L’Aquila, il boato dentro. La cronaca della fine del mondo…

L’Aquila, il boato dentro. La cronaca della fine del mondo…

… e dei primi giorni dopo il terremoto delle 3.32 del 6 aprile di dieci anni fa. Gli articoli dell’epoca di uno degli inviati di Liberazione

All’epoca lavoravo a Liberazione, il quotidiano del Prc.  L’Aquila è la città in cui sono nate mia madre e molte delle persone più care della mia vita. Anzi mia madre è nata a Camarda, la frazione in cui misero le tende le Brigate di solidarietà attiva, compagne/i straordinari. L’Aquila è il luogo della mia educazione sentimentale. Pochi minuti dopo le 3 e 32 mi svegliò uno dei miei fratelli che vive in un comune del cratere. Partimmo quasi immediatamente con Vincenzo Tersigni e Stefano Montesi, fotografi e amici. Ho vissuto quei giorni mangiando e dormendo in macchina o in un camping di Borgorose messo a disposizione dei  paesani sfollati.  Queste sono le mie cronache dei primi giorni (non ero il solo inviato del giornale in quei giorni), quando la terra ancora tremava, venivano alla luce le magagne di una classe imprenditoriale e politica indegna e iniziava a prendere forma quella pratica di mutualismo conflittuale delle Brigate di solidarietà attiva. Poi sarebbero venute le pagliacciate di Berlusconi, il dirottamento del G8 nella città disastrata, la resistenza del 3e32 e di Epicentro solidale e il miraggio della ricostruzione.

Lunedì 6 aprile 2009

La fine del mondo sta negli occhi smarriti e stravolti di gente in cappotto e pigiama e in mezzo alla strada, nelle colonne di ambulanze, in un mucchio di macerie alto tre metri che un attimo prima era un palazzo di quattro piani. La notte è più buia in diversi quartieri perché la luce è stata la prima a saltare. Sono stati i display dei telefonini a rischiarare i metri che mancavano alla salvezza, a scavalcare armadi e cose di casa rovinate a terra, ad arrivare lontani dai cornicioni, magari in Piazza Duomo o alla Villa comunale. Luciana Ruggeri, ex operaia Siemens, ripercorre quei nove secondi infiniti che hanno distrutto il quartiere dove è nata e dove vive da sempre. E’ salva e con lei Miriana e Valeria, le figlie. Ma accanto a casa sua il mondo s’è sbriciolato. Tute di diverso colore, già tutte impolverate, scavano e chiedono silenzio per identificare da dove arriva la richiesta d’aiuto dentro quel macello. Dopo un po’ tirano fuori Mariella, una quarantina d’anni, sta bene, solo impolverata e un po’ ammaccata. Le tute di tutti i colori applaudono, si danno coraggio, ma ci sono almeno altre due persone là sotto, una, giovanissima, non ce la farà. Si sobbalza a ogni vibrazione. Una ragazza guarda la scena. E’ scalza, in pigiama e con un personal computer in grembo.

Via Venti Settembre attraversa L’Aquila da est a Ovest e mostra tutti gli orrori di un sisma così forte da piegare i ponti dell’autostrada, risucchiare palazzine, squartare chiese, bucare, sventrare, afflosciare, non si salva nulla: il tribunale, le case dell’Ina, la sede dell’Anas, la redazione del Centro, l’ex Inam, i gioielli barocchi della città federiciana. Nulla è come prima. Quasi sei gradi Richter declinano come gli pare il passaggio come farebbe una bomba. La fine del mondo è cominciata alle tre e mezza della notte. Gli scampati la rivivono a ogni scossa di assestamento, saranno decine, ogni volta che abbracciano un parente che è riuscito a rintracciarli. Ogni volta la stessa attesa dell’ultimo boato, più forte di quello che ha aperto voragini sui tetti e sulle strade, scaraventato balconi e sparecchiato tetti, disegnato crepe profonde dentro e fuori le pareti, lasciando una frattura perfino sul ponte dei suicidi come lo chiamano qui da quando. Macchine deformate o soltanto coperte con quella coltre di polvere spessa, come un dopobomba, macchine aggrovigliate con le case, ti ricordi di Grouund Zero? Macchine in bilico sulle voragini oppure già inghiottite dalla terra, trame di tubi scoperti e piegati.

«Allora quatrà!», quatrano vuol dire ragazzo, i soccorritori si fanno forza. Scavano con le mani, con le piccozze da alpinista, scavano in pigiama prima ancora che arrivino le tute di tutti i colori di esercito, polizie, pompieri, forestale, soccorso alpino, vigili e protezione civile. Scavano in Piazzetta S.Andrea, sotto a Ferella, alla Villetta. Imprecano per le pale e i picconi che tardano. «C’è nessuno?», urlano i pompieri prima di andare avanti con le braccia meccaniche dei cingolati. E quando Fabio, 22 anni, tira fuori la neonata morta sente che è troppo. «Ci stanno troppi sassi, è troppo pesante».

Il casino di ruspe e frullini, ambulanze che sfrecciano lascia il posto al silenzio più irreale nei gruppi di anziani trascinati dalle inservienti della casa di riposo del Vicolaccio fino al Duomo. Stanno mute le viuzze medievali, rotte da barricate involontarie di detriti, tace il corso con le merci squinternate nelle vetrine sconnesse. Si sente solo l’acqua che scroscia dai tubi rotti e la puzza di gas vicino a una palazzina di due piani di cui è restata solo la facciata. La Prefettura non esiste più, è crollata con buona parte della città. Lo strazio più feroce sta nei quartieri nuovi dove sono venute giù le palazzine issate da palazzinari furbi, cresciuti all’ombra della Balena Bianca. Furbi e assassini: la casa dello studente in via XX settembre è stata risucchiata per un quarto nel sottosuolo e rivela squarci di stanze con i loro manifesti, scaffali e tracce di cemento armato scadente. Quasi sei gradi Richter non dovrebbero intaccare il cemento armato, se fatto a regola d’arte, spiega Ismail Mohades, iraniano da trent’anni a L’Aquila. E’ diventato ingegnere vivendo proprio in quello studentato. Uno degli occupanti di oggi, giovanissimo ingegnere teramano, aveva visto quelle crepe ma pensava che avessero inciso solo i tramezzi. La macchina dei soccorsi, vista da qui, pare vacillare: le coperte dell’esercito sono state distribuite solo dopo quattr’ore ai fuorisede sfollati e non si trova nessuno a dare disposizioni precise per sgombrare le strade. La coperta è la divisa del loro immenso dolore. Osservano con gli occhi sfiniti dal pianto le ruspe che frugano nella loro vita. Alcuni di loro non ce l’hanno fatta a divincolarsi dalla morsa della fine del mondo, li tireranno fuori con lentezza esasperante. Dando le spalle alle macerie, gli inviati dei tg si sistemano per i collegamenti della sera, i più importanti, la polizia scientifica fa i rilievi del caso, il conto dei morti supera il centinaio ed è destinato a crescere, come avverte Bertolaso che ha accompagnato Berlusconi a un sopralluogo in elicottero. Intanto, al tramonto, sulle cinque aree verdi scelte per le tendopoli degli sfollati incomincia a piovere. Un’altra scossa avverte che non è ancora finita. I tuoni somigliano al boato del sisma. Inizia un’altra notte di paura.

