mercoledì 21 Ottobre 2020

Francia: il prefetto che fa massacrare i manifestanti

Francia: il prefetto che fa massacrare i manifestanti

Francia. Le pratiche “illegali” del prefetto Lallement rivelano la strategia criminale di Macron contro i movimenti sociali

di Pascale Pascariello 

Sta facendo scalpore in Francia, l’inchiesta che Médiapart ha appena pubblicato contro il prefetto Lallement e sulla repressione in corso da quasi un anno a Parigi. Il sito è riuscito ad ottenere documenti interni dalla gendarmeria, dal CRS, ma anche testimonianze delle forze dell’ordine e lo scambio di mail da un sistema di messaggistica interna al CRS. Questi documenti accusano pesantemente la strategia del prefetto Lallement, principalmente su due aspetti – commenta  Cerveaux non disponibles, un sito di controinformazione – la prima corrisponde all’adozione di una dottrina basata sull’aggressione, che invita le truppe ad “impattare” con i manifestanti. Per intenderci: andare allo scontro e usare la forza, anche quando la situazione non lo richiede. «Non solo abbiamo un prefetto che dà ordini contrari alle norme. Ma se nessuno gli dice niente, la sua strategia diventa il modello». In Francia, da mesi, il contegno criminale della polizia, specialmente nella Capitale, sta suscitando un dibattito interno alle stesse forze dell’ordine che in Italia non s’è avuto nemmeno quando la subcultura fascistoide e le pratiche criminali di tutti i corpi di polizia si sono concentrate e rivelate in una miriade di reati commessi in sole 48 ore nelle strade di Genova nel 2001 e in una caserma di polizia trasformata in luogo di tortura da centinaia di carabinieri, poliziotti e finanzieri. La stragrande maggioranza di loro non avrebbe mai risposto ad alcun tribunale di quegli abusi, perfino l’omicidio di Carlo Giuliani sarebbe stato archiviato con un’acrobazia giuridica e quasi tutta la scena politica e informativa avrebbe continuato ad avere lo stesso contegno servile e complice nei confronti degli apparati militari e di ordine pubblico.

L’altro aspetto su cui l’inchiesta di Médiapart fa luce è l’introduzione sempre più sistematica e ingiustificata di “nasse” nelle manifestazioni. Una pratica che dovrebbe essere utilizzata per guidare i gruppi da un punto all’altro ma che Lallement usa per evitare che i dimostranti possano sfuggire alla mattanza. La strategia del governo, specialmente contro il movimento dei GJ, è quella di andare oltre il rispetto di presunte regole democratiche per terrorizzare e soffocare la protesta sociale. Al prezzo del passaggio a uno Stato autoritario, una tendenza che s’era fatta concreta già con l’adozione dell’etat d”urgence con Hollande e che Macron ha perfezionato sfruttando il dna della polizia francese che ha origine nelle pratiche repressive contro i movimenti anticoloniali. Solo che la protesta non si è fermata. «I politici che continuano ad avere fiducia nel prefetto Lallement, con piena cognizione di causa, devono quindi essere ritenuti responsabili degli atti illegali dati alle forze dell’ordine e delle tragedie che questo sta generando da mesi. Stiamo parlando di Christophe Castaner ed Emmanuel Macron», dice anche CND. «Si è anche tentati di dire che la polizia sta organizzando metodicamente e coscienziosamente una deriva verso l’illegalità, infrangendo regole che considera vecchie e superate. Questa si chiama legge, ma mentre la sua funzione era quella di farla rispettare, la polizia ne ha inventate di nuove e, con una certa connivenza, i tribunali si sono conformati». «Grazie a un sistema giudiziario che non si tira indietro e affidandosi a giovani reclute manipolabili che si arruolano nelle forze di polizia per addestrarsi a terrorizzare (in particolare i cosiddetti acrobati BRAV-M), l’istituzione che è stata a lungo descritta come “Stato nello Stato” si è comportata sotto l’era Macron come un’agenzia autonoma rispetto a una Repubblica di cui avrebbe dovuto rispettare le leggi. Questo cambiamento ci invita a vedere il modo in cui il potere intende mutare e diventare auto-istituente». (ercole olmi)

 

Mediapart ha ottenuto diverse note dalla gendarmeria nazionale e dal CRS che mettono in dubbio la legalità degli ordini impartiti dal prefetto di polizia di Parigi. Si segnalano “pratiche contrarie alla legislazione e ai regolamenti” e “uso sproporzionato della forza”.

