venerdì 13 Dicembre 2019

Cucchi, non lo uccise la morte ma due guardie bigotte

Cucchi, non lo uccise la morte ma due guardie bigotte

Omicidio Cucchi, 12 anni ai due carabinieri per il pestaggio mortale di Stefano Cucchi. 3 anni e otto mesi al maresciallo Mandolini

Dodici anni ai due carabinieri, Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, che pestarono Stefano Cucchi la notte del 16 ottobre di dieci anni fa dando inizio a un calvario che si concluse con la morte sei giorni dopo, all’alba del 22 ottobre in letto d’ospedale, “repartino” penitenziario. Tre anni e otto mesi al maresciallo che organizzò i depistaggi e gestì «la linea dell’Arma» (parole sue, di Roberto Mandolini, condannato anche a 5 anni di interdizione.

Stefano Cucchi fu pestato da due carabinieri. Ad ucciderlo sono stati loro. E’ la verità processuale di primo grado sancita dalla Corte d’assise di Roma pronunciata attraverso una sentenza di tre pagine lette nell’aula bunker del carcere capitolino di Rebibbia, dal presidente della Corte d’Assise. Tra 90 giorni le motivazioni. Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, i carabinieri della stazione Appia che durante il fotosegnalamento picchiarono Stefano, arrestato per droga, tanto violentemente da portarlo una settimana dopo alla morte. Sono stati condannati ciascuno a 12 anni di carcere per omicidio preterintenzionale. La stessa accusa cade invece per Francesco Tedesco, l’imputato che nel 2018 decise di parlare e di raccontare quanto aveva visto nella caserma Casilina, dove ci fu il pestaggio. Tedesco è stato comunque condannato a due anni e mezzo per l’accusa di falso. Restano le responsabilità del maresciallo Roberto Mandolini per la falsificazione del verbale di arresto, condannato a tre anni e otto mesi di reclusione. Per Tedesco, Mandolini e Vincenzo Nicolardi, il quinto militare imputato, la contestazione di calunnia è stata riqualificata in falsa testimonianza. Una verità oggi più forte perché in pochi minuti è diventata doppia. Quasi in contemporanea, è stato definito in Appello, per la terza volta, il processo che vedeva imputati cinque medici: per quattro è stato dichiarata la prescrizione del reato di omicidio colposo e il quinto è stato invece assolto.

In una bolgia di telecamere, di fronte ai giudici dopo la lettura della sentenza, Ilaria Cucchi si è stretta commossa in un abbraccio ai suoi genitori, Rita e Giovanni, e al legale Fabio Anselmo. Con loro, fin dal 2009, la sorella di Stefano ha percorso la lunga strada processuale che li ha portati al verdetto. «Mio fratello è stato ucciso, questo lo sapevamo e lo ripetiamo da dieci anni. Forse ora potrà risposare in pace», ha detto con gli occhi lucidi. Per la mamma sono stati «anni di dolore e di processi non veri». Anche per Francesco Tedesco, unico imputato in aula, rimasto impassibile di fronte alla lettura della sentenza nonostante la tensione si leggesse sul suo volto, «è finito un incubo». Dopo qualche minuto è arrivata anche la voce ufficiale dell’Arma. «Abbiamo manifestato in più occasioni il nostro dolore e la nostra vicinanza alla famiglia – ha detto il comandante generale Giovanni Nistri – un dolore che oggi è ancora più intenso dopo la sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Roma che definisce le responsabilità di alcuni carabinieri venuti meno al loro dovere, con ciò disattendendo i valori fondanti dell’Istituzione». Una frattura che forse proprio oggi, nel giorno della dura sentenza per alcuni esponenti dell’Arma, viene ricucita con un gesto semplice in pochi istanti. Un carabiniere si avvicina a Ilaria per baciarle la mano – un episodio molto enfatizzato dai giornali “normali” – quasi per chiederle scusa, viene scritto, a nome di un’intera istituzione. «Chi sbaglia paga e doppiamente se porti la divisa – ha detto – quei due colleghi hanno infangato 200 anni di storia». Ma da 200 anni sono troppi gli episodi di malapolizia al punto che un’associazione, Acad, sempre presente nelle udienze e nelle campagna per verità e giustizia, ha istituito da quasi sei anni un numero verde per la loro segnalazione in tempo reale. Sarebbe sbagliato pensare che, senza una vera legge contro la tortura, senza codici alfanumerici sulle giubbe di chi agisce travisato, senza una formazione del personale ai valori costituzionali e al rispetto dei diritti umani, senza diritti sindacali spendibili, si possa ristabilire l’armonia tra società e lavoratori in divisa. Uno dei supertestimoni di questa storia, Riccardo Casamassima, lamenta da mesi il mobbing da parte dell’Arma e su fb, dopo la sentenza scrive così: La giustizia è arrivata .. Siamo arrivati a questo risultato tutti insieme con tutta la gente che ci ha sostenuto …con i nostri avvocati Serena Gasperini Daniele Fabrizi Fabio Anselmo. Oggi il mio pensiero va a tutte quelle famiglie che cercano la verità per i loro cari…. Va al poliziotto Antonino Agostino ammazzato dalla mafia.
Ad Attilio Manca, A Marco Vannini Serena Mollicone. Giuseppe Uva . Marcello Lonzi.
Al marinaio Nasta a tutti e sono tanti . Spero di ritornare a fare il mio lavoro e sono fiducioso nelle decisioni del Comandante Nistri. Riposa Stefano …riposa in pace frate..».