Pierre è ivoriano come i sette otto giovani adulti che lo circondano. Fa un gesto secco, ampio, con la sinistra che ruota e si abbatte sulla mano destra per dire che la casa dove abitava con il gruppo non esiste più. Non fosse per questa catastrofe, gli otto avrebbero l’aria di godersi il sole su Piazza d’Armi, uno dei cinque spazi verdi messi a disposizione per gli sfollati. Unici luoghi dove trovare un pasto caldo, acqua, frutta. Al tempo della leva obbligatoria, qui si facevano le esercitazioni coi carrarmati. Ora è uno spazio per l’atletica. Da ieri è una tendopoli o dovrebbe esserlo visto che, al tramonto, le tende blu della protezione civile non arrivavano a venti. Conti semplici: sei-otto brande ogni capanna, hai voglia a riparare sfollati a quattro zeri. Le prime a trovare posto sono quelle donne anziane sfrattate dal sisma dalla loro casa di riposo. Qualcuno ha preso loro i nominativi e ora aspettano in fila. Ma Piazza d’Armi parla tutti i dialetti delle diaspore. Se nei nove secondi di terrore sembravano scomparse, le differenze sociali, sembravano polverizzate assieme alle suppellettili scompaginate, ricrescono con le ore. Qualcuno andrà nella seconda casa, altri da parenti e sono tantissimi, tra quelli senza seconde case e senza reti solidali, a essere migranti. Slavi, maghrebini, latinos, filippini, bangladesi. Se ne stanno a piccoli gruppi a volte sotto ripari improvvisati con un telo che copre un cerchio di valige. Quanto durerà questa fine del mondo? Quando si potrà tornare a casa e ricominciare a lavorare? Sono domande che vengono formultate in tutte le lingue di Asia. Africa e Europa.

Razel Jane ha solo sei mesi, dice sua madre Anna che stanotte non s’è accorta di nulla, ma il segno rosso sul viso della bambina tradisce lo sforzo della giovane mamma per fare da scudo mentre la stanza ondeggiava con un cuscino sia a Razel che ad Alyssa Antoinette, 4 anni. Non ha pianto, dice, ma ha avuto paura. Sua nonna è orgogliosa di queste tre generazioni di filippine trapiantate a L’Aquila. Lei ha salvato il signore di 92 anni cui fa da badante. E stanotte, in 7, si spartiranno due brande in una delle tende. Da qui, grazie a un muro squarciato, si vede l’interno del soggiorno della loro casa. Tania, russa di mezz’età, chiede sigarette a chiunque, merce rarissima da ieri a L’Aquila. La sua casa, nel centro storico,  «scricchiola e trema», l’hanno evacuata, «io cuore così!». Ma ci sono anche famiglie italiane restate più sole quando il mondo è crollato su L’Aquila.

Martedì 7 aprile 2009

La terra ballonzola senza soluzione di continuità. Una sorta di sisma a bassa intensità che si sente solo sotto i piedi, può durare mezz’ora. Per due volte, ieri notte e in tarda mattinata, ha tremato più forte. E ancora due case sono venute giù, a Pettino, periferia est dell’Aquila. Proprio mentre in città si registrano i primi segni di vita: un tabaccaio aperto, qualcuno che sfoglia un giornale preso chissà dove, un supermercato che funziona, peccato non ci sia nulla per cucinare, un bar ma che non fa il caffè per via dell’acqua che non arriva. Al posto dei vecchi quartieri, ormai spettrali, transennati, barricati da macerie, ci sono nuovi quartieri fatti di macchine in cerchio nei piazzali delle fabbriche vuote, o degli ipermercati resi inutili, nelle rotatorie, davanti al camposanto. E, naturalmente, nelle aree attrezzate dentro e fuori città: campi sportivi, piazzali di caserme. Una nuova cordialità dolente e impaurita che ha preso il posto del tran-tran quotidiano anche nei comuni a decine di chilometri da qui dove il terremoto s’è sentito e si sente anche se non ha quasi lasciato tracce. Ma la paura si allea con i mezzi di comunicazione di massa e il panico diffonde per sms la falsa notizia dell’allerta per un imminente scossa grossa. Oltre ai settantamila sfollati ci sono centinaia di migliaia di persone che dormono da tre notti in macchina o in tende montate nei giardini di casa.

Paganica e Tempéra sono cittadine attaccate l’una all’altra. I giganteschi silos del polistirolo di una fabbrica brillano lucidi ma scompaginati come birilli. Solo il ronzio di qualche macchinario anima quella che è una fabbrica fantasma. L’orologio di Piazza Umberto I è fermo sulle tre e quaranta. L’ora della fine del mondo. Dopo la riparazione del tubo mastro, che aveva allagato Tempéra, l’acqua ha ripreso a scorrere nei rubinetti dei due paesi quasi cancellati dal sisma: una linea profonda sul terreno e sulla strada sembra indicare la direzione dell’onda maligna, da nord verso sud.