Anche se fortemente criticato, il prefetto di polizia di Parigi Didier Lallement continua a godere del sostegno del ministro degli Interni Christophe Castaner, che il 19 febbraio ha dichiarato: “Non c’è nessun problema con Lallement».
Un’affermazione che è ben lungi dall’essere condivisa all’interno del proprio reparto. Infatti, Mediapart ha ottenuto note emesse dai più alti ranghi della gendarmeria nazionale e delle compagnies républicaines de sécurité (CRS), che mettono solennemente in guardia contro l’irregolarità e l’uso sproporzionato della forza ordinata dal prefetto Didier Lallement.
Il 20 marzo 2019, quasi un anno fa, Didier Lallement è stato nominato prefetto di polizia di Parigi, con il sostegno dell’Eliseo. E con una nuova dottrina definita dallo stesso ministro dell’Interno nel suo discorso di insediamento: “Una strategia di mobilità, di reattività, di contatto e di arresto, assumendosi, sì, i rischi che ciò comporta”.
La Gendarmeria Nazionale, dal canto suo, non se li assume più. Nelle note del settembre 2019 a cui Mediapart ha avuto accesso, gli alti funzionari della gendarmeria incaricati di mantenere l’ordine giudicano le pratiche del prefetto Lallement, invitando le sue truppe a “impattare” i manifestanti, “giuridicamente dubbie e con conseguenze politiche potenzialmente dannose” prima di concludere che sono “contrarie alla legislazione e ai regolamenti in vigore”.
Lo scopo di questi documenti è “l’uso della Gendarmeria mobile per mantenere l’ordine a beneficio della Prefettura di Polizia”, e valutano sia gli ordini impartiti prima dei giorni di mobilitazione sia la loro attuazione sul campo.
Si riferisce di un incontro tenutosi il 20 settembre 2019, organizzato in Prefettura in preparazione delle operazioni previste per il giorno successivo a Parigi, per sovrintendere alla mobilitazione dei “gilet gialli” e alla marcia per il clima. Alla presenza di una ventina di persone, tra cui comandanti di polizia, commissari e ufficiali, è stato “affermato chiaramente che dobbiamo ‘colpire’ sui gruppi”.
Queste direttive della Prefettura di Polizia per “colpire” hanno fatto venire l’ulcera ai funzionari di gendarmeria coinvolti nelle operazioni. Essi descrivono questi ordini di entrare in contatto con i dimostranti senza apparente necessità come “deliberatamente in deroga alle disposizioni degli articoli L 211-9 e R 211-13 del CSI [Codice di sicurezza interna]”, secondo cui l’uso della forza viene utilizzato solo quando è assolutamente necessario e la forza dispiegata deve poi essere proporzionata al disturbo da fermare.
Questi ordini non regolamentari, tuttavia sono stati attuati come riportato nel presente documento. Infatti, il giorno dopo l’incontro, sabato 21 settembre, durante le operazioni di polizia a Parigi, è stato osservato “un uso sproporzionato della forza secondo le direttive del giorno precedente”.
Il resto delle osservazioni rimane altrettanto preoccupante: “In diverse occasioni, il PP [Préfecture de Police] ha ordinato manovre di ingabbiamento, consistenti nell’attaccare l’avversario. Ciò contravviene alle disposizioni legali e regolamentari. L'”ingabbiamento” è un dispositivo solitamente utilizzato per controllare un gruppo di tifosi e condurli da un punto all’altro per evitare qualsiasi rischio di scontri.
L'”ingabbiamento” è noto anche come nassa (una rete metallica o di plastica con, all’estremità, un “imbuto”, antico attrezzo per pescare). Questo sistema, utilizzato dalle forze dell’ordine, consiste nel circondare un certo numero di persone e nel confinarle. Deve tuttavia lasciare una scappatoia.
Una fonte, vicina al dossier, spiega che “ingabbiamento o nassa” viene spesso fatto alla fine di una manifestazione per effettuare arresti, tra le altre cose. Si tratta di fissare, cioè di immobilizzare in un luogo, una strada o una piazza chiusa e presidiata da agenti di polizia. Tuttavia, come afferma il documento della Gendarmeria Nazionale, “è consigliabile in ogni operazione di ordine pubblico, di lasciare una via di fuga all’avversario”. Tuttavia, secondo il modus operandi del prefetto, i dimostranti sono parcheggiati, “ingabbiati” senza via d’uscita e le granate lacrimogene sono spesso utilizzate su vasta scala.
I gendarmi responsabili del mantenimento dell’ordine pubblico sono categorici: “Tali pratiche sono contrarie alle leggi e ai regolamenti vigenti”, citando non solo il codice di sicurezza interna ma anche il codice penale.


