giovedì 20 Febbraio 2020

Droghe, qualche domanda all’ennesima ministra proibizionista

Droghe, qualche domanda all’ennesima ministra proibizionista

Droghe. Antigone alla ministra che vuole pene più severe: «Una ricetta che non ha mai funzionato»

Cosa accadrebbe alle mafie se ci fosse la legalizzazione della cannabis? Quanto ci guadagnerebbe lo Stato? E quanto risparmierebbe non incarcerando in massa i consumatori? Ancora: quanti vedrebbero migliorate le proprie condizioni di salute grazie al consumo di sostanza controllata o al non ingresso nel circuito penale e penitenziario? E quanti processi in meno ci sarebbero e, infine, quanti poliziotti in più si potrebbero utilizzare per reprimere il crimine organizzato e le narcomafie?

All’indomani dell’annuncio della ministra degli Interni Lamorgese di pene più severe per i pusher, Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, rivolge queste domande nel tentativo di riaprire un dibattito sulle droghe più equilibrato ed efficace. «Le pene più severe sono una ricetta che, anche in tempi recenti, ha dimostrato il suo fallimento». E «La legalizzazione delle droghe leggere restituirebbe più sicurezza ai cittadini eliminando alla radice lo spaccio di strada contro cui la ministra cerca un rimedio efficace. Legalizzare significa sferrare un duro colpo al narcotraffico e sfoltire le aule dei tribunali». Si potrebbe aggiungere che il proibizionismo è da sempre una forma di concorso esterno alle associazioni mafiose, la più efficace perché gestita dalle istituzioni. Si potrebbe aggiungere che l’annuncio della ministra è uno dei segnali di continuità con gli esecutivi che hanno preceduto questo governo Pd-M5S-Leu, ennesima doccia fredda per il popolo del voto utile, facile alle ansie, allergico alla realtà. Anche un ex procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, s’è espresso a favore della legalizzazione, i cui benefici sarebbero evidenti per il nostro paese, ricorda Gonnella: lotta e contrasto alla criminalità organizzata, alla microcriminalità che vedrebbe drasticamente diminuire reati direttamente collegati al consumo di sostanze, tutela della salute ed introiti per le casse dello Stato (diretti, provenienti dalla tassazione, e indiretti provenienti dal recupero delle risorse attualmente spese per operazioni di polizia, per i tribunali e per i costi del sistema penitenziario, questi ultimi quantificabili in circa 1 miliardo di euro l’anno).

«In Italia ben conosciamo i risultati che porta l’inasprimento delle pene come politica di prevenzione del crimine – sostiene il leader di Antigone – dal 2006 al 2014 è stata in vigore la Fini-Giovanardi che non portò nessun beneficio in termini di riduzione del traffico e del consumo di droghe ed ha invece riempì le carceri. Le persone detenute per violazione delle leggi sugli stupefacenti, storicamente negli ultimi anni intorno al 32-33% del totale della popolazione ristretta, erano arrivate ad essere il 41% del totale, cosa che aveva inciso sul sovraffollamento penitenziario, da cui era scaturita la condanna della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti. Dunque la soluzione non va ricercata in pene più severe, ma in un cambio radicale di politiche, come hanno fatto alcuni stati americani, il Canada, il Portogallo e come anche altri stati europei stanno pensando di fare».

La guerra alle droghe è fallita. E’ stata una guerra agli stili di vita che ha fatto impennare il Pil della ‘ndrangheta e prosperare ogni tipo di narco mafia. L’Italia, sul solco delle esperienze di altri paesi, deve cambiare nettamente rotta. «C’è bisogno di una rivoluzione pragmatica che lasci la morale fuori dal diritto», conclude Gonnella. La recente relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia conferma l’esigenza imprescindibile di servizi capaci di avvicinare e ascoltare le persone prima che l’uso di droghe si trasformi in una condizione di dipendenza grave e in situazioni di grave rischio. Sono gli interventi che gli esperti chiamano “di prossimità”, di riduzione del danno e limitazione dei rischi. Luoghi e operatori capaci di accogliere ragazzi, genitori, persone che hanno un problema con le droghe o, semplicemente, ne fanno un uso non consapevole. Oggi, passano mediamente tra gli 8 e i 10 anni dal primo manifestarsi di un consumo problematico all’arrivo ai servizi. E, nel solo 2018, sono state più di 40mila le persone segnalate alle prefetture per consumo di droghe.

Diversi i dati allarmanti. Aumentano l’uso di eroina, i ricoveri in ospedale per eroina e cocaina, i decessi per droga (334 nel 2018). Nell’anno passato sono state inserite nelle tabelle degli stupefacenti 49 nuove sostanze e altrettante sono entrate e uscite rapidamente dal mercato. Si corrono più rischi e, a volte, non si sa nemmeno cosa si sta assumendo. Una situazione che, secondo il Cnca, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, richiede un forte sviluppo delle unità di strada e la creazione di centri territoriali che diventino punto di riferimento per giovani, famiglie, scuole, sapendoli accompagnare nelle loro richieste, domande, paure. Oggi le unità di strada e gli altri servizi ‘a bassa soglia’ sono circa un centinaio in Italia, del tutto insufficienti rispetto alla vastità del fenomeno droghe. E sarebbe necessario un piano nazionale di prevenzione nelle scuole, promosso dal ministero della Salute e dal ministero dell’Istruzione, per sensibilizzare i più giovani. Invece arriverà più prigione.

 

 

 

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