giovedì 18 ottobre 2018

Le assaggiatrici, abbuffata al Campiello

Le assaggiatrici, abbuffata al Campiello

Rosella Postorino stravince al Campiello con Le assaggiatrici di Hitler, a scapito di prove più convincenti. Una storia d’amore e amicizia che segna la femminilizzazione della scrittura

Più che un assaggino, è un’abbuffata di voti quella che Rosella Postorino ha fatto. Tale è il distacco col secondo classificato che Le assaggiatrici più che vincere ha stravinto il Campiello 2018. Un anno fortunato, per il libro edito da Feltrinelli che al premio della Confindustria veneta non è arrivato digiuno di riconoscimenti: Pozzale e Rapallo tra i maggiori. E un anno fortunato per la quarantenne scrittrice d’origini calabresi, un’infanzia passata in Liguria e un presente lavorativo capitolino, editor per Einaudi.
Le assaggiatrici fa incetta di premi, piace alla giuria popolare che l’ha stravotato, a scapito degli altri finalisti e di prove letterarie forse più convincenti. Miglior fortuna meritavano Le vite potenziali di Francesco Targhetta (Mondadori), vicenda di tre amici ai tempi della realtà virtuale, staccato di oltre cento voti. Helena Janeczek, già vincente alla Strega, s’è dovuta acconciare a un terzo posto comunque eccellente con La ragazza con la Leica, dove l’onirica eroina antifascista con la macchina fotografica cede giustamente il passo alla prosaica protagonista pronazista delle assaggiatrici. Meritava di più, soprattutto, la mastodontica Galassia dei dementi di Ermanno Cavazzoni (La nave di Teseo), 650 pagine pregne d’un comico horror vacui che ne fa pietra miliare d’un genere poco frequentato come la fantascienza all’italiana. E meritava di più persino l’ultimo arrivato, Davide Orecchio, che ha raccolto un pugno di voti con Mio padre, la rivoluzione (Minimum Fax), racconti tra lo storico e il favolistico ambientati ai tempi di quell’evento ormai radiato pure dagli albi della memoria che fu l’Ottobre sovietico.
Meriti a parte, l’opera racconta una storia poco o niente nota, quella delle assaggiatrici di Hitler raccolte nel paesotto di Gross-Partsch, non distante da Rastenburg, nella Prussia oggi polacca. La Tana del lupo di Hitler, il quartier generale dove soggiornò a tratti dall’invasione all’Urss all’ultimo autunno di guerra. Ispirata alla reale vicenda di Margot Wölk, la protagonista del romanzo, Rosa Sauer, si trova con altre nove donne a dover fungere da assaggiatrice del führer sotto l’occhio vigile delle ss che le controllano. Ad attendere dietro le finestre di casa, quando lui non c’è, sempre a disposizione, un ordine al tempo stesso esiziale e vitale. Pur di mangiare, laddove la maggioranza della popolazione soffre la fame, Rosa accetta di rischiare ogni volta di morire riempiendosi la pancia. Un privilegio che alla maggioranza dei connazionali non è concesso, dovendo morire per il führer e basta. E peggio se Hitler, notoriamente vegetariano e assai parco a tavola, non poteva offrire alle sue assaggiatrici quei manicaretti che avrebbero reso compito e soggiorno più piacevoli. Rosa accoglie questo suo privilegio di malavoglia, senza l’orgoglio che un simile incarico avrebbe richiesto, nella Germania del tempo, intessendo ambigui rapporti con le altre prescelte e soprattutto col comandante del campo.
È in tale ambiguità, nel calarsi e dolersi d’una condizione di vittima e colpevole allo stesso tempo, che sta il nerbo narrativo del romanzo. Oltre che nella rievocazione d’una vicenda poco nota che tanto è piaciuta alla giuria popolare quanto al mercato internazionale. Verrebbe da dire una narrazione che ben si attaglia a un pubblico di buon critica che alla veridicità dei dialoghi e alla verosimiglianza dei fatti preferisce una bella storia d’amore e d’amicizia. E pazienza se anziché in bocca a un fedelissimo di Hitler certe frasi e situazioni potrebbero stare in un caseggiato del Trullo o del Massachusetts. Sono gli scotti che si pagano quando l’editor si mette a scrivere di suo pugno. Ma la confusione dei ruoli è segno dei tempi, chi è senza peccato scagli la prima penna. Quale editor, oggi, non si cimenta con quello che Carver e prima di lui Camon definivano il mestiere di scrivere? A fronte di questo guasto, un peccatuccio ormai veniale, Le assaggiatrici confermano come la scrittura sia divenuta a misura di donna, con storie attente a certe sensibilità e a un pubblico sempre più femminile.
In questa femminilizzazione della scrittura, altro segno dei tempi, il Campiello gioca la sua parte più che degnamente. Minacciando sempre più da presso quella che una volta era l’inavvicinabile vetta dei premi letterari, lo Strega, con autori e vincitori che spesso sopravanzano il valore letterario della kermesse romana. Valeva, lo scorso anno, per L’arminuta della Di Pietrantonio, una spanna sopra Le otto montagne di Cognetti. Vale, per questa cinquantaseiesima edizione, per Le assaggiatrici della Postorino, narrativamente superiore alla Gerda della Janeczek, pur con certi limiti. A conferma dello spessore letterario della nuova leva di autrici calabresi di cui la Postorino è parte. La Calabria, ultima Thule letteraria d’Italia, fa il botto nella Tana del lupo più della bomba scamuffa di Von Stauffenberg.

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