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si fa di carta grazie a te! Arriva
Libro-rivista di racconti, inchieste, riflessioni

Il primo numero, ottimo anche come idea regalo, è già pronto e si intitola Cocktail partigiani. Parole in fondo al bicchiere, un volume di Gabriele Brundo, scrittore-barman genovese corredato da illustrazioni di una dozzina di disegnatori, da un ricettario di cocktail a base di Amaro Partigiano e da alcune riflessioni su produzione e consumo di alcol e letteratura.

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HomemalapoliziaIlaria Cucchi: «Perché Stefano fu spedito a Regina Coeli e non in ospedale?»

Ilaria Cucchi: «Perché Stefano fu spedito a Regina Coeli e non in ospedale?»

Cucchi bis, la testimonianza del medico del tribunale e degli agenti della penitenziaria: «Era evidente che lo avevano pestato»

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«All’udienza di oggi, tra gli altri, ha reso deposizione il dottor Ferri che presta servizio nelle celle di sicurezza del Tribunale di Roma – scrive Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano – dopo aver parlato delle ecchimosi al volto di Stefano quando lo visitò dopo l’udienza di convalida del suo arresto ha descritto il suo dolore alla schiena e la sua difficoltà a camminare. Doveva appoggiarsi al muro per scaricare il peso divenuto insopportabile per la sua povera colonna vertebrale rotta in due punti. Ha parlato con l’espressione in volto apparentemente priva di qualsiasi emozione, quasi con un mezzo sorriso, non di compiacimento per il dolore di mio fratello ma per il proprio ruolo. Quando però il mio avvocato gli ha chiesto cosa avrebbe fatto se si fosse trattato di un suo paziente del suo ambulatorio privato lui ha risposto che “tra gli altri avrebbe ordinato accertamenti radiologici”.  Ma Stefano Cucchi evidentemente non era un suo paziente perché lo ha mandato in carcere. Allora mi chiedo: ma cos’era per lui?».

Non si reggeva in piedi e camminava male. Era evidente che era stato pestato: uno dopo l’altro, nonostante alcuni “non ricordo”, anche i più recalcitranti fra i testi, hanno dovuto ammettere che le Cucchi era davvero malridotto dopo l’arresto, l’interrogatorio e una notte in guardina, ospite dei carabinieri. Cinque di loro sono sotto processo e tre devono rispondere dell’omicidio preterintenzionale di un ragazzo arrestato per droga. Sul banco dei testimoni sono salite nove persone, tutte già sentite nel precedente processo, quello che vedeva imputati sei medici, tre infermieri e tre agenti della Penitenziaria (infermieri e agenti poi assolti in via definitiva, mentre per i medici è in corso il terzo processo d’appello). In aula si è partiti dalla presenza di Cucchi nella caserma dei carabinieri di Tor Sapienza dopo l’arresto, quando le sue condizioni di salute consigliarono l’intervento di un’ambulanza. «Trovai Cucchi dentro una cella poco illuminata. Era disteso sul letto, rivolto verso il muro e coperto fino alla testa. Lo salutai, e mi rispose ‘Non ho bisogno di niente’», ha detto in aula l’infermiere Francesco Ponzo. «Lo vidi in viso per pochi secondi, aveva pupille normali e una ecchimosi nella zona zigomale destra. Gli dissi ‘Vieni con me, andiamo in ospedale. Se hai qualche tipo di problema, poi magari ne parliamo in separata sedè. Per la mia insistenza, lui si irritò. Alla fine risalimmo, prendemmo i dati e andammo via». È stato poi il medico del tribunale di Roma, Giovanni Battista Ferri, a sottolineare come Cucchi, nelle celle della città giudiziaria, «disse di avere dolori alla zona sacrale e agli arti inferiori. Camminava da solo, al massimo appoggiandosi con la mano al muro. Era leggermente curvo, scaricava parte del peso sul muro; chiese un farmaco che prendeva abitualmente. Secondo me le sue erano lesioni da evento traumatico, e dal dolore sembravano lesioni recenti, ma lui rifiutò di farsi visitare». E alla richiesta sul come si fosse procurato quel dolore, la risposta fu «che era caduto dalle scale il giorno precedente». La parte finale dell’udienza di oggi è stata dedicata all’esame degli agenti della Penitenziaria incaricati di portare i detenuti dal tribunale in carcere. «Vidi per la prima volta Cucchialle celle d’uscita. Non si reggeva in piedi, camminava male, in viso era parecchio rosso, aveva segni evidenti di occhiaie profonde – ha detto l’ispettore superiore Antonio La Rosa – Secondo me quel ragazzo aveva avuto qualche problema, secondo la mia esperienza aveva preso qualche schiaffo, qualche pugno. Era evidente che era stato pestato». E, dopo che il giovane chiese se in carcere ci fosse una palestra e disse che quei dolori erano stati causati da una scivolata dalle scale, un altro detenuto intervenne dicendo: ‘Ma quale caduta dalle scale, lui ha avuto un incontro di boxe? solo che lui era il sacco’«. Prima dell’inizio dell’udienza c’è stato un sit-in fuori del tribunale. Un centinaio di persone e diverse associazioni – tra cui il collettivo Sapienza clandestina, Alterego Fabbrica dei diritti e Acad – si sono trovati dietro allo striscione “Sappiamo chi è Stato, con Stefano nel cuore, con il sangue agli occhi”.

 

 

 

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