Cgil, il congresso non decolla. Il j’accuse della minoranza

Cgil, il congresso non decolla. Il j’accuse della minoranza

Congresso Cgil: la portavoce della minoranza, Eliana Como, denuncia forzature: «il punto è politico, non regolamentare». Le ragioni del documento di opposizione

«Da quando è iniziato il congresso, ormai un mese intero, le assemblee proprio non si fanno (ci sono intere categorie e territori che dal 20 giugno non hanno fatto mezza assemblea) oppure si fa di tutto perché non ci si possa confrontare». Eliana Como, portavoce dell’Opposizione in Cgil, l’area de Il sindacato è un’altra cosa, ha pronunciato al direttivo nazionale del più grande sindacato europeo, una serie di brogli o forzature da parte della maggioranza Cgil.

«Non sono Alice nel paese delle meraviglie»

Como lo aveva già spiegato alla vigilia in un’intervista a L’Anticapitalista che «i congressi non si affrontano mai ad armi pari, anche perché la nostra area è quasi esclusivamente composta da militanti, la burocrazia è altrove, ma così è più difficile seguire le migliaia di assemblee. Da parte nostra, difenderemo ogni spazio, abbiamo una voglia fortissima di confrontarci con i lavoratori dentro assemblee vere, anche con quei lavoratori che hanno votato Lega e sperano che quella nave non approdi, o che si aspettano il reddito di cittadinanza. Il congresso è una straordinaria possibilità per entrare in contatto con chi lavora, con migliaia di quadri attivi, e discutere su un altro punto di vista, è un confronto materiale dentro un’organizzazione di massa, non relegato nella sfera virtuale. Il fatto che esista un documento radicalmente alternativo e circoli nelle assemblee è un motivo per difendere questo spazio».

Il catalogo è questo: assemblee dello SPI convocate nelle sedi del PD (è accaduto a Genova e a Bologna), assemblee dove votano in migliaia con seggi aperti cinque giorni senza alcuna comunicazione alla commissione di garanzia come a Roma, all’ospedale Bambin Gesù, assemblee spostate a blocchi di 10, tutte insieme; rimandata a data da destinarsi come alla Fiom di Firenze, assemblee congressuali in aperto contrasto con i delegati di fabbrica, programmate durante il periodo di cigs o di ferie, che sia il 31 luglio o il 4 settembre, come è accaduto a Firenze alla Gkn, oppure “sconvocate” dai burocrari come alla Same di Treviglio, 18 delegati su 22, tutti dell’area e 600 iscritti alla Fiom o, come a Brescia, proibite a delegati esterni regolarmente accreditati presso la Commissione di garanzia ma col difetto di essere della minoranza.

«Dove sono presenti i relatori del nostro documento ci sono poche decine di persone; dove noi non ci siamo, sono tutti presenti e tutti votano. Lo sapevo che mai ci sarebbe stata pari dignità nella presentazione dei due documenti. Non vengo qui a fare Alice nel paese delle meraviglie – ha detto ancora durante il direttivo nazionale di Corso Italia – addirittura, alla Filcams di Bologna, una compagna del direttivo nazionale non può andare a fare una assemblea congressuale nella catena di supermercati dove lei stessa lavora perché, per non si capisce quale strana regola inventata a questo congresso, si è annunciata solo 36 ore prima invece che 48 (ma anche qui, mica è l’azienda che fa problema, è la segretaria organizzativa)», dice ancora Como. Con buona pace per le accuse di Susanna Camusso, introducendo il direttivo del 23 luglio, che ci sarebbe da parte di chi sostiene il secondo documento «poco senso di appartenenza».

