domenica 25 Ottobre 2020

Polizia col taser. La nuova vittoria di Salvini

Polizia col taser. La nuova vittoria di Salvini

Taser. Invece di cancellare i decreti sicurezza, il governo Pd-M5s-Iv-Leu dà attuazione alle scelte sicuritarie di Salvini

L’introduzione del taser, giocattolino letale regalato da Salvini alle polizie italiche, dovrebbe far tornare in mente tutti gli argomenti sfoderati in alcuni ambiti della sinistra “radicale” a favore dell’avvento di questo governo. Perché, invece di abrogare i decreti sicurezza il governo Pd-M5s-Iv-Leu, segue il solco di una continuità imbarazzante con l’esecutivo che lo ha preceduto e che, a sua volta, aveva trovato le piste asfaltate da Minniti a proposito di repressione e immigrazione. La discontinuità invocata, attesa, bramata, spergiurata, è una parola che va ad aggiungersi a quelle svuotate di senso in questi quarant’anni di neoliberismo. E pensare che qualcuno è stato pronto a scommettere che addirittura si sarebbe messo mano su JobsAct, legge Fornero o sugli F35. Così, mentre il Pd promette di rifondarsi e diventare più largo, mentre in Emilia un pezzo di quella sinistra è già in fila ai seggi per votare “coraggiose” liste civetta, o liste “foglie-di-fico”, ecco che entra in vigore la possibilità per chi opera in ordine pubblico di friggere i sospetti con la pistola elettrica che tra il 2001 e il 2012 ha ammazzato più di 500 persone secondo un dossier di Amnesty International scritto evidentemente in una lingua che i demo-stellati non riescono a tradurre. La lingua del superamento dell’emergenza sicurezza, di politiche sociali degne di questo nome, la lingua dell’accoglienza e della libertà di movimento. «Anche il Comitato europeo per la prevenzione della tortura afferma che l’introduzione dei Taser aprirebbe la porta a risposte sproporzionate», fa presente Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione Comunista, ricordando che «la stessa azienda produttrice,  la Taser International Incoporated, riconosce un fattore di rischio mortale che sia aggira intorno allo 0,25%. Una persona su 400, tra quelle colpite da Taser, rischia cioè il decesso. Non sarebbe stato più utile investire queste risorse in formazione delle forze di polizia o in strumenti logistici (autovetture, vestiario e altre strumentazioni utili al contrasto della criminalità)? Tutte le informazioni contenute in questa dichiarazione sono tratte dall’interrogazione presentata da LeU nel maggio 2018 quando ministro degli interni era Salvini».

Da parte sua il Capitano incassa e rilancia: «Meglio tardi che mai! È una vittoria della Lega che il governo non è riuscito a smontare nonostante l’opposizione della sinistra», dice il leader della Lega Matteo Salvini commentando l’approvazione da parte del Consiglio dei ministri del regolamento per l’uso del Taser. «Ora – aggiunge – mi aspetto tempi rapidi per dare uno strumento in più alle forze di polizia, compresa la Polizia Penitenziaria». Un sogno che diventa realtà per quei pezzi di polizia rappresentati da sindacati come Siulp, Siap e Anfp anche se uno dei sindacatini più di destra della galassia delle sigle poliziesche, Fsp, si lamenta addirittura che quel regolamento sia troppo restrittivo, «una trappola per l’operatore». Con un po’ di pazienza, il prossimo governo, di destra o di “sinistra” che sia, potrebbe avviare un sereno dibattito sulla licenza di uccidere, magari in via sperimentale. Basta aspettare.

