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Roma, allo stremo i rifugiati di Scorticabove

I rifugiati di Scorticabove ancora in strada. «Non ce la facciamo più».  A due mesi dallo sgombero il progetto di cohousing in un luogo confiscato alle mafie

ROMA –  Hanno montato dei lunghi teli verdi antipioggia sopra le tende, disposte in fila lungo la via, da due mesi. Era il 5 luglio quando le forze dell’ordine sono entrate nell’immobile di via Scorticabove 151, con l’ordine di  sfratto per i rifugiati del Darfur che da circa 13 anni ci abitavano. Da quel giorno circa cinquanta di loro vivono accampati davanti al centro, alla periferia est della capitale. Stamattina alcuni rappresentanti della comunità dei rifugiati hanno avuto un nuovo incontro con l’assessora alle Casa, Scuola e Comunità solidale, Laura Baldassarre. L’idea, dopo il rifiuto dei posti temporanei per l’accoglienza, è quella di pensare a una soluzione condivisa.

Per ora non sappiamo dove andare, restiamo in strada. Oggi sono due mesi dallo sgombero ma per ora non abbiamo un’alternativa – sottolinea Adambosh, uno dei portavoce -. Stiamo continuando a incontrare con regolarità le istituzioni, in particolare l’assessora Baldassarre, abbiamo anche presentato un nostro progetto che è stato accolto con interesse, però i tempi non sono certi, e nell’attesa restiamo in strada”. Il progetto consiste in una soluzione abitativa di cohousing da realizzare in uno dei beni confiscati alle mafie che si trovano all’inteno del comune di Roma. E che la stessa assessora Baldassare ha più volte indicato come luoghi in cui realizzare spazi per far fronte all’emergenza abitativa. Nel progetto è stata coinvolta anche l’Università Roma 3 e l’associazione Stalker formata da un gruppo di architetti. “Noi siamo stati coinvolti perché ci occupiamo di spazi abbandonati e rigenerazione urbana – sottolinea Lorenzo Romito, architetto e responsabile dell’associazione Stalker -. L’idea è di costruire un ragionamento sugli spazi dismessi, venire incontro alle esigenze del quartiere e delle persone, perché si possa creare un polo propulsivo. Ovviamente le tempistiche sono lunghe”.

“L’assessora apprezza il progetto, ha voluto conoscere la nostra storia e sa quello che abbiamo fatto in questi anni. Quello che abbiamo detto chiaramente è che vogliamo restare insieme, non vogliamo dividerci nei centri di accoglienza. Ci hanno fatto vedere delle strutture ma per noi restano delle soluzioni inaccettabili. – continua Adambosh – Speriamo di arrivare a realizzare il cohousing  ma non sappiamo quando, nel frattempo continuiamo a stare in strada. Siamo preoccupati perché sta arrivando il maltempo – continua -. In queste ultime settimane ha piovuto spesso e ogni volta davanti ai nostri materassii si è formato un lago. Inoltre non abbiamo un bagno, continuaiamo a usare quello del bar all’angolo, tutte le mattine. I proprietari sono gentili, ci conoscono e ci aiutano, ma alla lunga questa situazione inizia a stancare tutti. E noi non ce la facciamo più”.

Dal canto suo, l’assessora Baldassarre invita ancora una volta i rifugiati ad accettare i posti dispponibili nel circuito dell’accoglienza capitolina. “Oggi si è svolto un nuovo incontro del tavolo permanente con la comunità sudanese alla presenza di Unhcr, dell’associazione A buon diritto e di Asia-Usb. L’Avvocatura capitolina sta valutando le progettualita elaborate dalla comunità e dalle associazioni su cui esprimerà un parere che sarà argomento del prossimo incontro del tavolo – sottolinea l’assessora -. La Sala Operativa Sociale di Roma Capitale sta continuando a formulare proposte per l’accoglienza. Ribadiamo l’invito ad accettare l’inserimento, che rappresenta la prima tappa di un percorso più ampio. La Sala Operativa Sociale è presente ogni giorno in via Scorticabove per proporre l’accoglienza e per garantire supporto alle persone”. (ec)

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