Il punto è politico, non regolamentare

Ovviamente il punto è politico, non regolamentare. Che senso ha stare dentro la Cgil un quarto di secolo dopo la svolta della concertazione? Da allora sono seguite ulteriori sconfitte e una sostanziale incapacità del sindacato di opporsi ai processi di ristrutturazione neoliberisti. Dentro e fuori i posti di lavoro. «E’ il tutto il sindacalismo in Italia a essere in ridotto male, ma peggio ancora è la condizione della classe lavoratrice dopo un decennio di sconfitte, ovviamente la responsabilità della Cgil è particolarmente importante. Quello che contestiamo in questo congresso è che la Cgil possa rappresentare sé stessa come un’organizzazione che sta bene, in piena forma, nonostante il crollo della condizione di vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Pensa che il documento della maggioranza parla di risultati straordinariamente importanti conseguiti in questi anni». E quali sono? domando. «Me lo sto ancora chiedendo. Forse che andremo in pensione a 67 anni con 43 anni di lavoro? Forse l’euro e settanta di aumento per i metalmeccanici o il loro welfare aziendale, i buoni benzina al posto del salario? O gli 80 euro del pubblico impiego? Non è solo lista della spesa a differenziarci (noi chiediamo l’abolizione di jobs act e Fornero, aumenti certi e fissi, contratto nazionale) ma, soprattutto, noi non andiamo a vendere promesse ai lavoratori: se volessimo anche solo andare in pensione a 41 anni, come chiede la maggioranza (che è peggio della Fornero!), dobbiamo mettere in campo una forte mobilitazione. Anche Camusso dice che il jobs act va abrogato e che si dovrebbe ridurre l’orario ma la maggioranza ritiene che riusciremo ad ottenerlo a un tavolo col governo e Cisl e Uil, raccogliendo firme ai banchetti? Dobbiamo riconquistarci tutto, tornare a rivendicare, metterci nella condizione di costruire un sindacato conflittuale basato sul protagonismo dei delegati, rompendo con i vertici di Cisl e Uil e con la logica della concertazione anche solo per smettere di perdere! La maggioranza ha annunciato che, per la prima volta, i lavoratori attivi iscritti superano i pensionati, ma in Fiom è visibile il calo degli iscritti, prima o poi i nodi verranno al pettine. Certo, quando la Cgil decide di mobilitarsi è ancora in grado di farlo, pensa alle piazze del 2 dicembre 2017 sulle pensioni. Ecco perché continuiamo a considerarlo uno strumento utile, ci sono settori storici e nuovi di lavoratori e lavoratrici. Ma un conto è dire che ha tenuto da un punto di vista organizzativo, un conto ignorare che è sempre meno militante, anche il suo quadro attivo e il gruppo dirigente. Questa grande burocrazia, la più grande del paese, ha poca capacità di costruzione di rapporti di forza nei posti di lavoro, ha perduto la capacità di influenza nella società. S’è pensato dagli anni ’90 in poi che sarebbe bastato avere un tavolo con il governo, anche quando i governi degli ultimi quindici anni hanno dismesso la concertazione. E la Cgil ha rifiutato di porsi sul piano della costruzione dei rapporti di forza. Così si rischia di diventare un gigante dai piedi d’argilla, la batosta del Pd dovrebbe far scattare qualche campanello d’allarme anche a Corso Italia, davvero prima o poi i nodi vengono al pettine. Questa grande organizzazione di massa deve affrontare i problemi accumulati dalle sconfitte anche perché è stata inefficace la via della concertazione e l’unità a tutti i costi. Non ci si può stupire del jobs act quando nel 2014 furono bloccate le lotte contro quella riforma, non ci si può stupire se qualcuno vince le elezioni con la parola d’ordine di cambiare la Fornero quando nel 2011 non furono mobilitati i lavoratori, così come a dicembre 2017, quando siamo scesi in piazza contro la legge di stabilità e l’età pensionabile ma non c’è stata continuità. Il 2018 doveva essere l’anno delle lotte per le pensioni invece a gennaio scatterà l’aumento dell’età pensionabile. La lotta contro la Fornero sta su questa nave che non fanno attraccare da qualche parte nel Mediterraneo: chi occupa questo spazio adesso è Salvini».

L’eventuale segreteria Landini non sarà una svolta

Eliana Como motiva anche la scelta di scrivere un documento alternativo e non, ad esempio, seguire la strada degli emendamenti: «Perché sono uno specchietto per le allodole per mettere in scena una distinzione dalla maggioranza, riposizionare segmenti di burocrazia senza mettere in discussione radicalmente la linea politica, come fece la Fiom all’ultimo congresso. Il tema di fondo è che tipo di sindacato abbiamo in mente, lo scontro non è su singole proposte, è un punto di vista, il nostro, radicalmente alternativo. L’unico modo di confrontarsi è sul merito non ci sono scorciatoie».

