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Atac, l’unica cosa da liberalizzare è il conflitto sociale

Referendum su Atac: le ragioni del No alla privatizzazione e sei proposte per risolvere il nodo del trasporto pubblico locale 

di Marco Bersani

Domenica 11 novembre i cittadini romani saranno chiamati a pronunciarsi su un referendum consultivo che propone di mettere a gara il servizio di trasporto pubblico locale, attualmente gestito da Atac, Spa del Comune di Roma.

E’ un referendum che, per la natura dei problemi del trasporto pubblico di una città come Roma, travalica l’ambito locale e porta con sé dinamiche generalizzabili a tutte le realtà urbane.

Il servizio attualmente offerto da Atac è indifendibile sotto qualsiasi punto di vista, ed è questa la molla su cui hanno fatto leva i Radicali per proporre la messa a gara dello stesso.

Atac attualmente ha un debito di 1,3 miliardi, 500 milioni dei quali con il Comune di Roma e si trova in una situazione di concordato preventivo, che sarà sottoposto al vaglio dei creditori il 19 dicembre prossimo.

Ma da dove origina il debito di Atac? Dagli sprechi e dalla malagestione dell’azienda, da cui il privato magicamente la ripulirà? Gli sprechi e la malagestione sono una parte del problema e sono il frutto di una consorteria politico-dirigenziale trasversale a tutte le amministrazioni succedutesi in questi anni al governo della città.

Ma il vero problema, rimosso perchè metterebbe in discussione tanto il modello di città quanto l’ideologia liberista, è la trappola del debito.

Roma è una città indebitata, ma ciò che l’audit indipendente, promosso da Decide Roma, ha evidenziato, è che Roma è soprattutto una città sottofinanziata, con un bilancio che, per mantenere i servizi con le attuali entrate, è obbligata a produrre debito.

Questa situazione si riversa sul trasporto pubblico, altrettanto sottofinanziato (il capitale sociale di Atac è di 179 milioni, quello di Atm di Milano è di 700 milioni) e costretto ad operare in una città infinita, dispersa e abusiva, il cui sviluppo urbanistico ha garantito enormi profitti alla rendita fondiaria e immobiliare, e ha scaricato i costi dei servizi (trasporto in primis) sulla collettività.

La gara e la liberalizzazione risolveranno questi problemi? Ovviamente no, e vi aggiungeranno l’interesse privato e relativi profitti, con cui il servizio verrà gestito.

D’altronde, già oggi il 20% del trasporto pubblico della città è gestito da una società privata, Roma Tpl, i cui risultati sono disastrosi sia sotto il profilo del servizio, sia sotto il profilo delle condizioni di lavoro; un servizio tuttavia pagato meglio, che costa 12 milioni in più all’anno alla collettività.

Che fare dunque? Il discorso richiederebbe ben altro spazio, qui ci limitiamo ad elencare, in estrema sintesi, sei proposte: a) aprire un conflitto Comuni-Governo per allargare il Fondo Nazionale Trasporti; b) aprire un conflitto Roma Capitale-Governo per uscire dalla trappola del debito e aumentare i trasferimenti di risorse verso la città; c) chiudere il contratto con Roma Tpl e trasformare Atac in azienda speciale di diritto pubblico; d) finanziare il trasporto pubblico con massicci investimenti su infrastrutture (tram), mezzi e manutenzioni; e) modificare radicalmente la politica del personale interno ad Atac, riducendo drasticamente i ruoli apicali e assumendo autisti e tecnici della manutenzione (oggi in Atac, c’è un’unità amministrativa ogni 5 unità operative!); f) separare la gestione dell’azienda speciale Atac dalla commistione con la politica, attraverso la nomina del Consiglio di Amministrazione da parte di un ente terzo e l’istituzione di un Consiglio di Sorveglianza formato da lavoratori e utenti del trasporto pubblico.

Un percorso lungo, che necessita di cittadini consapevoli e decisi a riappropriarsi di un servizio che appartiene a loro. Un percorso che passa necessariamente per il NO ad un referendum che vuole completare l’esproprio del diritto alla mobilità per tutte e tutti.

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