Piano Peppe è il nome di uno dei nuovi quartieri informali di Tempéra: in poche ore sono spuntate una quarantina di tende blu della protezione civile e, prima di loro, quattro tende bianche, anonime, sfornavano centinaia di piatti di pasta destinati anche a uno dei campi cittadini. E’ la cucina popolare Giuseppe Garibaldi «che unisce nord e sud in senso solidaristico», dice a Liberazione, Francesco Piobbichi, del dipartimento Partito sociale di Rifondazione, prima forza politica a mettere a disposizione pratiche, strumenti e persone per un’operazione concreta, come già fanno i gap col pane a un euro. L’idea è stata semplice: è bastato prendere i materiali della festa di Liberazione, un paio di cuochi come Ugo e Cristiano, che cucina per professione in un asilo nido alla Garbatella, e partire per L’Aquila a poche ore dal disastro. A complicare il quadro è stata la confusione all’arrivo, così ci raccontano Gennaro, Emiliano e altri militanti – con la protezione civile che li ha lasciati senza indicazioni per quasi cinque ore. Ma all’una di ieri la cucina Garibaldi era a pieno regime col primo pasto caldo, da tre giorni in qua, per gente stremata. E i cellulari squillavano in continuazione: erano altri compagni che rispondevano all’appello, pronti a partire o a fare da supporto dai territori. Ieri erano una ventina, oggi il doppio ma la lista di chi s’è reso disponibile per il ponte di pasqua supera i 400 nomi. Pasta al sugo a mezzogiorno, pasta e fagioli la sera. Domattina ci sarà latte caldo. A pochi metri c’è il camper attrezzato per i bambini e per alloggiare i più bisognosi. «L’ha “requisito”, a Pescara, il Prc abruzzese che sta anche organizzando l’accoglienza degli sfollati sul litorale – spiega il segretario avezzanese Marco Riccardi – c’è anche un conto corrente della federazione di Pescara. «I partiti comunisti, quando fanno il loro lavoro, si rivelano utili, ecco cos’è il partito sociale», spiega Piobbichi mentre appronta le linee guida per una seconda mensa popolare che aprirà entro poche ore dalla chiusura di questo articolo. Tende e cucine, illuminate in serata da una torre faro della protezione civile, svolgono la funzione primaria di non disperdere una comunità privata delle proprie radici. Chi arriva, spesso, vuole ancora raccontare i venti secondi che hanno sconvolto il paese. Case di mille anni sbricolate per sempre. Giuseppe Alfonsetti, 80 anni metà dei quali passati al manicomio di Collemaggio, come infermiere, ha la pelle d’oca e le lacrime agli occhi. «Queste case avevano retto anche al terremoto del ’57 – racconta – che, in confronto a questo era una “trettecata” (un tremolìo, ndr)». Come lui sono in tanti, ringraziano e piangono e raccontanto ancora la foschia di polvere che s’è alzata sotto la luna bassa nella notte della domenica delle Palme. A volte questa gente si vergogna: «Non dovete vergognarvi di dirci cosa vi serve – dice un’operatrice mentre prende nota delle necessità di una famiglia rumena – siamo tutti rimasti senza niente». Giovani comunisti e scout lavorano fianco a fianco a Piano Peppe. In 17 sono arrivati dal Veneto, altrettanti dal teramano: sono capi che fanno parte della lista Epc (Emergenza protezione civile), alcuni sono reduci da disastri come Sarno, Colfiorito o da esperienze di animazione post-conflitto. Manuel, ad esempio, va e viene da Sarajevo. La prima fase è tutta dedicata alle urgenze, poi verrà il momento di attrezzare scuole da campo per coinvolgere i bambini. Nei campi dell’aquilano si aggirano anche occupanti del Forte Prenestino, oggi arriveranno dai centri sociali napoletani, i collettivi della Sapienza hanno lanciato un progetto di ospitalità e lavoreranno col social forum abruzzese. In tutta Italia i centri servizi per il volontariato stanno pensando di lanciare una campagna per adottare i borghi e ieri, sotto l’impulso del Cesv romano, 600 donne marsicane hanno preparato il pane che è stato distribuito nei rioni disastrati dell’Aquila.

Mercoledì 8 aprile 2009

Un tavolo: la Provincia è un tavolo, il Comune è un tavolo. Proprio un tavolo. Perché tutti gli edifici istituzionali sono inagibili; sbriciolati come il Palazzo del governo, la prefettura, Palazzo Margherita, il municipio, oppure lesionati così tanto che non è stato possibile neppure salire a mettere in salvo qualche carta. Allora Comune e Provincia sono un tavolo in mezzo a decine di tavoli nel palazzo dello sport della scuola della Guardia di finanza, quella da cui parla Berlusconi quando piomba in città. I comitati di crisi si riuniscono in questa gigantesca sala operativa piena di carte e mappe e computer, volontari e professionisti pianificano da qui le operazioni di soccorso. E qui le istituzioni provano a monitorare, e a progettare, parola quanto mai difficile da pronunciare. Anche perché Bertolaso, che ieri accompagnava Bossi e Calderoli in tournée al Sud, di fatto è un viceré. E sta per essere emanato il decreto legge che nominerà il commissario straordinario per la ricostruzione. Sarà lui, capo assoluto della protezione civile con alle spalle la militarizzazione di Napoli e le vicende poco chiare della gestione dei rifiuti? Oppure sarà l’erede della dc teramana, Gianni Chiodi, ex sindaco, successore di Del Turco alle regionali di dicembre?

Per ora è più appassionante risolvere dilemmi come quello che assilla 28760 pensionati aquilani che riscuotono ogni mese la pensione in banca. Come faranno? E’ uno dei nodi che prova a sciogliere un gruppo di tecnici e politici sistemati su alcune sedie in circolo a un angolo del palazzetto dello sport.

Centinaia le auto blu dentro e fuori la caserma divenuta epicentro istituzionale e operativo dopo il crash del sistema. E’ qui che il cronista rientra dopo l’ennesimo giro di perlustrazione dell’assessore all’edilizia scolastica della provincia. Benedetto Di Pietro, 55 anni, di professione insegnante di filosofia precario, si occupa di tutte le scuole superiori, della viabilità e dei ponti e del patrimonio immobiliare dell’ente locale. Di asili e altri tipi di scuole si occupa il comune che ha pure un patrimonio edilizio ben più diffuso. Il quadro generale in cui si muovono le istituzioni è segnato dall’«ostentazione della presenza di Berlusconi. Si potrebbero fare tante cose anche senza questo eccesso di presenza», spiega Di Benedetto (Rifondazione comunista). La gestione spettacolare è argomento di discussione margionale, in queste ore d’emergenza, ma è chiaro che è un atteggiamento proteso verso le europee e le amministrative. Inquieta l’ipotesi delle new town, il destino delle città. «Dovrebbero deciderlo gli aquilani – sbotta l’assessore – saremo indisponibili a una nuova colonizzazione». Chiede il cronista se esiste il rischio di infiltrazioni mafiose nei meccanismi della ricostruzione. Segnali inquietanti della penetrazione della camorra sono emersi dalle recenti inchieste e dagli attentati a Libera nella vicinissima Marsica. «Abbiamo chiesto che sia istituito un comitato di verifica della trasparenza sugli incarichi per la ricostruzione vista la fragilità diffusa del tessuto morale». La primissima emergenza, viene spiegato, è quella di far ripartire gli uffici, si susseguono le riunioni sulle ipotesi di riattivazione dei servizi. Poi sarà la volta della riapertura delle scuole. «Quando accadrà sarà un elemento concreto di rinascita», continua l’assessore che ha appena concordato con la provincia di Roma alcune forme di solidarietà sintetizzabili nella formula “Adotta una scuola”. Si tratta, tra l’altro, della possibilità di raccogliere finanziamenti finalizati, fuori dal generale calderone di aiuti. Intanto, oggi verrà la ministra Gelmini, con la quale ci sarà una riunione di lavoro per capire subito dove piazzare le tensostrutture dove gli studenti aquilani termineranno l’anno scolastico. Nessuno, per ora, azzarda una data. Le ricognizioni sul patrimonio provinciale sono sconfortanti: forse è irrecuperabile il Convitto nazionale, sotto i Portici, crollato in parte il Conservatorio che aveva trovato posto nell’ex manicomio di Collemaggio, gravemente lesionato il liceo classico a Palazzo Quinzi, così pure la biblioteca dei Portici. Scoppiati solo i tramezzi, pare, nelle più moderne strutture di cemento armato. Pochi danni solo all’Accademia delle Belle Arti che s’era trasferita dal centro alla frazione di Pettino. Ma il terremoto della notte della domenica delle Palme è piombato su scuole dove, dal 2004, le finanziarie nazionali non spedivano una lira. Con alcuni esperimenti di risparmio e reinvestimento, la provincia aveva appena abolito le barriere architettoniche e messo a norma gli impianti. Dopo il primo sciame sismico del 30 marzo, il sindaco Cialente aveva disposto la chiusura delle scuole di due giorni ed erano subito partite le verifiche. Tutto inutile. La città che si avvia a trascorrere la quarta notte dopo la fine del mondo contava molto sul giro di soldi dei ventimila studenti fuorisede. Il prestigio delle facoltà antichissime è stato lordato dallo scandalo della casa dello studente venuta giù alla prima scossa svelando la trama di armature scadenti, figlie dell’eterna tangentopoli abruzzese.

