palestinesi presenti durante la commemorazione della Resistenza. Il Giro d’Italia in Israele è dedicato a Gino Bartali, ciclista italiano celebrato come un «Giusto tra le Nazioni» per aver salvato alcuni ebrei dalle persecuzioni naziste trasportando clandestinamente dei documenti nascosti nel telaio della bicicletta. Ma è la nipote di Bartali ad assistere al premio in quanto né lui da vivo né i parenti diretti si sono mai recati in Israele proprio per il suo comportamento razzista e aggressivo. Quando i manifesti del Giro d’Italia parlano di «equilibrio» non fanno riferimento certo all’equilibrio demografico, sconvolto da decenni di occupazione sionista, né a quello dei diritti umani, calpestati dall’atteggiamento razzista di chi si sente «il popolo eletto».

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