Probabilmente mastica amaro Giovanardi Carlo, ex carabiniere, poi ex ministro, girovago nella diaspora democristiano ma sempre nell’ambito del centrodestra. Il suo nome è legato alla legge proibizionista in gran parte anticostituzionale che ha riempito le galere ed è uno degli ingredienti del mix che ha ucciso, tra gli altri, Stefano Cucchi contro il quale lo statista s’è più volte scagliato provando a costruire una narrazione alternativa su una morte dovuta alla sua presunta sieropositività o alla sua magrezza dovuta sempre allo stile di vita. E’ convinto di avere «sempre detto la verità, ha fatto riferimento ad atti giudiziari, ha sempre usato un linguaggio temperato, moderato, senza mai offendere nessuno». La verità «emergerà solo col verdetto definitivo». E niente scuse. «Per cosa?».

«Dieci anni sono tanti per avere una piccola giustizia, anche se questa ora è al I° grado di giudizio – scrive su fb Lino Aldrovandi, il papà di Federico – E tu Ilaria insieme ai tuoi genitori siete stati forti e grandi.  Quel che succede dice la canzone, è nelle mani del destino, ma non sempre è così. Sono gli uomini, ognuno nel proprio ruolo, che fanno e che faranno sempre la differenza, e che magari non accetteranno mai l’orrore criminale di altri. Ma c’è ancora tanto per crescere in questo sistema malato, per garantire quella piccola giustizia a tutti, anche agli ultimi. Buona notte Federico. Buona notte Stefano…  Buona notte… con un abbraccio tutto particolare, intriso di dolcezza, a Rita, a Giovanni e a Ilaria, con un pensiero fisso di amore, rivolto al cielo, ai nostri ragazzi uccisi, colpevoli di niente. Nient’altro».

«È finito un incubo», dice Francesco Tedesco, il carabiniere assolto dall’accusa di omicidio preterintenzionale. «Spero che questa sentenza cominci a far togliere la divisa a chi non la merita – fa sapere il padre di Riccardo Magherini, morto mentre subiva un violento fermo da parte di carabinieri – via subito la divisa per i condannati. I capi inizino subito a dare l’esempio». «Le mele marce vanno cacciate subito- continua Guido Magherini – noi siamo delusi, ma il fatto che hanno accolto l’ammissibilità del nostro ricorso è già tanto. Sappiamo che i tempi sono lunghi e siamo fiduciosi». I suoi legali hanno infatti presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo dopo che i giudici della quarta sezione penale della Corte di Cassazione, nel novembre del 2018, avevano assolto i tre carabinieri accusati di omicidio colposo e condannati nei primi due gradi di giudizio a 7 e 8 mesi, disponendo l’annullamento della sentenza d’appello perché «il fatto non costituisce reato». «Noi abbiamo trovato un muro di gomma – conclude il papà di Magherini – ma la IV sezione della Cassazione ce l’ho sempre negli occhi».

Qui il muro di gomma è caduto ma ci sono voluti anni dieci anni, 23 giorni e nove ore, per arrivare di nuovo in aula bunker a Rebibbia, la stessa location del primo processo, quello farlocco che escluse a priori ogni responsabilità dei militari dell’Arma, assolta a priori dal governo Berlusconi, di cui facevano parte Giovanardi e La Russa. Ma il teorema cucito addosso a tre uomini della penitenziaria aveva le gambe corte e ora quegli agenti sono tra le parti civili assieme alla famiglia Cucchi.

A dicembre 2017 l’avvio di questo Cucchi-bis con i carabinieri finalmente nell’occhio del ciclone grazie ad alcuni carabinieri supertestimoni a cui, nell’ottobre 2018, si aggiunse uno dei tre colleghi imputati per il pestaggio. Si tratta di Francesco Tedesco che raccontò sia la scena del pestaggio da teppisti, come lo definirà il pm Musarò, sia le pressioni del suo maresciallo a seguire «la linea dell’Arma», regista dei primi pestaggi e artefice del clima da far west di quel periodo nel quartiere in cui si verificò l’arresto di Stefano Cucchi. Mandolini, s’è detto nel processo, premeva per realizzare il massimo degli arresti per mettersi in buona luce con i suoi superiori. Dalle rivelazioni di Tedesco è partita una indagine parallela che ha portato all’apertura di un processo specifico per i depistaggi con 8 tra carabinieri e alti ufficiali fra gli imputati.