Questa normativa è stata inoltre ricordata dal Ministero dell’Interno a tutti i funzionari, compreso il prefetto, con un telegramma del 13 settembre 2019, specificando che in caso di intervento è necessario preservare “le vie di dispersione o di fuga” per i manifestanti.
Le conclusioni della gendarmeria sono inconfutabili: come ordinato da Didier Lallement, questa tecnica è “suscettibile di esasperare la popolazione e di alimentare un sentimento di sfiducia nei confronti delle autorità e delle forze dell’ordine” ma soprattutto è “suscettibile di generare dei movimenti della folla potenzialmente rischiosi». Ma non fa niente: il prefetto fa a meno di rispettare la legislazione e le istruzioni del proprio ministero. Di fatto, mette in pericolo i manifestanti e pone le forze dell’ordine al di fuori della legge.

“Le cose hanno cominciato a sfuggirci di mano quando le Brav* hanno cominciato a intervenire”.
Un altro documento che Mediapart ha potuto consultare denuncia la pericolosità di questa pratica. Dopo la mobilitazione dei vigili del fuoco il 15 ottobre 2019 a Parigi, un capitano al comando di una squadra mobile di gendarmeria (quasi 70 uomini) ha fatto rapporto sulle operazioni: mentre i manifestanti si trovavano sul ponte della Concordia e chiedevano “con calma di poter lasciare la scena”, ha scritto, si sono trovati bloccati da un lato dai gendarmi e dall’altro da un’unità di polizia, “che per di più utilizzava gas lacrimogeni”.
Senza alcuna possibilità di uscire, “alcuni individui hanno cominciato ad scavalcare la ringhiera del ponte per aggirare la diga, mettendosi in pericolo sulla Senna”.
Infine, per “evitare un incidente”, il caposquadra ha disobbedito agli ordini del prefetto: ha deciso di “scortare [i manifestanti] alla metropolitana”. Questa scelta è stata dettata dal fatto che l’iniziale “obiettivo tattico” aveva “causato un peggioramento della situazione”, i manifestanti “sono stati rinchiusi senza via d’uscita”. Inoltre, l'”uso del gas” aveva avuto “l’effetto logico e prevedibile di aumentare la tensione anche mentre si stava instaurando il dialogo. »
Per evitare che un dimostrante cadesse nella Senna, questo gendarme ha aggirato gli ordini della prefettura.
Interrogato da Mediapart, un alto funzionario di polizia, specialista nel mantenere l’ordine e destinatario di questa nota, ha ricordato “che il sistema di ingabbiamento non solo è contrario alla normativa, ma soprattutto al diritto di dimostrare”. Poi commenta il rifiuto del comandante di squadriglia di obbedire: “Il nostro codice etico prevede che si possa disobbedire se l’ordine è ritenuto illegale o pericoloso. Ma è molto raro che questo venga applicato, soprattutto davanti al prefetto».
Il problema sollevato da questo documento “è grave”. “Il contatto con i manifestanti e l’uso della forza devono essere la risposta definitiva. Se tale uso non è giustificato, è assolutamente illegale. Non solo abbiamo un prefetto che dà ordini contrari alle norme. Ma se nessuno gli dice niente, la sua strategia diventa il modello. È molto pericoloso e non siamo lontani da una tragedia come quella di Malik Oussekine** con tali pratiche”, deplora.
Un’altra lettera interna di un’unità del CRS solleva la questione degli ordini impartiti alla Brav, una brigata di polizia motociclistica, che è stata messa al bando dopo la morte di Malik Oussekine il 6 dicembre 1986 e che è ricomparsa dal 9 febbraio 2019.
Dopo il giorno della mobilitazione dei gilet gialli il 18 gennaio 2020 a Parigi, la testimonianza di un CRS è eloquente. Ha detto: “Non possiamo più contare il numero delle gassazioni (da parte della PP [prefettura di polizia])”, essendosi lui stesso “gasato due volte”.
Spiega di aver supervisionato i dimostranti lungo il “percorso di 13,8 km”, “i blocchi neri non si sono mossi”. Le cose hanno cominciato a sfuggirci di mano quando i Brav hanno cominciato a intervenire. Alla fine della manifestazione, alla Gare de Lyon, “i Brav hanno cominciato ad accelerare. …] È incredibile colpire nel mucchio in quel modo quando non c’è stato un conflitto”, continua per iscritto.
Scambiando su un sistema di messaggistica interna condiviso dal CRS, il tono dell’ufficiale è sfrenato: “Il modo di agire delle Brav mostra o una mancanza di esperienza, o una mancanza di lucidità o ordini stupidi».