L’eventuale segreteria di Landini non sarà una svolta perché Landini non è lo stesso dei tempi dell’anomalia Fiom. «E non lo è da tanto – spiega – fin dall’inizio il suo personaggio è stato una costruzione mediatica, comandato la categoria impedendo ogni confronto. Quello che è stato capace di fare è ricondurre la Fiom in maggioranza, un risultato pagato dai lavoratori grazie al peggior contratto di categoria e non solo perché ha portato a casa pochi soldi ma per le relazioni sindacali che disegna (welfare aziendale, buoni benzina, contrattazione aziendale tutta variabile: nel 2012, per molto meno la Fiom disse no). Ora, dopo decenni, un ex segretario dei metalmeccanici entra in segreteria confederale ma perché è cambiato lui, non la Cgil, è rimasta quella di prima. Purtroppo molti si aspettano che la sua visibilità televisiva possa rilanciare la Cgil. Temo che tutta la discussione sarà sul nome del prossimo segretario generale. Che possa essere Colla o che vincerà Landini, la realtà è non c’è discussione di merito. Spero che chiunque vinca abbia un’idea meno bonapartista di quella che ho conosciuto in Fiom quando era segretario Landini. Un’organizzazione di massa non può essere governata con il leaderismo».

«Per noi l’unità è sempre un valore – continua la portavoce della minoranza – però chiediamo alla Cgil di rompere con i vertici di Cisl e Uil. Ha un valore l’unità dal basso, a maggior ragione con i sindacati conflittuali e i movimenti. Ma se da un lato ci scontriamo con le burocrazie confederali, dall’altro registriamo l’alta competizione tra le sigle di base. Sarebbe utile che, al di là degli steccati, si lavorasse per la costruzione di un movimento di massa, provare a ricostruire i rapporti di forza, avere un’idea di convergenza, utilizzando ogni strumento a disposizione. Per noi il modello è quello che siamo riusciti a fare a Bergamo, l’ottimo accordo alla Same (riduzione orario a parità di salario con aumento dell’occupazione) abbiamo costretto Same a uscire dalla Confindustria che non gli consentiva un accordo così avanzato. C’è un lavoro da fare dentro tutti i sindacati».

Promettono dignità ma danno voucher

Intanto il difficile dibattito congressuale si intreccia con il teatrino governativo sul decreto dignità. «No, non è il licenziamento del jobs act – ha detto a Left, Eliana Como – e nemmeno il ripristino dell’articolo 18. E’ solo un’operazione di maquillage che non cambierà granché nella condizione di chi lavora. Tant’è che Elsa Fornero dice che Di Maio l’avrebbe copiata».

«Perché fin dalle ore successive al debutto in società di quella bozza, la dignità è già stata oggetto di modifiche e negoziati», avverte la sindacalista. Di Maio, per rassicurare le imprese, ripete da giorni che verrà ridotto il costo del lavoro, magari «selettivamente». Confindustria ha messo il broncio, viziata da un paio di decenni in cui ha sempre ottenuto tutto. «Anche quando le togli le briciole recita la sua parte – spiega Como – e, come contropartita a quelle briciole, a quanto pare, otterrà il ripristino dei voucher, almeno nei settori del turismo e dell’agricoltura».

