Piazza Fontana, “la madre di tutte le stragi” cinquant’anni dopo

Piazza Fontana, “la madre di tutte le stragi” cinquant’anni dopo

La “strage di stato” resta impunita a cinquant’anni da quel 12 dicembre 1969. Ma l’esercizio della memoria è un dovere civile

Le bombe scoppiano il 12 dicembre 1969, un venerdì pomeriggio, a Roma e a Milano. La strage è qui, alla Banca nazionale dell’agricoltura di Piazza Fontana, affollata di commercianti e agricoltori giunti da tutta la pianura padana per fare un salto all’istituto di credito in occasione del mercato settimanale. L’attentatore, dopo aver trasportato l’ordigno sulla propria auto, lascia la borsa di similpelle nera con la cassetta metallica dell’esplosivo, sette chili di tritolo, sotto al tavolo dell’atrio. Il botto ferma gli orologi della piazza alle 16,37. I morti sono diciassette, tredici sul colpo – diverranno sedici col passare delle ore, la diciassettesima vittima morirà per i postumi delle ferite a oltre un anno dall’attentato – una novantina i feriti, molti dei quali hanno gli arti inferiori amputati dalla bomba. Poco dopo, nella Banca commerciale italiana non distante, un impiegato trova un’altra borsa nera e la consegna in direzione. La seconda bomba milanese, inesplosa forse per un difetto al timer tedesco dell’innesco. Ma viene fatta brillare quella sera stessa dagli artificieri della polizia nel cortile della banca, distruggendo ogni indizio degli attentatori: dinamitardi esperti, secondo il perito balistico Teonesto Cerri. Non è finita: quello stesso pomeriggio, pochi minuti dopo la bomba di piazza Fontana, un terzo ordigno esplode a Roma, in un corridoio della Banca nazionale del lavoro, sulla centralissima via Veneto. Tredici impiegati feriti, uno gravemente, strage evitata. Dopo una mezz’ora, una seconda esplosione sulla seconda terrazza dell’Altare della patria, su via dei Fori imperiali. Alle 17,24 l’ultimo scoppio, sulla stessa terrazza dal lato dell’Ara Coeli: due passanti colpiti da un cornicione.

Le bombe del 12 dicembre non giungono inattese. Dal gennaio di quell’anno, ci sono 145 attentati nel paese: dodici al mese, tre a settimana. Gran parte di matrice fascista, ai danni di sedi e gruppi della sinistra extraparlamentare, sezioni di partiti, monumenti partigiani. Alcuni addebitati ai gruppi dell’estrema sinistra o agli anarchici, come quelle del 25 aprile – il mese più caldo: ben 45 attentati – alla fiera campionaria e alla stazione centrale, ancora a Milano, o d’origine ufficialmente incerta, come gli attentati ai treni dei primi d’agosto (12 feriti), prova generale del salto di qualità che sta maturando ad un livello più alto della manovalanza fascista nella strategia della tensione. Una lunga stagione di bombe intrecciata agli anni del golpe permanente che Pier Paolo Pasolini avrebbe definito il romanzo delle stragi, le cui radici affondano nella “svolta” del centrosinistra dei primi anni ‘60 e si dipana proprio da quel pomeriggio dicembrino. Stragi non erano mancate, fino a quel momento, nella storia del nostro paese: un nome per tutti, Portella della Ginestra. Ma lì si trattava di fermare la “canea rossa”, per dirla come l’allora ministro degli Interni Mario Scelba: chiaro l’obiettivo e gli esecutori, presumibili i mandanti. A Roma e Milano no: con la strategia della tensione che si innesca quel venerdì nero si colpisce nel mucchio, senza mandanti o disegni certi, se non fomentare il disordine e l’anarchia, provocare una reazione puntando allo stato forte.

Proprio gli anarchici sono, naturaliter, i capri espiatori della prima ora. Dai circoli di Roma e Milano inzeppati d’informatori delle destre e delle questure si fanno i nomi di chi prelevare: un ballerino milanese residente a Roma, Pietro Valpreda, e un ferroviere pure milanese, Giuseppe Pinelli. A seguire la nera mano dell’anarchia dietro le bombe, quando ancora i fumi dell’esplosivo non si sono diradati, tre personaggi su tutti, a Milano. Nell’ordine: il giudice istruttore del tribunale Antonio Amati, ex carabiniere, commissario politico aggiunto della questura; il socialdemocratico Luigi Calabresi, definito dal settimanale Lotta continua il “commissario Cia” per i corsi d’aggiornamento negli Usa risalenti agli anni precedenti; il questore Marcello Guida, già uomo di fiducia di Mussolini e direttore del confino politico di Ventotene. Ma l’indicazione di seguire la pista “anarcoide” viene da Roma, dove quel fine gourmet di Federico Umberto D’Amato, direttore dell’Ufficio affari riservati del Viminale, la segnala al prefetto di Milano Libero Mazza, e questi la riporta al presidente del Consiglio Mariano Rumor. E proprio nell’ufficio della questura milanese di Calabresi, alla presenza del tenente dei carabinieri Savino Lo Grano e dei brigadieri di Ps Vito Panessa, Pietro Muccilli, Carlo Mainardi e Giuseppe Caracuta, l’anarchico Pinelli scivola dalla finestra del quarto piano, giù come un sacco di patate lungo il muro, inanimato come avesse ricevuto una botta in testa. “Malore attivo”, avrebbe sentenziato anni dopo il giudice Gerardo d’Ambrosio, scagionando tutti. Valpreda è più fortunato: “solo” tre anni di carcere in attesa del processo, finché nell’‘85 viene prosciolto da ogni accusa.

