Salvini e gli infami

Salvini e gli infami

Lettera aperta alla Polizia Postale alla luce delle dichiarazioni del ministro di polizia Salvini

di Francesco “baro” Barilli

Spett.le Polizia postale,

alcune fonti giornalistiche hanno riportato una dichiarazione del Ministro dell’Interno, dopo il tragico attentato di Strasburgo. Secondo tali fonti, l’on. Salvini ha dichiarato: «La nostra Polizia postale è all’avanguardia e sta setacciando la rete per cercare gli infami che festeggiano la morte di qualcun altro».

Che la Polizia postale goda di meritata fama di efficienza è cosa vera e, di questi tempi, tranquillizzante. E sostenere che esultare per la morte di qualcuno sia esecrabile sul piano morale è totalmente condivisibile. Non è a mia conoscenza se tale comportamento sia anche perseguibile penalmente.

E’ chiaro, infatti, che in uno stato di diritto il compito della Magistratura, nonché in generale di tutte le forze di polizia, è perseguire fatti e comportamenti penalmente rilevanti, e non quelli che – seppure detestabili – non costituiscono reato. Va da sé che il Ministro Salvini è rappresentante dello Stato e delle Leggi, a cominciare dalla Costituzione sulla quale ha prestato giuramento. Pertanto, trovo ragionevole supporre che la sua frase abbia fondamenti legali: un simile reato forse esiste, oppure è intenzione operare affinché venga inserito nel nostro ordinamento. In tale caso, sarà in futuro vostro compito perseguire quei comportamenti che, da semplici scorrettezze etiche che già ora incontrano o dovrebbero incontrare unanime riprovazione, diverrebbero giuridicamente rilevanti.

Fermo restando il dubbio se l’azione penale sia già ora attivabile, a titolo di collaborazione segnalo che, proprio sul profilo Facebook del Ministro Salvini, si possono trovare (beninteso: NON nelle dichiarazioni del Ministro, ma fra i commenti ai suoi post) molteplici affermazioni che andrebbero, in tale contesto, perseguite.

Per evitare fin d’ora fraintendimenti, sottolineo che è persino banale affermare che il Ministro non può certo avere il tempo di “moderare” i commenti sulla propria pagina Facebook. Sarebbe addirittura paradossale che un rappresentante delle Istituzioni dedicasse tempo a una simile attività, sottraendolo al proprio lavoro a servizio dei cittadini. E, peraltro, è ancora più banale ricordare che anche sui cosiddetti “social” la responsabilità, morale o penale che sia, di un’affermazione è in capo innanzitutto a chi la formula, e di certo non ricade su chi non può avere il tempo materiale per leggere e vagliare centinaia di commenti.

So di chiedere alla Polizia postale un lavoro impegnativo, ma comunque non impossibile viste le sue competenze (ricordate dall’on. Salvini e da me, come già detto, riconosciute). Basterà l’impegno di un paio di giornate, facendo scorrere a ritroso la già menzionata pagina Facebook. Consiglio di soffermarsi, magari, sui post in cui si ricordano naufragi di migranti nel Mare Mediterraneo, su quelli che commentavano l’attività dell’on. Laura Boldrini all’epoca in cui questa era Presidente della Camera, quelli in cui si criticavano due studentesse per un cartello offensivo verso l’attuale vice premier e altro ancora.

Si troveranno facilmente, a seconda della specifica situazione, auguri di stupri o morte, accanto a manifestazioni di gioia verso poveri affogati.

Tutte cose, s’intende, che certamente NON rispecchiano il pensiero dell’autorevole titolare della pagina Facebook in questione. Credo, anzi, che una simile opera di ricerca andrebbe proprio nella direzione auspicata dall’interessato (e, per quel che conta, da me condivisa) di perseguire “gli infami che festeggiano la morte di qualcun altro”.

Infine, voglio ricordare quegli agenti che, nell’ormai lontano luglio 2001, commentavano le giornate di Genova e la morte di Carlo Giuliani con un (testuale) “Speriamo che muoiano tutti. Tanto uno, vabbè… Uno a zero per noi…”. Se la memoria non m’inganna, i protagonisti del colloquio (registrato e finito nei carteggi processuali delle vicende genovesi) furono individuati e, credo, soggetti ad azioni disciplinari. Sarebbe interessante sapere se quelle loro chiacchiere ricadrebbero oggi nella fattispecie giuridica come sopra evidenziata. Temo, però, che su quella “chiacchierata” del 2001, anche qualora costituisse reato, in ogni caso sarebbe già scattata la prescrizione penale (quella della memoria, comunemente chiamata oblio, sembra tristemente attiva da tempo, anche se non per me).

 

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