Giovedì 9 aprile 2009

<Uscettero e si recontettero>, uscirono e si ricontarono, scrisse nel 1468 il poeta aquilano Buccio da Rainaldo, all’indomani di un terremoto che, per i sismologi, è la fotocopia di questo.

Per chi suona la campana? Come tutti i paesi della zona anche Camarda è deserto. Quattordici chilometri a est dell’Aquila in direzione del Gran Sasso arrampicata da mille anni e più su un pizzo che domina la valle. Il Castello del Quattrocento è solo un dente di sassi che domina sulla polvere e sul fossato che serviva a far sciogliere la neve. Ora la parte più antica è un cumulo di macerie su cui si aggirano cuccioli di gatto e cani che bivaccano sugli zerbini. I cinquecento abitanti si sono riversati ai piedi del colle. La campana che suona è un segno dello spopolamento, anziché della vita. Da decenni i borghi come questo non hanno campanari rimpiazzati da marchingegni elettrici che rintoccano anche nel deserto di questi giorni. Non è morto nessuno ma sono tutti senza casa, terremotati quasi di serie B, che si sono dovuti arrangiare fino a ieri nelle automobili o in un paio di corriere dell’Arpa. Canta anche un gallo mentre il cronista raccoglie l’ennesimo racconto corale della grande fuga della notte della domenica delle Palme. Solo la signora più anziana del paese, 101 anni, non sembra accorgersi del disastro e dei ritardi di una macchina dei soccorsi imponente che comunque si sta dispiegando. Solo ieri sono arrivate le tende ma sono state montate per sbaglio troppo vicino al torrente dove di giorno sono troppe le zanzare e di notte più forte la percezione del freddo. Il titolo a dieci colonne, cubitale, della testata regionale, semina lo sconforto: le scosse, si dice, potrebbero durare anche cinque mesi. Dopo aver raccontato, a loro volta chiedono notizie di prima mano dall’Aquila, chiedono ai cronisti se hanno visto i monumenti, se è vero quello che si vede in televisione, ce n’è sempe una accesa in qualche angolo. E da cinque giorni non parla che di loro, abituati a vivere all’ombra del Gran Sasso lontani dal clamore, in una quiete apparente rotta solo dalle visite di Giovanni Paolo II che ha seminato lapidi e nominato luoghi tra qui e la vetta più alta degli Appennini che ora mostra i segni di una slavina gigantesca. Qualcuno dice che risalga alle prime nevi, qualcun altro la assegna all’irrefrenabile sciame sismico che imperversava prima della grande scossa, della fine del mondo.

A sei chilometri, sull’altro versante della valle, c’è Filetto, 300 abitanti, tutti sfollati ma con meno rovine. Ieri il primo pasto caldo che condividono con i cronisti, prima guardati con sospetto – ogni sconosciuto può essere uno sciacallo, poi accettati come ospiti anche in circostanze come queste. Le madri, soprattutto, si affollano attorno alla farmacia mobile della croce rossa: a modo suo, l’emergenza rivela un’abbondanza di mezzi e risorse, non sempre razionalmente distribuite. Gli anziani mangiano pastasciutta in bianco seduti sul ciglio della strada come a una sagra, come un tempo nelle soste del tratturo, che dal Gran Sasso, passava da qui verso Foggia. L’unico morto del paese è un anziano morto di infarto nello sconquasso dell’ospedale dell’Aquila, opera interminabile nello stile della tangentopoli locale. Oltre alle questioni sulla ricostruzione le notizie più veloci sono quelle relative agli sciacalli. Poco dopo mezzogiorno, i carabinieri scopriranno, a Paganica, un covo di presunti sciacalli pieno di picconi, cesoie, trapani, giraviti e altri attrrezzi.

Le storie si somigliano tutte: ognuno è fuggito con la cosa più preziosa che aveva, chi gli occhiali, chi il cappotto o il cellulare. “Randagio”, è un soprannome, ha pensato a prendere i suoi 30 grammi d’erba.

Un esperto del soccorso alpino teme il crollo dei sentieri. Di certo sembra che dal Gran Sasso sia venuto giù il Vallone delle Cornacchie. Per ora il controllo del vastissimo territorio montano è un problema secondario e impossibile. La strada per Campo Imperatore è interrotta alla base della Funivia, a Montecristo. Evacuato anche l’albergo di Campo Imperatore, dove fu tenuto agli arresti il duce all’indomani del 25 luglio e dove atterrò Otto Skorzeny per portarlo a Berlino. C’è neve e anche le notizie arrivano con il contagocce: si sa, ad esempio, che la torre di Santo Stefano di Sessanio non c’è più. Dall’altra parte ci sarebbero problemi al Lago di Campotosto, dove s’è abbassato il livello delle acque, ma l’Enel rasicura sulla tenuta della diga.

Onna, in fondo a questa valle, è un cumulo di macerie, avvolto dal cellophane rosso e bianco e presidiato dalla forestale. I mezzi delle troupe sono allineati di fronte a un surreale parcheggio di auto schiacciate dai macigni ancora piene di macerie. Un biliardino, un termosifone, un ciuccio da bambino spuntano dai grovigli informi.

