lunedì 17 Febbraio 2020

Iraq, la guerra uccide la lotta di classe

Iraq, la guerra uccide la lotta di classe

Verso la mobilitazione internazionale contro la guerra del 25 gennaio. L’iniziativa di Sinistra Anticapitalista Roma. Intervista ad Alfio Nicotra di Un Ponte Per

L’atto di guerra degli USA nei confronti dell’IRAN con l’omicidio mirato di Qassam Soleimani rischia di condurre ad una escalation militare dalle conseguenze imprevedibili. A tutto ciò si sommi la retorica nazionalista che viene adoperata a dosi da cavallo a proposito della situazione in Libia.
Il precipitare degli eventi bellici avviene proprio quando l’Iraq, il Libano, e l’Iran – e anche l’Algeria – sono attraversati da un estesa ed intensa mobilitazione sociale che stava o sta mettendo in crisi il quadro politico consolidato.
Il clima bellico inasprisce la repressione contro i movimenti sociali che si oppongono alle politiche antipopolari di quei governi agite anche attraverso l’uso della corruzione, le quote confessionali che caratterizzano il quadro politico. Rivendicano garanzie democratiche e di giustizia sociale imprescindibili e si battono per il principio dell’autodeterminazione dei popoli contro gli USA e le ingerenze del governo iraniano. La repressione sta causando centinaia di morti feriti ed arrestati.
«Essere contro la guerra significa porsi a fianco di questi popoli e alle lotte che portano avanti centinaia di migliaia di giovani donne e uomini lavoratrici e lavoratori e studenti. Siamo di fronte a due imperialismi e non siamo disponibili ad alcuna ambiguità», dice Cristina Tuteri di Sinistra Anticapitalista Roma che, in vista della mobilitazione del 25 gennaio, sulla scia dell’appello dell’Answer Coalition statunitense, prenderà parte mercoledì 22, a un dibattito con la giornalista indipendente Sara Manisera (Colomba d’oro per la pace 2018) e Alfio Nicotra, co-presidente di Un Ponte Per, la ong nata la notte del 17 gennaio 1991 mentre su Bagdad piovevano le prime bombe della Guerra del Golfo.

«I missili lanciati dall’Iran non hanno fatto vittime, è una fake news quella degli 80 morti, ad Herbil c’è molto allarme per il timore che torni a essere terreno di battaglia per le potenze che si fronteggiano», spiega Nicotra intervistato da Popoff. «La diplomazia dei missili è molto pericolosa perché nessun missile è intelligente – continua lo storico pacifista – ormai dal primo ottobre in piazza Tahir va in sceba una mobilitazione di ragazzi e ragazze, il 50% sotto i vent’anni, che non ne possono più della guerra permanente e del fondamentalismo religioso, contro una costituzione di ripartizione settaria del potere voluta dagli Usa nel 2003: qui s’è inserito l’Iran dal 2011, quando potere è passato alle milizie paramilitari».

Nicotra ricorda anche le mobilitazioni a Bassora e Nassiria dove anche la popolazione sciita ha chiesto l’allontanamento dell’Iran dalla vita politica. «Nonostante 500 morti e ventimila feriti da parte di polizia e milizie sciite quando è stato bloccato il porto di Bassora, lo sciopero è durato per settimane nei terminali e nei pozzi di petrolio tornati in mano alle multinazionali. I movimenti denunciano che i profitti finanziano un fiume di corruzione per questo sono state chieste le dimissioni del primo ministro e ora c’è un braccio di ferro perché nessun sostituto è gradito. Si vuole una soluzione indipendente da potenze esterne. La reazione è quella di forte preoccupazione di fronte all’assassinio di Sulemaini perché rischia di cancellare il conflitto sociale e per un Iraq multietnico».

Le mobilitazioni dell’ultimo periodo hanno sedimentato un tessuto di solidarietà con il Rojava ma un filo rosso unisce Libano e Iraq. Per questo Un Ponte Per sta lavorando alla giornata di mobilitazione mondiale lanciata dai movimenti pacifisti Usa contro un nuova guerra in Iraq a fianco dei movimenti. In Italia si traduce nella richiesta che non siano concesse le basi, «un drone come quello che ha ucciso Soleimani potenzialmente potrebbe partire da Sigonella – aggiunge Nicotra – è una violazione della sovranità, chiediamo all’Ue di lavorare perché la questione dell’accordo sul nucleare non veda un cedimento a Trump. Alla firma dell’accordo del 2015 ci furono piazze di giubilo in Iran molto diverse da quelle del funerale di Soleimani, quando ha vinto le elezioni Trump s’è ritirato da quell’accordo e l’Ue finora ha resistito alle sue pressioni nonostante l’embargo».

E sull’ipotesi che in Iraq venga spedita una missione Nato come ha proposto anche il ministro Guerrini rilanciando la proposta di Trump? «Sarebbe un gravissimo errore. Prevedere una missione Nato in sostituzione dell’attuale coalizione anti-Daesh significa non capire cosa sta avvenendo in quel paese. L’Italia sarebbe il primo paese a dire sì alla proposta Trump e ci pare una enormità fare da apripista a chi vuole avere le mani libere per operazioni militari illegali, come quelle contro Soleimani, non rischiando sul campo i propri uomini ma mettendo in pericolo quelli dei propri alleati, tra l’altro espone gli Italiani che Italiani in Iraq partecipano a una coalizione di 79 paesi con missioni di addestramento. Di tutto ha bisogno l’Iraq tranne che replicare la fallimentare missione Nato in Afghanistan. L’Italia deve lavorare per l’indipendenza dell’Iraq e non per trasformarlo in un protettorato della Nato. Per questo da tempo insistiamo per trasformare l’attuale missione militare in una missione civile, per sostenere lo sforzo della società irachena a uscire dalla logica di guerra e a costruire finalmente un futuro di pace e di giustizia sociale».

Nicotra ricorda il dossier sulle gigantesche spese per mantenere sotto pressione l’Iraq: «Se avessimo speso tutti quei soldi per scopi civili avremmo alzato il tenore di vita della popolazione, invece abbiamo contribuito alla distruzione e alla crescita del terrorismo». Quello che sarebbe necessario è proseguire la mobilitazione città per città perché esiste un «problema di alfabetizzazione per spiegare che l’escalation è servita anche per sviare l’attenzione dal processo di impeachment (iniziato da poche ore, ndr) e che i principali finanziatori di Trump sono quelli che stanno guadagnando dalla situazione: petrolieri e armi. Serve una piattaforma all’altezza della situazione, se i sindaci ricominciassero a guardare al mondo, come La Pira a Firenze che negli anni ‘60 andò in Vietnam, e si aprissero canali con la società civile anche con i sindacati, e con chiunque senta la necessità di non spazzare via la questione sociale dal Medioriente e si costruisca un sistema più giusto dal punto di vista dell’inclusione e dell’uguaglianza».

Un dato su cui insiste il co-presidente della ong, presente su vari scenari orientali dal 1991, è che «la lotta di classe sparisce di fronte al conflitto tra stati, la guerra è l’elemento su cui si sono rotte le Internazionali, i popoli non hanno interesse a sparare, terrore e repressione servono alle lobby e ai fondamentalisti, la guerra, insomma, cancella la questione sociale dall’agenda politica. Il movimento per la pace ha la necessità che la questione sociale diventi centrale in tutta la regione».

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