Con la statura morale per cui è noto nel mondo nemmeno Salvini chiederà scusa: «Scuse? Perchè, io ho ucciso qualcuno? Ho invitato la sorella al Viminale, in Italia chi sbaglia, paga. Però non posso chiedere scusa per eventuali errori altrui». «Ma io devo chiedere scusa anche per il buco dell’ozono?». Per quello no ma per le offese a Ilaria un essere umano ci farebbe un pensiero. Salvini è lo stesso che, quando finalmente fu chiaro che i carabinieri c’entravano, eccome, con la morte di Stefano, si permise di dire a Ilaria che si sarebbe dovuta vergognare, che certi suoi post gli facevano schifo. No, non chiederà scusa. E probabilmente non è così importante. Sarebbe meglio se pezzi di società riescano a disintossicarsi dalla fantomatica emergenza sicurezza, se la solidarietà riuscisse a prendere il posto del razzismo e della paura, se il superamento del proibizionismo tagliasse il Pil delle narcomafie e smorzasse le ambizioni di far west in certi ambienti di politica e forze armate.

In questi anni c’è stata la fila di politici che si sono messi in fila per un selfie con Ilaria Cucchi, senza comportamenti conseguenti, altri si sono fatti i selfie con i vertici di polizia e carabinieri sotto la dettatura dei quali sembra essere scritta la pessima legge sulla tortura (governava il pd, ricordiamolo quando mai lo dovessimo credere un “porto sicuro”) stigmatizzata dalla stessa Corte europea per i diritti umani.

Sette processi, tre inchieste, due pronunciamenti della Cassazione. Cucchi è una delle tante vittime di abusi di polizia come Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, Dino Budroni, Carlo Giuliano, Massimo Casalnuovo e Federico Aldrovandi. La complessità della sua vicenda lo rende anche simbolo della battaglia per i diritti umani dei carcerati e contro ogni sopruso del potere sugli ultimi. Una battaglia che non si può sdraiare sugli allori di una sentenza di primo grado.

Le tappe della vicenda

– 15 ottobre 2009: Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri al Parco degli Acquedotti a Roma perchè trovato in possesso alcuni grammi di droga. Cucchi viene portato nelle celle di sicurezza di una caserma dei carabinieri. – 16 ottobre 2009: Stefano appare all’udienza di convalida del fermo con ematomi e difficoltà a camminare. Parla a stento: una registrazione diffusa successivamente testimonierà dello stato di Cucchi all’udienza. L’arresto è convalidato e Cucchi viene portato a Regina Coeli. – 22 ottobre 2009: Cucchi, dopo una settimana di detenzione, muore nel reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini. Inizia la battaglia giudiziaria della famiglia che una settimana dopo diffonde alcune foto choc del cadavere in obitorio che mostrano ematomi e segni ‘sospettì. – 25 gennaio 2011: vanno a processo sei medici e tre infermieri del Sandro Pertini e tre guardie carcerarie. – 5 giugno 2013: Vengono condannati quattro medici del Pertini. Assolti gli infermieri e le guardie carcerarie. – 31 ottobre 2014: In appello tutti i medici vengono assolti. – gennaio 2015: viene aperta l’inchiesta bis dopo che la Corte d’appello trasmette gli atti in procura per nuove indagini. – settembre 2015: i carabinieri entrano per la prima volta nell’inchiesta: 5 vengono indagati. – dicembre 2015 La Cassazione annulla con rinvio l’assoluzione dei 5 medici del Pertini. Vengono nuovamente assolti nel 2016 ma la Procura ricorre in Cassazione che dispone un nuovo processo d’Appello. – gennaio 2017: la Procura di Roma chiude l’inchiesta bis quella per la quale sono ora a processo 5 carabinieri. Nel luglio 2017 vengono rinviati a giudizio: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di omicidio preterintenzionale e di abuso di autorità. Tedesco è accusato anche di falso e calunnia insieme con il maresciallo Roberto Mandolini, mentre della sola calunnia risponde il militare Vincenzo Nicolardi. – 11 ottobre 2018: il pm Giovanni Musarò rivela che l’imputato Francesco Tedesco per la prima volta parla di un pestaggio subito da Cucchi da parte dei colleghi Di Berardo e D’Alessandro. Le indagini sul pestaggio erano state riaperte grazie alle parole di un altro carabiniere, Riccardo Casamassima. Nel corso del processo emergono anche presunti depistaggi con la sparizione o l’alterazione di documenti di servizio. Si apre l’inchiesta. – 16 luglio 2019: Nell’ambito dell’inchiesta sui depistaggi vengono rinviati a giudizio il generale Alessandro Casarsa e altri 7 carabinieri tra cui Lorenzo Sabatino, all’epoca dei fatti comandante del reparto operativo di Roma. Il processo inizierà a novembre. – 3 ottobre 2019: il pm chiede la condanna a 18 anni per i due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro accusati del pestaggio che viene, per la prima volta, associato alla morte di Cucchi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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