Le fabbriche almeno fino a martedì non riapriranno neppure gli uffici. L’accoglienza e il soccorso hanno assorbito anche le organizzazioni ambientaliste che presidiano il territorio contro inquinamenti e speculazioni. Il Wwf ha messo a disposizione dei fuggiaschi le Oasi delle Gole del Sagittario, di Penne, Recanati, della Cascata di Rio Verde.

A L’Aquila, intanto, inizia il primo giovedì sera senza universitari, 24mila di fronte a 70mila abitanti. Era questa la sera più animata della movida. Chissà se e quando ritorneranno.

Venerdì 10 aprile 2009

Gli aquilani non pagheranno, per un po’, il pedaggio dell’autostrada dei Parchi. Non avrebbero dovuto pagarlo mai, contratto mai rispettato, come pegno per i danni idrogeologici (a Vicenza, per il Dal Molin, si chiamerebbe compensazione) del traforo del Gran Sasso. Quelle canne nella montagna causarono due colpi d’acqua da questa e da quella parte che solo per miracolo non causarono una strage Vajont style. Metà della più grande riserva idrica d’Europa andò dispersa per sempre. Il giovane ingegnere che guidava i lavori si rese irreperebile finché non furono calme le acque. Si chiamava Lunardi. Irreperibili anche i palazzinari aquilani, in questi giorni, mentre la sabbia e il cemento armato scadente affiorano dalle macerie aquilane. Erano anni che veniva reclamata la demolizione dello studentato, ma era stato detto alle organizzazioni studentesche che la ristrutturazione (uffici al posto dei garage) aveva messo tutto a posto). Oggi Adsu e Regione si rimpallano la proprietà. Ad avere ragione sarebbe l’azienda per il diritto allo studio. Chi ha assistito, straziato, alle operazioni di scavo conferma che nemmeno è mai stata fatta una prova di evacuazione dopo mesi di sciame sismico. Così come era stato detto alle associazioni che reclamavano gli spazi dismessi della scuola De Amicis che era pericolante. Ora lo studentato è la tomba che tutto il mondo conosce e la De Amicis è restata in piedi a fianco della Basilica di S.Bernardino.

A notte fonda il governatore berlusconiano, Gianni Chiodi, si aggira per i campi e tenta di convincere le persone che lo interrogano che quella città non c’è più. Le conseguenze le trae il suo potente sponsor, Berlusconi, che rilancia su L’Aquila-Fiori, l’espulsione dei giovani in nuovi quartieri ghetto. Massimo Cialente, sindaco di L’Aquila pensa soprattutto alla fase due, al consolidamento delle tendopoli, «poi – spiega a Liberazione – ci sarà una fase di medio lungo periodo di trattativa con governo e Ue per una normazione che consenta di trattenere gli investimenti che, se no, potrebbero fuggire…». Ma è un fatto che il braccio di ferro sia su new town/new old town e su chi dovrà progettare e gestire la ricostruzione. «La gente mi chiede di ricostruire la città così com’era, casomai sono da ridisegnare le periferie». «Una nuova vecchia città – conferma Giovanni Lolli, unico deputato aquilano, del Pd – la città che avevamo». Perciò comuni e provincia dovrebbero avere un ruolo centrale e il governo quello di erogare risorse e controllare sul loro impiego. Dovrebbero perché il modello urbanistico sottintende un modello di governance più o meno infiltrabile dall’economia criminale che, qui a L’Aquila, ha dato chiari segni di vitalità nel novembre scorso con l’attentato incendiario a Palazzo Margherita, la sede del comune. Cialente ha chiesto misure precise al Prefetto, il procuratore distrettuale, Alfredo Rossini, è già in contatto con la procura nazionale antimafia perché è chiaro che la ricostruzione «potrebbe attivare gli appetiti mafiosi». L’inchiesta è aperta, conferma Rossini che però non precisa le ipotesi di reato e sui fascicoli non c’è alcun nome. Ma, guardandosi intorno, nell’area nord della città, a Preturo, gli stessi abitanti delle case popolari mostrano al cronista come si sbriciola quello che doveva essere cemento. In Via Aldo Moro, i piani sono collassati, una ragazza dice di essersi salvata per miracolo perché era scappata dopo aver visto un topo: i pilastri hanno ceduto. Un giovane ingegnere spiega che in una struttura tutto può crollare tranne i pilastri. Indica il cemento e gli pare pessimo. Il palazzo ha 27 anni appena. Il primo piano ha schiacciato il garage. Non c’è l’attacco tra pilastro e casa. Qualcuno non ha controllato. Sull’ala non crollata si vedono 12 tondini nell’armatura, tra le macerie ci sono quattro tondini di acciaio. Lì vicino ci sono palazzi costruiti, dicono i sopravvissuti, dal presidente dell’associazione costruttori. Sono collassati allo stesso modo, la lamiera dei garage è piegata a libretto. C’è un mercato parallelo, confessa un architetto, a sua volta sfollato: «Ti chiedono se li vuoi pessimi, discreti o buoni, in gergo terza, seconda o prima categoria». Poco più avanti transita la grande incompiuta aquilana. Anzi no: ci sono solo i binari della metropolitana di superficie costata già milioni di euro. La grande struttura di ferro doveva essere la rimessa dei tram.

Dalle periferie continua lo stillicidio di segnalazioni sul disordine dei soccorsi. Più si è lontano dagli obiettivi delle telecamere (i campi di città ne sono assediati) tanto più i soccorsi arrivano a singhiozzo. Accade a Poggio Picenze, 1062 abitanti per un paese distrutto al 94%. % i morti. Solo nel pomeriggio sono arrivate le roulotte della protezione civile campana. Non c’è nessuno a cui rivolgersi. Qualcuno dice: «Non abbiamo nulla da darvi da mangiare». Nella vicina Picenze, più piccola, sembra andare meglio. La Croce bianca piemontese e il medico di famiglia che gira in camper. La situazione più difficile è nelle campagne, nelle case coloniche, nelle baracche dove pastori e braccianti stranieri vivono isolati, invisibili anche ora. Anche le macerie del centro potrebbero riservare scoperte macabre. Scantinati e seminterrati erano affittati al nero a migranti ammassati come bestie. Centinaia di persone che non risultano all’anagrafe e nemmeno tra i dispersi. Certo, i padroni di casa non ne denunceranno la scomparsa. Non esistevano da vivi. Figurarsi da morti.

Sabato 11 aprile 2009

Non si può dire c’era una volta per raccontare la storia di come siamo giunti a questo punto. Si deve dire deregulation.

