mercoledì 16 Ottobre 2019

Pizzaballa, 80 anni da introvabile

Pizzaballa, 80 anni da introvabile

Pier Luigi Pizzaballa compie 80 anni, il suo nome entrò nell’immaginario collettivo anche perché la sua figurina era rara, introvabile, appunto

«Ti manca Pizzaballa?». La domanda era assai frequente negli anni ’70, quando i campioni del calcio erano anche figurine di carta, prima da fissare sull’album con la colla e poi evolutesi fino a diventare adesive. I giochi erano molteplici, il comune denominatore uno: reperire l’immaginetta di Pier Luigi Pizzaballa l’introvabile. Impresa assai ardua. Il portiere di Roma, Verona, Milan, Atalanta, Nazionale, non era solo un ‘fantasma di cartà, ma un grande protagonista in carne e ossa della Serie A. Pizzaballa è entrato nell’immaginario collettivo, nella realtà e nelle figurine, e adesso che sta per varcare la soglia degli 80 anni – li compirà domani 14 settembre – ci tiene a precisare che, in fondo, la vita da introvabile lo ha perfino divertito. «Io introvabile? Non sono soltanto una figurina. E poi, in campo c’ero. Eccome – le parole dell’ex portiere  all’Ansa -. Anche l’introvabile, alla fine, si trova. Per me, però, contava esserci sul campo. Quella della figurina introvabile è una leggenda nata per caso».

Pizzaballa non fu particolarmente fortunato a rivaleggiare con un gruppo di colleghi di altissimo profilo: Albertosi, Vieri, Bordon, Zoff, Negri, Anzolin, Cudicini, Castellini. Trovare posto in azzurro era praticamente impossibile. Tuttavia, si fece preferire da ‘Mondino’ Fabbri per il Mondiale 1966 in Inghilterra, quello dell’umiliante eliminazione per mano della Corea del Nord e del gol di Pak Doo-ik. «Albertosi era il titolare, io stavo in panchina. Quello, per il ruolo del portiere, fu un periodo molto fortunato in Italia: i talenti abbondavano fra i pali. C’era grande rivalità e, se uno non andava in Nazionale, alla fine, si arrabbiava anche di meno». Pizzaballa crebbe all’ombra di un mito. Il suo nome? Carlo Ceresoli. Segni particolari? Leone di Highbury, fra i pali della Nazionale che rivaleggiò e perse con onore contro i ‘Maestrì inglesi nel 1934. «Mi insegnò tante cose – ricorda Pizzaballa -: a stare in porta, soprattutto. È importante, è una questione di geometria e intuizione, perché si deve capire prima degli altri lo sviluppo del gioco. Ceresoli, inoltre, mi ha insegnato a rimanere freddo. Insomma, a fare il portiere per arrivare a certi livelli. Adesso il ruolo è cambiato. Va di moda una figura di estremo difensore molto alto: se non sei sul metro e 90, ti scartano: io sarei stato scartato. A quell’epoca, oltre il metro e 90, c’era solo Cudicini, mentre gli altri erano sul metro e 80. Per me va bene il portiere sul metro e 85, purché abbia tutte le altre caratteristiche. Servono agilità, intuizione, elasticità, senso della posizione, freddezza, doti che la natura può darti. E, soprattutto, serve la testa, non è solo una questione di altezza». Pizzaballa fu protagonista di una delle pagine più discusse e controverse della storia del calcio italiano. Il 20 maggio 1973, quattro giorni dopo avere conquistato la seconda Coppa delle Coppe, il Milan, che si presentava all’ultima giornata con un vantaggio di un punto sulla Juve e di due sulla Lazio, cadde sciaguratamente e vide sfumare lo scudetto.

 

«Il Milan forse prese quella partita con leggerezza: avevano vinto la Coppa delle Coppe e bastava poco per poter vincere il campionato, invece venne sconfitto da una squadra agguerrita – il ricordo di Pizzaballa, quel giorno fra i pali della porta veronese -. Quel giorno, però, ero triste: la ‘mia’ Atalanta stava retrocedendo in Serie B. In estate, poi, per uno strano scherzo del destino, io e Bergamaschi, dal Verona, finimmo proprio al Milan. I mie compagni di ruolo erano William Vecchi e Pierangelo Belli, che poi venne a Verona: io andai per fare la chioccia a Vecchi, rimasi tre anni, giocai solo mezzo campionato; perdemmo la finale di Coppa Uefa e poi tornai a Bergamo, poco prima dello scudetto rossonero della stella». Ma com’è cambiato il ruolo del portiere? «Oggi al primo posto c’è la preparazione atletica, prima contava la classe. Forza, continuità, velocità e aggressività, sono le doti necessarie. Però, non va dimenticato che il calcio è un gioco piacevole da vedere, soprattutto quando c’è il fuoriclasse che possiede qualcosa in più. Chi ce l’ha ottiene anche i risultati. Il modulo, la preparazione, contano, però alla fine decidono i grandi calciatori: sono loro fanno la differenza. »Un ricordo legato al calcio? Il calcio per me è la vita. Cominciai da bambino, senza pensare a dove potessi arrivare. Ho giocato per 22 anni, ho fatto il dirigente per 10, oggi insegno ai ragazzi l’educazione allo sport. Il calcio mi è rimasto nel sangue. Un giornalista una volta mi disse ‘con quel cognome dove vuole andare? e io risposi ‘non lo cambiò. Fu la mia fortuna, perché è rimasto impresso. Come le parate«.

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