Dieci anni prima, un altro processo aveva stabilito che tra Pino Pinelli e le bombe di Milano correva la stessa distanza della terra rispetto alla luna, benché il questore Guida avesse annunciato, la notte stessa del “suicidio”, che Pinelli si fosse buttato giù dalla finestra perché implicato nella strage e ormai scoperto, con tanto di frase a effetto sulla fine dell’anarchia. Una montatura. Una manovra presto scoperta grazie anche a un libro frutto della controinchiesta di un gruppo di studenti, dal titolo destinato a passare alla storia: “La strage di stato”, prima d’essere sepolto da una montagna di querele. Ristampato da Odradek vent’anni fa, il libro è integralmente online su http://www.strano.net/stragi/tstragi/pfontana/index.html. La stampa d’ogni colore, intanto, si scatena contro il “mostro” Valpreda: «Una belva oscena e ripugnante, penetrata fino al midollo dalla lue comunista» (Il Secolo d’Italia); «uno che odiava la borghesia al punto da gettare rettili nei teatri per terrorizzare gli spettatori (l’Umanità); «un personaggio ambiguo e sconcertante dal passato oscuro» (l’Unità).

Occorrono una decina di processi, depistaggi e cadaveri, perché alla fine le prove ignorate dalla polizia portino a un’altra verità, caparbiamente cercata dal giudice Guido Salvini per decenni. Al gruppo neofascista veneto di Ordine nuovo facente capo a Carlo Maggi, con Franco Freda e Giovanni Ventura (nel frattempo espatriati in Sudamerica), quest’ultimo strettamente legato a Guido Giannettini, colonnello del Sid (Servizio informazioni difesa) e fervente sostenitore del Msi, come organizzatori. A Delfo Zorzi, fatto riparare in Giappone a costruirsi una solida carriera imprenditoriale, e al pentito Carlo Digilio, tra i preparatori dell’ordigno. Fino e all’ex para’ Claudio Bizzarri, esecutore materiale della strage secondo il libro inchiesta appena uscito a cura dell’ex giudice. Condanne e assoluzioni anche per altri uomini dei servizi: il capitano Antonio La Bruna e il generale Gianadelio Maletti, e per l’avanguardista Stefano delle Chiaie. Sullo sfondo, la supervisione dell’amministrazione Nixon e il supporto del regime dei colonnelli greci.

«Di sopra e più in alto, per il momento non si è andati», lamenta lo stesso Salvini alla vigilia del processo riaperto nell’‘89 e concluso nel 2005, con l’assoluzione degli imputati. Ultimo di dieci processi terminati con un massino di 4 anni per favoreggiamento per Maletti dalla prima corte d’assise di Catanzaro, a dieci anni dalla strage, e con un nulla di fatto per tutti. Né si andrà mai. La verità giudiziale è data, quella storica pure, per quel che vale. Resta la “madre di tutte le stragi”, capofila della scia di sangue e d’orrore – Brescia, Ustica, Bologna, sul rapido 904, per dire qualche tappa – che ha permeato la storia della repubblica, prima o seconda che sia. Restano i nomi delle vittime sacrificali, il dolore dei famigliari, le ricorrenze sempre più svuotate di senso, come quella di questo cinquantennale. Restano le bombe “anarchiche” pronte a esplodere nel Belpaese, seppure con minore virulenza. E resta l’esercizio non sterile della memoria, senza il quale il sangue versato è destinato a non lasciare traccia, l’oggi a non avere storia, il potere reputato incapace delle infamie commesse pur di conservarsi, la lotta contro il movimento antagonista e i ceti subalterni mai avvenuta.

Dieci libri per ricordare meglio:

La strage di stato, controinchiesta a cura di Eduardo M. Di Giovanni e Marco Ligini, Samonà & Savelli, 1970; Odradek, Roma, 2000 (ristampa)

Marcello Del Bosco, Da Pinelli a Valpreda, Roma, 1972

Nicola Magrone e Giulia Pavese, Ti ricordi di Piazza Fontana? Edizioni Dall’Interno, Bari, 1986

Maurizio Dianese, Gianfranco Bettin, La strage. Piazza Fontana, verità e memoria, Feltrinelli, 2002

Paolo Barbieri, Paolo Cucchiarelli, La strage con i capelli bianchi, Editori Riuniti, 2003

Rita di Giovacchino, Il libro nero della Prima repubblica, Fazi, Roma, 2003

Mario Consani, Foto di gruppo da Piazza Fontana (prefato da Dario Fo), Melampo, 2005

Vito Bruschini, La strage, il romanzo di Piazza Fontana, Newton Compton, 2012

Guido Salvini, Andrea Sceresini, La maledizione di Piazza Fontana, Chiarelettere, 2019

Rete dei comunisti, Piazza Fontana, una strage lunga cinquanta anni, Contropiano, 2019

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