«Luciano Gallino diceva che la lotta di classe i padroni la sanno fare. E infatti la fanno. Anche se avessimo vinto il referendum sui voucher (che fu sventato da una modifica parlamentare delle norme dopo l’ammissibilità del quesito, ndr) avremmo eliminato una forma odiosa di precarietà ma senza manomettere la precarietà di sistema», dice la portavoce della minoranza interna della Cgil illustrando le «briciole»: «A fronte delle promesse di ripristino dell’articolo 18 e di cancellazione del jobs act hanno abbozzato una serie di misure di per sé positive ma minimali, briciole, appunto. E’ stata ridotta, ad esempio, la durata dei contratti a tempo determinato da 36 a 24 mesi: significa che potresti lavorare un anno di meno oppure assunto ma con le tutele crescenti, il contratto tipo del jobs act, dunque licenziabile a piacere. Questo tipo di contratto sta già rimpiazzando i contratti interinali e i TD. Ci sarà il ripristino della causale (che era stata abolita dal governo Renzi) per i tempi determinati ma solo per il secondo anno di contratto e poi aumenterà il massimale dell’eventuale indennizzo nel caso in cui il licenziamento fosse giudicato illegittimo, dai 4/24 mesi di stipendio previsti nel jobs act alle 6 massimo 36 mensilità ipotizzate dalla bozza del decreto a seconda dell’anzianità di servizio. Di per sè non sono cattive da mangiare ma le briciole restano briciole. L’impossibilità di una reintegra, come c’era nell’articolo 18, ha ridotto moltissimo le cause di lavoro, quasi tutti preferiscono ricorrere a forme di conciliazione. Questi correttivi sono specchietti per le allodole, in definitiva l’impianto del jobs act si consolida». Il punto, per Como, è che la maggioranza del suo sindacato creda, come ha detto Landini “che ci siano alcune novità positive che vanno nella direzione giusta”, che abbia in qualche modo operato un’apertura di credito per questa operazione di maquillage. «La Cgil dovrebbe dire con chiarezza che queste sono briciole che servono a legittimare un governo xenofobo e razzista. Il sindacato dovrebbe scendere in piazza a dire cosa chiediamo noi. Altrimenti, in una situazione come questa, dopo dieci anni di sconfitte, il rischio è che i lavoratori si accontentino delle briciole. Dovremmo incalzare il governo ma non a mantenere le sue promesse».

Un presidio di democrazia

Un passaggio cruciale per la Cgil dovrebbe essere quello di rivendicare su una piattaforma autonoma. Nella passata stagione la Cgil ha depositato in Parlamento una proposta che chiede di riscrivere tutto il diritto del lavoro, non solo quello del Jobs act. E’ la “Carta dei diritti” che accompagnava il pacchetto di referendum: nella passata stagione, infatti, il sindacato di Corso Italia aveva puntato tutto su una campagna capillare di raccolta firme piuttosto che sulle mobilitazioni di piazza e la saldatura dei movimenti sociali come stava succedendo oltralpe contro la “loi travail”, il jobs act di Hollande, e ora contro l’attacco di Macron ai diritti dei ferrovieri e dei dipendenti pubblici. «Finché non ci sarà una mobilitazione di piazza quella Carta resterà nei cassetti. Qualsiasi governo andrebbe incalzato. Anche lo Statuto dei lavoratori, nel 1970, l’abbiamo ottenuto con le lotte non perché un governo decise di concederlo. E’ questo il momento per la mobilitazione di piazza – insiste Eliana Como – a difesa dei valori di solidarietà, contro il razzismoe la xenofobia. Quando commenti un decreto sulle briciole non puoi glissare sul fatto che questo è un governo che sta respingendo in Libia i naufraghi! La Cgil dovrebbe essere un presidio di democrazia e non legittimare un’operazione di propaganda come quel decreto da parte di un governo biecamente razzista».

Forse per la Cgil è il tempo di una sorta di “supplenza politica”, come già avvenuto in passati più o meno recenti. Eliana Como non entra su questo terreno ma si chiede quale sia l’argine possibile alla deriva di questo paese. «Noi siamo la più grande organizzazione di massa in Italia e il più grande sindacato d’Europa, con una storia che ha le radici nella Resistenza, prima di accompagnare le poltiche di austerità degli ultimi anni, siamo stati un’argine di civiltà, dovremmo assumerci delle responsabilità. Altrimenti chi lo farà? Da qui dovremmo lanciare la mobilitazione per l’autunno, contro la flat tax, contro l’aumento di cinque mesi dell’età pensionabile che scatterà il 1°gennaio e su cui già lo scorso autunno abbiamo rinunciato a scendere in piazza. E questa apertura di credito fatta da Landini, ricordi la cantonata che prese con gli 80 euro di Renzi? non ci serviva».

 

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