Prima di concludere che tra i manifestanti, “c’erano cassos [casi sociali, persone disagiate, ndr] ma quasi nessun casseurs. E le Bravs hanno caricato senza motivo”, rimpiangendo di aver dovuto terminare la giornata più tardi del previsto, perché le cariche delle Brav avevano provocato scontri. “E’ stato loro ordinato da qualcuno di caricare. Quindi il tizio che l’ha deciso, collega o no, è un asino».
Contattati da Mediapart, altri CRS hanno fatto la stessa osservazione. Uno di loro non vuole puntare l’indice sulle Brav, ma “è la dottrina attuale della polizia ad essere problematica. Le Brav sono spesso composte di giovani appena usciti da scuola e privi di esperienza. È facile chiedere loro di seguire gli ordini che sono di gridare indiscriminatamente. Di conseguenza, spesso caricano e colpiscono senza motivo. »
Il Ministero degli Interni non ha voluto rispondere alle nostre domande. Mentre la Prefettura di Polizia di Parigi ci ha semplicemente informato che si riserva «la possibilità di un “diritto di risposta” a seconda del contenuto dell’articolo».
Come ha sottolineato la gendarmeria nella sua conclusione, gli ordini del Prefetto sono suscettibili, con la loro violenza e illegalità, di esasperare la popolazione. Il 22 febbraio, al Salon de l’Agriculture, un gilet giallo, impiegato in un ufficio finanziario, ha chiesto al presidente Emmanuel Macron delle forze dell’ordine: «Mi sto beccando grenades de désencerclement*** – ha detto – vivo la guerra ogni sabato … Finirà male», s’è rammaricato prima di chiedere al presidente di «placare le forze dell’ordine».

Parlando a nome dei sindacati di polizia, il presidente ha risposto che la polizia “è stremata”, giustificando così i suoi eccessi. Ma cosa succede, allora, quando le stesse forze dell’ordine considerano gli ordini illegali?
Tanto più che la Corte d’appello di Lione ha già stabilito che la “nassa” era un possibile reato. Il 25 ottobre 2018, quella corte ha infatti chiesto che l’ex prefetto del Rhône, Jacques Gérault, e l’ex direttore del dipartimento di pubblica sicurezza, Albert Doutre fossero incriminati per “violazione arbitraria della libertà individuale”, “privazione illegale della libertà” e “ostruzione concertata della libertà di espressione e di manifestazione”. »
Tale decisione fa seguito ad una denuncia presentata il 21 gennaio 2011 da 16 persone e 19 associazioni, per essere stati, durante la manifestazione contro la riforma pensionistica del 21 ottobre 2010, bloccati e circondati da agenti di polizia in Place Bellecour per più di 6 ore. Dopo diversi disaccordi tra i magistrati, un nuovo presidente della corte ha finalmente deciso di archiviare un caso che è ancora oggetto di contestazione in tribunale.
Lo stesso prefetto di polizia di Parigi è già stato denunciato per “violazione della libertà individuale” e “complicità in violenza volontaria aggravata”. La denuncia è stata presentata il 20 novembre 2019 da Manuel, un gilet giallo ferito da una granata a gas lacrimogena (MP7), il 16 novembre a Parigi.
Come questo lavoratore interinale ha detto a Mediapart, quel giorno, quando è stato ferito, accompagnato dalla moglie, ha cercato di rifugiarsi “dove non ci sono stati scontri. La polizia aveva bloccato tutta la piazze [place d’Italie]. Cercavamo di uscire, ma eravamo stremati perché non appena ci avvicinavamo a un’uscita, ci lanciavano gas lacrimogeni. Così abbiamo deciso di aspettare in una zona più tranquilla. Parlavamo con un medico di strada (street medic, un volontario per l’assistenza sanitaria in piazza, ndr) e ci chiedevamo perché avessero scelto di bloccarci in una piazza […]. Era pericoloso e volevo solo andarmene e proteggere mia moglie. »
Contattato da Mediapart, l’avvocato di Manuel, Arié Alimi, ricorda che “la nassa come ordinato dal prefetto Lallement costituisce un reato penale. E’ estremamente grave, soprattutto quando è seguita dalla gassazione e dallo sparo di flashball contro i dimostranti intrappolati. Questo è proprio quello che è successo a Manuel».

*Brav-M: Brigades de répression de l’action violente motorisée

** Oussekine, 22enne, aveva partecipato alle proteste studentesche di massa del 1986 a Parigi contro le riforme universitarie (la cosiddetta “legge Devaquet”) quando fu arrestato dalla polizia. E’ morto in custodia della polizia in circostanze controverse. Con la sua morte che ha portato a un’intensificazione delle proteste, le leggi furono abolite due giorni dopo.

*** Queste granate si basano sul funzionamento delle granate a frammentazione. Tuttavia, invece di contenere un guscio metallico progettato per esplodere in schegge, sono costituite da tre file di sei borchie di gomma dura, oltre al tappo dell’accenditore, anch’esso rivestito di gomma. Quando esplodono, le borchie di gomma vengono proiettate in modo incontrollato e circolare. Alcuni di essi possono anche contenere una carica di gas CS o spray al pepe.

 

 

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