A Davide Centofanti servivano sei crediti «altrimenti chi mi paga l’università?», aveva detto a sua zia Antonietta. Così era restato a studiare Ingegneria gestionale nella casa dello studente di via XX Settembre che gl’è crollata addosso la notte della domenica delle Palme. A Vasto, sua madre e sua sorella, lo hanno pianto lontano dai funerali solenni. Non avrebbe avuto senso partecipare ai funerali di stato «se lo stato permette che si risparmino soldi sulla costruzione di edifici che servono alla collettività», dice Lili, 22 anni, tre anni più anziana di suo fratello. Studia architettura a Pescara. Dice che la sicurezza non è solo la lotta alla criminalità ma pure quella dei fabbricati. Chiede che di «etica delle costruzioni» si parli nelle università.

La fine del mondo che s’è abbattuta su L’Aquila – è l’evento più disastroso del 2009 – è la cartina di tornasole per tutte le declinazioni della sicurezza. Le rovine dell’ospedale, della prefettura, dell’archivio di stato, della casa dello studente svelano la rapacità di un sistema imprenditoriale e la complicità di quello politico. I carabinieri stanno girando tra le macerie prelevando campioni e altri, su incarico del procuratore Rossini, provano a ridiscendere la filiera dall’appalto al progettista e poi fino all’impresa per dare nomi e cognomi a un fascicolo per disastro colposo ancora intestato a ignoti. I militari lavoreranno con dei tecnici per le prime acquisizioni di documenti e le prime verifiche su alcuni edifici tra cui la casa dello studente e l’ospedale, luoghi simbolo del malaffare. Non è escluso che si proceda al sequestro di aree o di fabbricati per verificare sia quali sono stati i materiali usati per la costruzione dei fabbricati crollati – cemento, sabbia, mattoni – sia le procedure seguite nella realizzazione degli edifici.

Antonietta Centofanti, zia della matricola vastese, lancia dal campo di Centi Colella, ai bordi della città disastrata, un appello ai parenti delle altre vittime del crollo dello studentato «per costituire un comitato e avviare un iter legale per accertare le responsabilità».

Anche l’emergenza sicuritaria, la costruzione della paura e della guerra tra i poveri, insegue gli sfollati nelle tende e negli alberghi sulla costa adriatica che ne ospitano una piccola parte. Quando è giunta la notizia di cinque rumeni arrestati per sciacallaggio a S.Panfilo d’Ocre, Berlusconi ha voluto comunicarla lui stesso alla nazione. Poi, in tarda serata di venerdì, Liberazione era già in stampa, la notizia dell’assoluzione nel processo per direttissima. Si trattava di una badante che recuperava le sue cose in compagnia di alcuni amici per partire in vacanza per il suo paese. Il premier non farà alcuna scusa pubblica a Elena Vicu e ai suoi connazionali perché si incepperebbero i meccanismi della macchina della paura essenziale per la sua compagine di governo.

Anche Antonio Musella, Alfonso De Vito e altri attivisti no global napoletani portavano aiuti alla popolazione di Fossa e di altri paesi terremotati. Dalle parti di S.Demetrio sono incappati in una pattuglia di carabinieri alla disperata caccia a presunti sciacalli: «Con quattro mezzi carichi di aiuti – racconta Musella – siamo stati fermati e controllati per due ore sulla strada. Poi ci hanno portati all’Aquila per ulteriori accertamenti». Dalle verifiche, racconta ancora Musella, «è emerso che avevamo avvisato le autorità di Napoli, da dove siamo partiti, che a loro volta avevano avvisato quelle dell’Aquila del nostro arrivo». Durissimo Alfonso De Vito, della cordata Epicentro solidale messa su da centri sociali di Roma e Napoli con Sinistra critica e il centro 51 aquilano: «Mentre gli sciacalli veri aspettano che si definisca la legge sulla ricostruzione, per capire come e quanto si potranno violare norme e controlli in nome dell’emergenza, questi sono stati i giorni della caccia allo sciacallo, una vera febbre mediatica e istituzionale. Nei due giorni in cui siamo stati in Abruzzo ci hanno fermato cinque volte, per quanto fosse assolutamente evidente chi eravamo e cosa stavamo facendo. Cercavano febbrilmente qualche sciacallo da esibire! Per coniugare, immagino, l’emergenza terremoto con l’ever-green emergenza sicurezza. Chiaro che la caccia allo sciacallo legittima sempre più anche quel monopolio della solidarietà rivendicato da Bertolaso, che guarda con sempre maggiore fastidio ai contributi dal basso alla macchina degli aiuti. Solo soldi, please…».

Ma l’utilità degli aiuti dal basso è evidente: a mezzanotte di ieri, la protezione civile ha preso contatti con la Brigata di solidarietà attiva (animata da militanti Prc) che opera da cinque giorni al campo di S.Biagio di Tèmpera per attivare una cucina di emergenza a Camarda, un paesino sulla 17bis che conduce al Gran Sasso. Proprio Liberazione aveva denunciato i ritardi degli aiuti in questo centro di 400 persone sbriciolatosi nei giorni successivi alla grande scossa. «E’ un’esperienza dura – spiega a Liberazione Stefano Spinelli, dirigente dei giovani comunisti pisani – perché è un intervento che si cala in un contesto di abbandono». Alle quattro di notte la cucina è arrivata con un lungo giro nella frazione a 6 chilometri a nord di Paganica. La statale 17bis è chiusa da alcune ore. Stasera, finalmente, il primo pasto caldo per la piccola comunità.

A S.Biagio, a pochi passi dalle macerie del centro storico millenario, funzionano ormai a pieno ritmo la cucina popolare Carlo Giuliani e la ludoteca grazie al lavoro di decine di volontari che hanno risposto all’appello di Rifondazione comunista. Ieri, quando il cronista è arrivato al campo, erano di turno i circoli di Pescasseroli, Subiaco, Viterbo, Roma e del centro sociale Depistaggio di Benevento. «I turni sono garantiti fino a maggio», assicura Danilo Corazza, del Prc del Lazio. Ai fornelli Betty Mura, assessora alla cultura fino a quattro mesi fa, ora cuoca professionale. Oggi, pasqua d’emergenza, arriveranno 600 chili di pesce e gli allievi dell’alberghiero di S.Benedetto del Tronto, a cena i cuochi di Vissani. Mancano ancora le docce e una strada decente, dice Ahmadi, romano. Attendati e soccorritori si aiutano vicendevolmente. E’ dura ma la notte, attorno a un grande fuoco, prende corpo una relazione molto importante. Come confermano gli operatori della protezione civile di Trevi dell’Umbria, una ventina tra stanziali e pendolari, guidati dal sindacalista Enzo Nocchi arrivato oggi con un camion di uova di pasqua, vestiario e altri alimenti. Lontano dai riflettori le situazioni di maggior bisogno, «i buchi della macchina degli aiuti», dicono Maurizio Acerbo, consigliere regionale Prc, e Francesco Caruso, ex deputato che, da queste parti ha lavorato al censimento faunistico. Ieri hanno perlustrato la Piana di Navelli, a est dell’Aquila, Campo Felice, a sud e Castelvecchio Calvisio. Acerbo ha chiesto al governo di intervenire sui gestori di luce e gas per abbonare ai terremotati anche le bollette arretrate, non solo quelle correnti.

