Aborto: storico referendum in Irlanda

Aborto: storico referendum in Irlanda

Il 25 maggio l’Irlanda avrà l’opportunità di rivedere la legge sull’aborto, una delle più restrittive d’Europa

di Marina Zenobio

Il prossimo 25 maggio le e gli irlandesi avranno l’opportunità di rivedere la legge sull’aborto nel loro paese, una delle più restrittive d’Europa.

In Irlanda l’aborto è proibito per Costituzione, non è permesso neanche se la donna è stata vittima di stupro o di incesto, né tanto meno è permesso in forma terapeutica se il feto presenta delle malformazioni. E’ permesso solo in caso di grave ed imminente pericolo della madre.

Anche il Comitato per i Diritti Umani dell’Onu, nel 2016, aveva con forza critica la legge sull’aborto vigente in Irlanda, qualificando come “crudele, inumano e umiliante” il trattamento riservato alle cittadine irlandesi che vogliano interrompere la gravidanza.

Tra qualche giorno tutto potrebbe cambiare con la chiamata referendaria da parte del consiglio dei ministri irlandese, un referendum importante a cui si è arrivati grazie ad una potente protesta in favore del diritto della donna a scegliere sul suo corpo e sulla sua vita.

Le elettrici e gli elettori dovranno decidere se vogliono abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione, approvato nel 1983 con il sostegno della Chiesa cattolica, che equipara il diritto alla vita dell’embrione e del feto con quello della madre. “È unico nella sua misoginia, perché contrasta il diritto alla vita della donna incinta e del feto e anticipa che potrebbe venire il momento in cui qualcuno dovrà scegliere tra loro”, ha detto la senatrice Ivana Bacik, citata dalla coalizione di oltre 60 associazioni per il diritto di decidere di revocare otto, che richiede l’abolizione della norma costituzionale.

“Un emendamento unico nella sua misoginia – ha dichiarato la senatrice Ivana Bacik della coalizione Repeal Eight – perché mette in conflitto il diritto alla vita della donna e quella del feto, e anticipa che può arrivare il momento in cui qualcun altro può decidere su l’una o sull’altra”.

Se sarà abrogato dal referendum, l’ottavo emendamento sarà sostituito da un testo redatto dal Parlamento che permetterà alle donne di accedere all’interruzione volontaria entro le 12 settimane di gravidanza, o più tempo di fronte a circostante eccezionali.

Fino ad ora una donna che abortisce illegalmente in Irlanda rischia fino a 14 anni di detenzione. Ma può farlo all’estero. Ecco perché, secondo una inchiesta del Guardian, ogni anno quasi 4 mila donne irlandesi si recano nel Regno Unito per abortire, oltre 2 mila acquistano illegalmente pillole abortive. Da dati del ministero della salute britannico, tra il 1980 e il 2015 oltre 165 mila irlandesi hanno attraversato la frontiera per praticare l’aborto. Molte però non possono permettersi questo viaggio e rischiano la vita con metodi meno costosi ma anche meno sicuri.

Ma fino a venti anni fa persino andare ad abortire all’estero era proibito e punito con 14 anni di carcere. Fino al “Caso X”. Nel 1992 una giovane vittima di stupro fu arrestata mentre provava ad andare a Liverpool per abortire. Per proteggere l’anonimato della donna fu definito “Caso X” e molte furono le protesta al punto che qualche tempo dopo il Tribunale supremo annullò il divieto di andare all’estero per abortire.

“Questi viaggi devono finire, si deve cambiare la legge e dobbiamo farlo noi” è stata la dichiarazione rilasciata dal primo ministro irlandese Leo Eric Varadkar, medico trentottenne di origini indiane e dichiaratamente gay, che sta appoggiando la campagna per l’abrogazione dell’ottavo emendamento. Così come il Sinn Fein e i Laburisti, mentre il resto dei partiti non ha preso posizioni.

Ma la questione è particolarmente importante e delicata. Le manifestazioni pro e contro il referendum sull’aborto, nella cattolicissima Irlanda, si alternano a ritmo serrato.

I sondaggi riportano una percentuale ancora molto alta di indecisi, pari al 40%, il sì al momento si attesterebbe al 48,5%, risultato perdente. I prossimi giorni saranno importantissimi perché in gioco c’è il diritto di scelta della donna, sul suo corpo e sulla sua vita.

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