Perché la videosorveglianza non è una soluzione

Perché la videosorveglianza non è una soluzione

L’arsenale dello spavento e la pratica quotidiana della penalità hanno ormai preso il sopravvento colonizzando l’immaginario collettivo

di Federico Giusti

Per riprendere Focault (Sorvegliare e Punire) potremmo asserire che l’arsenale dello spavento e la pratica quotidiana della penalità abbiano ormai preso il sopravvento colonizzando l’immaginario collettivo.  Ed enfatizzare la paura è un’arma straordinaria per omologare le masse e i comportamenti individuali a determinate condotte, per renderci docili esecutori di ordini superiori. Senza dilungarci ulteriormente focalizziamo l’attenzione su alcuni aspetti dei dispositivi di controllo, primo tra tutti la videosorveglianza. Lo Statuto dei lavoratori è stato aggirato dal jobs act rendendo più facile ai padroni la installazione delle telecamere nei luoghi di lavoro e soprattutto il controllo a distanza dei singoli dipendenti anche senza accordo sindacale, al contrario di quanto invece prevedesse la legge 300\70.

In Parlamento,  nella Commissione lavori pubblici e ambiente del Senato, pochi giorni fa è stato approvato un emendamento al decreto Sblocca cantieri (quale sia il nesso con il codice degli appalti sarebbe tutto da dimostrare a conferma di un utilizzo improprio di decreti legge onnicomprensivi che la nostra Costituzione in teoria vieterebbe) per favorire la rapida installazione di telecamere negli asili e nelle case di cura.

Se chiedessimo l’opinione del cittadino medio su questo provvedimento scopriremmo un consenso diffuso alla installazione delle telecamere, consenso costruito ad arte suscitando rabbia e indignazione popolare verso i pochi episodi di violenza accaduti, episodi da non minimizzare ma piuttosto da comprendere individuandone ‘origine e  causa. Titoloni sui giornali, reportage della tv spazzatura hanno alimentato un clima favorevole al controllo dei lavoratori e delle lavoratrici in un paese dove non si vogliono mettere i codici identificativi alle forze dell’ordine e ai reparti impiegati nell’ordine pubblico, una contraddizione non da poco perché la impunità di alcuni non può essere barattata con la criminalizzazione di altri.

I bambini sono sicuri quando possono contare su buone maestre che operano in edifici a norma di legge e pensati appositamente per l’uso che se ne vuole fare, stesso discorso vale per le residenze per gli anziani o la disabilità. Le telecamere sono se non una scorciatoia un pretesto per il controllo sociale, bisognerebbe piuttosto partire dai percorsi formativi e  dai criteri di selezione del personale, farlo lavorare in condizioni migliori, adeguatamente retribuito e formato A chi oggi invoca le telecamere rispondiamo che con gli stessi soldi potremmo formare o aggiornare il personale, investire per nuove assunzioni.

Sia ben chiaro che non intendiamo sminuire gli episodi di violenza ai danni negli asili nido o nelle residenze per anziani, allo stesso tempo siamo certi che i Parlamentari non conoscano le condizioni in cui si opera in queste strutture, non hanno idea del quadro normativo e legislativo e men che mai delle condizioni salariali e lavorative.

In molte realtà operano le cooperative o aziende chiamate a far quadrare i conti con appalti al ribasso e costi decisamente alti a fronte anche dei ridotti rimborsi da parte della sanità pubblica. Se andiamo in giro per le cliniche è facile scambiare una praticante per una infermiera, se non ci fossero le giovani frequentanti la scuola infermieristica la sanità sarebbe praticamente al collasso.

Se una insegnante di asilo nido a 60 anni, dopo 35 anni di lavoro, vede accrescere i carichi di lavoro, gli orari di servizio diventano sempre più gravosi, se perfino le sostituzioni del personale mancante arrivano con il contagocce, allora i fattori di stress e di alienazione diventano una minaccia reale per le lavoratrici stesse e soprattutto la utenza (che nel caso di bambini, anziani e diversamente abili andrebbe comunque definita in altri termini senza disumanizzare un lavoro che invece viene ormai piegato alle logiche del profitto e del risparmio). Stesso discorso vale per le Rsa, i rapporti tra operatori e utenti sono spesso aggirati e aumentati, chi dovrebbe controllare non lo fa semplicemente perché gli addetti al controllo sono figure professionali carenti nella sanità pubblica, come del resto mancano ispettori all’Inps o alla direzione territoriale del lavoro per combattere la piaga del lavoro nero e le irregolarità , prima tra tutte la insicurezza.

Solo oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ammesso la esistenza del burn out, lo stress correlato all’attività lavorativa da cui scaturiscono tante patologie tra una forza lavoro sempre più oberata da carichi di lavoro, con pochi organici e un’età anagrafica che, nel pubblico come nel privato, risulta la più alta della Ue.Il riconoscimento del Burn out, sindrome che porta allo stress cronico, avviene tardivamente, eppure il burn out è la causa di quanto accade nei luoghi di lavoro, negli asili e nelle case di cura,  fenomeni di maltrattamento del tutto ingiustificabili. Ma da qui a criminalizzare intere categorie di lavoratori e lavoratrici senza combattere le cause del problema corre grande differenza.

La risposta non può essere quella di installare telecamere e sottoporre i luoghi di lavoro a sorveglianza e a punizioni. In tanti Enti pubblici o aziende private si parla a sproposito di benessere organizzativo quando le condizioni di lavoro peggiorano ogni giorno, si investe ormai poco nella formazione e nella educazione, non si interviene nella organizzazione del lavoro.

Le telecamere non sono la risposta giusta a un problema che ancora una volta non viene affrontato, in tal caso dovremmo capire quali sono le ragioni di episodi nei quali la prevaricazione fisica e psicologica hanno la meglio sulla educazione e sulla cura della persona.

Le telecamere rispondono invece alla esigenza mediatica di fornire risposte ad una cittadinanza che vuole sicurezza nelle scuole e negli asili, nelle residenze per gli anziani quando ormai si è rassegnata alla precarietà lavorativa, alla insicurezza sociale, a condurre una vita agra. Ma la sicurezza primaria nasce da ben altri presupposti, da locali dignitosi, spazi adeguati, investimenti in organici, percorsi formativi e rivedendo il rapporto tra lavoratori e utenti che da anni viene innalzato senza alcun controllo reale soprattutto negli appalti.

La tutela dell’infanzia e degli anziani dovrebbero rappresentare un valore aggiunto lungi dal piegarsi alle regole del contenimento di spesa e del risparmio, i luoghi di cura hanno bisogno di ben altro e le telecamere non rappresentano la soluzione del problema. La cura alla persona e i percorsi educativi non possono piegarsi a logiche sbagliate e paggio ancora securitarie , date retta i soldi spesi per la videosorveglianza impieghiamoli per migliorare luoghi e condizioni di lavoro, per formare il personale, per costruire una società migliore

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