Dopo la prima notte di relativa tregua sismica, gli aquilani si preparano a una pasqua segnata dalla pioggia e da un brusco calo delle temperature. La conta dei morti è arrivata a quota 293 e 1500 sono i feriti. E oggi tornerà Berlusconi.

Lunedì 13 aprile 2009

“L’Aquila era una bella città. D’estate la notte faceva fresco e la primavera degli Abruzzi era la più bella d’Italia”, ha scritto Hemingway in Addio alle armi. Otto giorni dopo the big one, la grande scossa delle 3.32 del 6 aprile, la città comincia a immaginare il proprio futuro mentre la macchina dei soccorsi la tiene in vita. «Ma per non morire deve tornare a essere una città piena di storia, un polo di attrazione turistica e una città universitaria», spiega a Liberazione Anna Maria Reggiani, direttrice regionale per i beni culturali. Emiliana, da due anni a L’Aquila, Reggiani lavora al Dicomac, la direzione comando e controllo, insediata nel palazzetto dello sport della scuola della Guardia di finanza di Coppito. Decine di tavoli, uno per ciascuna funzione – sanità, trasporti, beni culturali eccetera – a ogni funzione fanno riferimento diversi enti.

Il terremoto – diecimila scosse di cui “solo” mille avvertite dalla popolazione e pochissime sopra i 4-5 gradi della scala Richter – non ha risparmiato la sede della sovrintendenza. Le strutture, risalenti al ventennio, di fronte a S.Bernardino, sembrano avere retto, ma negli uffici è passato uno tsunami. Almeno un mese di lavori solo per sistemare le carte. I lavori per il recupero dei beni culturali sono potuti ripartire grazie a un elenco fornito dal Cnr molisano. Tra le carte sui banchi dei tecnici e dei volontari specializzati di Legambiente, spunta anche una guida Touring. I moduli del Cnr sintetizzano la quantità di cripte, abbazie, chiese, musei e altri luoghi disseminati per la provincia dell’Aquila suddivisa in sette Com, centri operativi misti. L’Aquila, dice la leggenda, aveva 99 chiese disposte spesso come la costellazione Aquila (99 è un numero magico, il rovescio di 66, numero di Gerusalemme sulla cui pianta è stata edificata la città) – ma il circondario ne ha almeno 200 e la provincia arriva a 500.

Tele, confessionali del ‘600, organi, manoscritti, ostensori, calici, croci: l’elenco dei beni da recuperare e conservare è ricchissimo e un primo saggio è stato fornito, ieri, dal tesoro della Curia messo in salvo e spedito neli caveau dei carabinieri del nucleo beni culturali che ha sede, a Roma, nella cornice della piazza “goldoniana” di S.Ignazio, strutturata come una quinta di teatro a due passi da Montecitorio e il Pantheon. La Curia si trova a S.Massimo, il Duomo in fondo alla piazza omonima. Una delle situazioni che la dottoressa Reggiani definisce «disperanti» per lo stato di rovina in cui versa da quando la terra ha tremato così forte. Lì c’era anche la Cupola del Valadier della Chiesa della Anime Sante, le cui macerie hanno fatto il giro del mondo già poche ore dopo il sisma. Più giù per il Corso c’è, anzi c’era, la Prefettura, il Palazzo del governo su cui è rovinata la cupola della chiesa di S.Agostino. Lì dentro c’è l’immenso lavoro di recupero dell’Archivio di Stato avviato venerdì. «Sotto controllo, invece, la Basilica di Collemaggio – spiega la direttrice – oltre alla salma di Celestino V, già portata in salvo, c’è ancora l’organo prezioso sotto le macerie. Le coperture, invece, risalivano agli anni ‘70». Già da sabato protezione civile e soprintendenza stanno mettendo in salvo dipinti dalla Basilica, tra questi anche L’incoronazione di Celestino di Carl Ruther (1630-1703). Oggi si proverà ad entrare, anticipa il soprintendente Galletti, in un altro gioiello devastato dell’arte aquilana, la settecentesca Chiesa di Santa Maria del Suffragio, per salvare il polittico che era nell’abside.

Questa mattina l’inizio dei sopralluoghi da parte di squadre di architetti, storici dell’arte, tecnici e volontari di Legambiente. «Censiranno i danni uno ad uno – viene spiegato – e compileranno schede per i progetti di recupero. Saremo dei mastini contro ogni tentazione di demolizione», assicura la dirigente. Contemporaneamente le squadre saranno allertate per eventuali emergenze, ad esempio il puntellamento di chiese pericolanti». Le squadre specializzate agiscono in abse a precisi modelli di intervento – dice anche Milco del cigno verde – per «recupero, schedatura, imballaggio e trasporto» dei manufatti da mettere al riparo di intemperie e “collezionisti”.

«Gigantesco, lungo e difficile lavoro», anche secondo il ministro Bondi che ha messo a disposizione dieci milioni di euro dai suoi fondi ordinari. Altri cinque milioni sono già destinati al Polo Museale, grazie all’accordo con il ministro dello sviluppo Scajola. Mario Resca, il manager che sarà presto direttore generale per la valorizzazione dei musei, partirà al più presto, prima tappa gli Stati Uniti, per prendere contatti con chi è disposto a fare una donazione per i monumenti danneggiati. ià da ieri protezione civile e soprintendenza stanno mettendo in salvo dipinti dalla Basilica di Collemaggio, tra queste anche L’incoronazione di Celestino di Carl Ruther (1630-1703). Domani si avanti. E si proverà ad entrare, anticipa il soprintendente Galletti, in un altro gioiello devastato dell’arte aquilana, la settecentesca Chiesa di Santa Maria del Suffragio, per salvare il polittico che era nell’abside. Anche sui beni culturali è scattata la «gara di solidarietà» che, secondo Reggiani, potrà donare un’«anima collettiva» a un territorio storicamente «attraversato da particolarismi». Nel lavoro di recupero della sua storia, L’Aquila dovrà dare senso a un «suburbio disorganizzato e privo di qualità». Piuttosto che avvitarsi sul dibattito sulla “new town”, la direttrice per i beni culturali preferisce suggerire la ricostruzione delle periferie, «disorganiche e policentriche» attorno a una funzione, con servizi, scuole, mercati rionali.

