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La danza è anche malinconia del viaggio di ritorno

Genova, il Festival del Mediterraneo chiude l’edizione con un omaggio a Pina Bausch di Tadashi Endo. Appuntamento al 2020 con Euramerica

Genova, oriente estremo. Almeno per una sera. Termina in Giappone il viaggio in Asia della 28esima edizione del festival del Mediterraneo di Genova. Lo fa con “Ikiru, omaggio a Pina Bausch”, spettacolo di e con Tadashi Endo. Danzatore Butoh, giapponese ma residente in Germania, coreografo,  direttore del Butoh-Center  e del Festival MAMU, Endo incarna la danza occidentale e orientale, le avanguardie del teatro europeo e le tradizioni nipponiche. Lo yin e yang, il maschile  e il femminile. Ma anche  quella declinazione di mezzo, momento di sospensione nell’oscillazione tra l’una e l’altra polarità, che risponde alla parola giapponese di Butoh-MA.

E sulla scena del Teatro Duse fa la sua apparizione in vestaglia bianca nella più riconoscibile dell’iconografia  bauschiana, per uno spettacolo che contiene ampi richiami al suo Cafe Müller. E che è un atto di  riconoscenza alla ballerina e coreografa tedesca, che Endo aveva conosciuto attraverso la comune amicizia con il grande maestro Butoh Kazuo Ohn.  Una forma di teatro danza, una presenza scenica che Endo intende anche come un dover essere, in una declinazione etica che affronta anche i momenti personali più duri. Racconta infatti lui stesso in chiusura di spettacolo: “Ricordo che la sera che appresi dell’incidente di Fukushima dovevo andare in scena proprio con Ikiru. Fu una notizia sconvolgente, che riportava sul Giappone e sui miei familiari l’incubo della tragedia nucleare di Hiroshima e Nagasaki. Dovevo danzare ma non ci riuscivo, mi sentivo semplicemente paralizzato. Poi  ho capito che, anche nella più difficile delle circostanze, siamo tutti chiamati ad assolvere il nostro compito. Ciò che so fare io è danzare. E così, anche quella sera, ho danzato”.

Nel giro di un’ora si consuma così uno spettacolo dal mood malinconico, miglior commiato per rendere tutta la nostalgia per un avventura che sta per chiudersi. Come quando in viaggio sei già sulla via del ritorno e cominci a ripensare a tutto ciò che visto e attraversato. Che stai già abbandonando, ma che già comincia a depositarsi dentro di te: i canti femminili della Bulgaria e le musiche dalla Via della Seta, le percussioni indiane e i vocalizzi delle sciamane, gli strumenti a corda del Vietnam e la rotazione ipnotica del Dervisci coi quali questa avventura era iniziata… E’ il suono del respiro di un grande continente che si estende dall’Atlantico al Mar del Giappone.

Appuntamento ora al 2020 per la 29esima edizione del Festival che prenderà il nome di Euramerica. E che darà voce a quelle culture indigene del continente americano che rischiano di finire travolte  da  catastrofe ambientali che – e con gli incendi in Amazzonia è cronaca di quest’estate – ne stanno mettendo a rischio la stessa sopravvivenza.

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