Eppure tra chi si occupa di diritti, come Antigone, la preoccupazione è forte: «Riteniamo un grave errore il via libera alla dotazione stabile per tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine della pistola elettrica taser, un’arma pericolosa e potenzialmente mortale, come ci dimostra la realtà dei paesi in cui è in uso», spiega Patrizio Gonnella, presidente di Antigone. La sperimentazione del taser era partita nel settembre del 2018 in dodici città su iniziativa dell’allora ministro dell’Interno Salvini. «Nonostante il rispetto delle necessarie cautele per la salute e l’incolumità pubblica e il principio di precauzione a cui gli agenti saranno richiamati, la pericolosità di quest’arma non viene meno, soprattutto perché non è possibile sapere o stabilire se la persona cui si sta per sparare soffra o meno di cardiopatia o epilessia, due delle patologie per cui la pistola elettrica potrebbe risultare mortale», aggiunge ancora Gonnella, ricordando come anche alcuni organismi internazionali, tra cui la Corte Europea dei Diritti Dell’uomo ed il Comitato ONU per la prevenzione della tortura si siano espressi relativamente alle pericolosità di quest’arma e il rischio di abusi che l’utilizzo può comportare». Proprio per rispondere a questa proposta Antigone aveva lanciato, all’inizio della sperimentazione, una campagna rivolta agli amministratori locali a cui si chiedeva, attraverso l’approvazione di un ordine del giorno, di non dare seguito a questa possibilità. Un invito a cui hanno risposto i comuni di Palermo, Torino, Milano e Bergamo. «Chiediamo al governo che torni sui suoi passi, rinunciando a dotare le forze dell’ordine di quest’arma che, nella pratica quotidiana diventa un sostituto del manganello e non della classica pistola. Inoltre, speriamo che questo non sia il preludio per dare seguito alla proposta emersa nei mesi scorsi di dotare anche gli agenti di polizia penitenziaria, impegnati nel lavoro nelle carceri, di questa pericolosa arma. Se ciò accadesse l’opposizione di Antigone sarebbe ferma e decisa».

«Occhio all’uso della pistola ad impulsi elettrici da parte della polizie locali», avverte anche Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, a margine di una conferenza stampa sulla detenzione. «Quel che mi lascia perplesso – e che più volte ho osservato – è che a fronte di una formazione corretta da parte di poliziotti e carabinieri, ci sia il rischio che agenti municipali seguano invece percorsi del tutto indipendenti, senza una corretta sperimentazione. Insomma un ‘fai da te’ che può dar luogo a un uso improprio del taser».

E il taser non è certo la panacea per sovraffollamento, carenze nelle strutture sanitarie per i detenuti, aggressioni, suicidi e un clima generale di abbandono in cui versa il sistema carcerario. Lo stesso Palma ha presentato un dossier che fa da prologo alla presentazione dell’annuale rapporto sugli istituti penitenziari italiani, in programma il 17 aprile al Senato. Il dato più evidente è quello che riguarda l’indice di sovraffollamento, pari al 129,40%. A fronte di una capienza generale di 50.692 posti, infatti, sono presenti 60.885 detenuti. La regione più in sofferenza è la Lombardia, seguita da Puglia e Lazio. Appena fuori dal podio la Campania. «In Italia ci sono 102 detenuti ogni 100.000 abitanti – spiega Palma -, numeri in linea con quelli della Francia, ma molto superiori alla Germania, dove ci sono 78 detenuti ogni 100.000 abitanti». I detenuti sono per il 67% di nazionalità italiana, per il 28% extracomunitari e per il 5% comunitari. Tra i dati che preoccupano maggiormente il Garante c’è il numero di aggressioni subite ogni anno dal personale penitenziario. Nel 2019 sono state 800, un numero che rischia di ripetersi anche nel 2020. Nei primi 17 giorni dell’anno, infatti, sono state registrate già 41 aggressioni, spesso causate – sostiene Palma – «dal senso di abbandono, sia da parte del personale sia da parte dei detenuti». Lo scorso anno, inoltre, sono stati 53 i suicidi in carcere, dieci dei quali commessi da persone senza fissa dimora. Quasi la metà di queste morti riguardano, poi, persone in attesa di giudizio. Soggetti dunque vulnerabili nei confronti delle quali, spiega il Garante, ci sarebbe bisogno di maggior attenzione. Tra loro anche i detenuti con problemi di salute mentale. Dei 191 istituti penitenziari in Italia, appena 32 hanno a disposizione strutture adatte per seguire questo tipo di pazienti. I Rems, sottolinea Palma, sono «sottodimensionati» mentre le articolazioni per la salute mentale «realmente carenti». Attenzione particolare anche alle detenute madri. In questo momento in Italia ci sono in totale 48 donne madri con 53 figli al seguito. «Purtroppo – sottolineano Daniela de Robert e Emilia Rossi – solo Roma e Milano hanno a disposizione case famiglia.

 

 

 

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