Martedì 14 aprile 2009

«Il terremoto è dentro di noi», dice a Liberazione Francesca Romana Martini, maestra delle elementari di 42 anni e 2 figli, dopo otto notti passate in macchina a scrutare i rumori della terra, a vibrare con lo sciame sismico. Poco prima di mezzanotte un’altra schìcchera, lunga e potente stavolta, a segnalare che non è ancora finito lo stillicidio di scosse. L’emergenza che si dilata. Nei comuni della Marsica, del Cicolano, della Valle Peligna, dell’Altopiano delle Rocche – i meno danneggiati – chi aveva trovato il coraggio di tornare a casa deve fuggire ancora verso baracche, automobili e tende. L’Aquila è la città più fredda d’Italia, la pioggia si impasta con il brecciolino su cui sono state issate le tende. Dopo le giornate di pasqua, con il loro carico di affetti festivi, le tendopoli ripiombano in un’atmosfera plumbea. Di fronte a una tenda verde a Piazza d’Armi, 1300 abitanti, un cartello avverte: “Supporto psicologico, colloquio in corso, non disturbare”. «Quel boato è ormai dentro tutti», conferma Carla Pompilii, 34 anni, teramana, psicoterapeuta della Pea, l’associazione regionale di psicologia d’emergenza. Sono decine di professionisti che si formano per agire da volontari nelle catastrofi. Per la giovane associazione, il battesimo del fuoco è cominciato alle prime luci dell’alba del 6 aprile. Sono disseminati per i campi per aiutare ad affrontare le reazioni al trauma. «Alcune possono presentarsi anche mesi dopo», specifica la collega pescarese, Valentina D’Ascanio. Si chiama Disturbo post-traumatico da stress, in gergo Dpts. Lo stesso che perseguita chi sopravvive a una guerra o a uno stupro. Su un volantino che circola negli accampamenti c’è l’elenco impressionante dei sintomi: ansia, paura per sé o per i propri cari, tristezza, colpevolezza per essere sopravvissuti, vergogna della propria vulnerabilità, stanchezza, insonnia, incubi, affaticamento mentale, palpitazioni, vertigini, tremori, diarrea, mal di testa, disfunzioni sessuali o del ciclo mestruale, costrizioni al petto e alla gola, tensioni muscolari, pensieri invadenti ricorrenti. «Parlarne può aiutare, non bisogna isolarsi», spiegano alla tenda verde e dice anche Vincenzo Irace, funzionario dei vigili del fuoco della squadra di intervento rapido per il supporto psicologico dei soccorritori, mentre opera alla Ulc, unità locale di comando, della Fontana Luminosa, alle porte del centro storico. E’ qui che i cittadini si mettono in contatto per procedere al recupero degli effetti personali. Centinaia di interventi al giorno assieme a persone che hanno perduto tutto o quasi tutto e devono rivedere le rovine della propria dimora. «Non tutti hanno il coraggio di farlo, e questo è uno dei problemi», continua Pompilii. «La terra è il nostro punto fermo e invece trema». Ecco l’inizio della fine del mondo. Con la città sgretolata, nel territorio sconnesso si «disperdono identità e radici», aggiunge D’Ascanio. Ogni giorno, dalle tendopoli ai margini del centro si assiste allo skyline deformato della città. Carla e Valentina hanno incontrato bambini ammutoliti per giorni, molti fanno la pipì a letto, hanno incubi. «Fondamentale – dicono – il gran daffare dei clown dottori e le iniziative che permettono loro di recuperare una dimensione ludica. Devono giocare, devono disegnare». E’ aperto il dibattito sull’utilità di una tempestiva riapertura delle scuole. C’è chi sostiene che potrebbe essere fonte di stress e improduttività per i fanciulli che hanno subito profondi cambiamenti nella realtà personale, per i luoghi affettivi distrutti, per le persone scomparse, per il tempo interiore che ora ha una scansione diversa.

Anche per i grandi è necessario «condividere – intervene Irace – non sentirsi unici, non isolarsi».

E poi ci sono le problematiche di ambientazione, la gestione dei conflitti in questi giganteschi condomini blu, il colore delle tende della protezione civile: «è difficile l’accettazione della perdita dei propri spazi – raccontano le psicologhe – sono più facili le reazioni aggressive ma, in qualche modo, la rabbia è una reazione sana. C’è chi ha difficoltà ad accettare, per la prima volta nella sua vita, vestiti dalla Caritas e allora dobbiamo intervenire per fornire un quadro della straordinarietà dell’evento». E’ un lavoro di totale condivisione con gli sfollati. I turni non hanno soluzione di continuità, gli psicologi dormono nei campi. Agli incontri di gruppo si alternano i colloqui individuali e i gruppi con i soccorritori perché «è fondamentale elaborare quello che si vive. Chi ha tirato fuori i corpi dalle macerie deve poter tirare fuori il proprio vissuto».

Il gruppo di supporto psicologico dei vigili del fuoco si focalizza proprio su questo aspetto: «I pompieri aquilani vivono la duplice condizione di soccorritori e terremotati, a volte vivono il conflitto con l’assenza dalle loro famiglie – spiega Irace – il supporto è tra pari, il rapporto orizzontale, scompaiono i gradi, il “lei”». Si comincia al cambio turno delle 8 con l’incontro con le squadre impegnate negli scavi, si pranza e si cena insieme perché così «si fa famiglia». Ascolto e dialogo servono alla ricostruzione del vissuto professionale, all’emersione di un livello di consapevolezza, «di coscienza viva».

E il supporto psicologico è stato fondamentale per rintracciare uno studente greco ritenuto disperso dopo la grande scossa. Irace racconta la storia di Giovanni che la notte della domenica delle Palme era restato a dormire dalla ragazza, vicino alla facoltà di Lettere. Dopo il crollo aveva chiamato aiuto e, dai piani sottostanti s’era sentito rispondere di stare tranquillo che sarebbero arrivati i soccorsi. Anche la “voce” era intrappolata. Poi la seconda scossa, un nuovo crollo. Giovanni e la fidanzata ce la fanno arrampicandosi lungo le tubature. Ma quella voce rassicurante gli era restata dentro, come un tarlo, in bilico tra dubbio e certezza. Dopo alcuni giorni Giovanni verrà aiutato nel recupero della memoria e guiderà i vigili del fuoco nel lavoro di scavo. Le tracce corrispondevano alla ricostruzione, c’era una tovaglia insanguinata, il pavimento era sprofondato ma non fu trovato nessuno. Più tardi si saprà che quello studente greco era salvo all’ospedale di Avezzano.

E ora, senza città, né casa, né lavoro? «Si ricomincia da capo – dice Carla Pompilii – se hai dei pezzetti te li porti dietro, si ricomincia da sé. Attivarsi significa già ricominciare».

 

 

 

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