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Le vite provvisorie di Eduardo e dei suoi coinquilini

I migranti come metafora della precarietà esistenziale nel romanzo Big Banana di Roberto Quesada 

di Carlo Scognamiglio

Alessandro Polidoro Editore ha pubblicato nel 2019 l’edizione italiana (tradotta da Giuliana Panico) di Big Banana, un bel romanzo scritto da Roberto Quesada una ventina d’anni fa, ma ambientato nei primi anni Novanta.

Protagonista del libro è Eduardo Lin, un giovane e attraente manovale honduregno, emigrato negli Stati Uniti con il sogno di diventare una stella del cinema hollywoodiano. Adattatosi nei bassifondi newyorkesi a convivere con immigrati di altri paesi dell’America centrale e meridionale, contribuisce alla tessitura di una trama di microstorie di provvisorietà. I migranti, in qualunque parte del mondo si trovino, sono sempre sospesi tra ambizione di riscatto e nostalgia delle proprie origini. Molti personaggi, compreso Eduardo, si trovano sul punto di desiderare o decidere il proprio rientro in patria. Alcuni coinquilini dedicano intere serate ad ascoltare la musica del proprio Paese con il solo scopo di condividere le proprie lacrime. Altri si rifiutano di misurare il costo delle merci in dollari e continuano a calcolare secondo la propria moneta nazionale.

Quesada racconta tutto con stile leggero e divertente, ma lasciando trasparire un fondo d’amarezza. Non c’è polemica né critica sociale sul tema delle migrazioni o del razzismo. Non è questa la cifra del libro. Quel manipolo di esistenze è solo una metafora della provvisorietà e della dimensione aleatoria del vivere stesso (è per questo che quelle anime ci insegnano molto, più di qualunque predica inutile). Ecco perché Eduardo, parallelamente alla costruzione del proprio progetto di affermazione sociale, diluisce il proprio sé in esperienze sessuali, sogni a occhi aperti, discussioni sulla politica internazionale e qualche bevuta di troppo. Anche questo disordine è in parte una dimensione correlata al migrare, e l’aspettativa del successo è sempre agganciata al rischio di diventare un homeless.

Ma non manca un elemento di speranza, forse inserito in modo provocatorio dallo stesso autore. In Honduras, c’è Mirian, la fidanzata di Eduardo: un amore sincero, forte e duraturo, tenuto in piedi da lunghe telefonate. Quello di Mirian è un personaggio femminile molto ben caratterizzato, con un’interessante personalità e uno spirito originale. Nella carrellata di pittoreschi soggetti che popolano quest’intreccio di vite merita una menzione speciale un immigrato cileno, Casagrande, molto più anziano dei suoi coinquilini. Un uomo maturo, che ha vissuto gli anni Sessanta e fa pesare la propria esperienza di hippie, esibendo una saggezza di strada che farà da guida a Eduardo nel suo percorso di maturazione interiore, fino al punto di svolta determinante: lo scoppio della guerra del Golfo. Senza trascinare questo evento storico in una posizione di centralità nel romanzo, Quesada riesce a mostrare come le guerre o altri macro-eventi possano produrre gli effetti psicologici più radicali anche in individui apparentemente lontani dallo scontro.

Una discussione intima dunque, ma anche pubblica e politica. Perché i due livelli, abbiamo imparato col tempo, non si distinguono mai.

 

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