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Robinson a fumetti, calvinismo allo stato brado

Ecco perché la graphic novel di Gaultier su Robinson Crusoe non è un’opera per bambini o per ragazzi, ma un messaggio agli adulti

di Carlo Scognamiglio

 

L’adattamento grafico di Robinson Crusoe, realizzato  dal fumettista Cristophe Gaultier (edito da Tunuè, 2019), restituisce al lettore l’effetto emotivo di un sentimento ambiguo, provato dall’uomo moderno, nei confronti del protagonista. Il romanzo, pubblicato da Defoe nel 1719, è noto al grande pubblico soprattutto per le sue innumerevoli trasposizioni, in edizioni semplificate per ragazzi o adattamenti cinematografici. Ma quando venne proposto alla società di due secoli fa (ne ricorre infatti il bicentenario quest’anno), dovette apparire come un’epopea celebrativa dei tempi nuovi.

Come spesso è stato ricordato, Robinson è l’emblema della classe sociale emergente, una borghesia mercantile irrequieta, in cerca di rischio e di avventura, che respinge la stasi e si esalta per le proprie intraprese. Ma si tratta di un eroe sghembo. Saltella da una disavventura all’altra, cui resiste soprattutto grazie a un personale rapporto con la divinità e un’irriducibile istinto di conservazione. Gli elementi della cultura borghese nel Robinson di Defoe ci sono tutti: una sorta di calvinismo, l’irrequietezza e lo spirito d’imprenditorialità, l’atteggiamento colonialista e discriminatorio. E questi elementi sono ricomposti tutti dalla matita di Gaultier nella loro giusta atmosfera: cupa, quasi gotica, a tratti grottesca.

Nessun bel fusto e nessuna celebrazione capitalista nelle immagini di questa graphic novel, che ci racconta con il disegno lo stesso sentimento angusto che proviamo leggendo da adulti il capolavoro di Defoe: una costante presenza della morte, rispetto alla quale l’attivismo di Robinson – come quello borghese, del resto – è solo una replica esistenziale; sterile, anche se divertente. È un nuovo concetto di resurrezione, che sfida la morte con l’attivismo del lavoro e della produzione. Da qui la nostra naturale ammirazione per l’individuo naufragato su un’isola che non si perde d’animo e inizia a costruire, a produrre, a ingegnarsi. Questa è la parte più nota e celebrata del romanzo. Robinson in solitudine che sfida le avversità con la pazienza dell’accumulatore. Costruisce un fortino, riorganizza la pastorizia e l’agricoltura, realizza un sistema di autodifesa. Ma questa ingegnosità è, giustamente, dovuta sostanzialmente allo sforzo di sopravvivere.

Tuttavia la morte è sempre dietro l’angolo. Le tempeste prima, e i cannibali poi, rappresentano la precarietà dell’esistere, cui fortunosamente, e non solo ostinatamente, Robinson riesce a sottrarsi. Ma la tensione resta. Ecco perché la graphic novel di Gaultier non è un’opera per bambini o per ragazzi, ma un messaggio agli adulti. Dopo duecento anni, siamo sempre in mezzo al guado di un’esistenza difficile, e non basterà l’attivismo economico a illuderci di un’immortalità che non può arrivare. Va anche bene darsi da fare, e ammirare ciò che si è costruito, ma come Robinson dovrà lasciarsi tutto alle spalle, per tornare a casa. Anche noi, questi edifici professionali e affettivi faticosamente messi insieme nella nostra quotidianità, li dovremo prima o poi abbandonare.

 

 

 

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