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Covid19 e femminicidi: stare a casa non è sicuro per tutte

Due femminicidi in meno di un mese. Aumenta la richiesta di aiuto  di donne costrette a vivere con uomini maltrattanti per l’emergenza Covid19. La denuncia di D.i.Re

di Marina Zenobio

Il 31 marzo scorso a Furci Siculo, nel messinese, Lorena Quaranta, 27 anni, è stata strangolata dal fidanzato con cui condivideva la casa dentro cui era rimasta rinchiusa nel rispetto delle misure adottate per combattere l’emergenza sanitaria in corso.

Il 18 aprile scorso a Trucuzzano, hinterland milanese, Alessandra Cità, 47 anni, è stata uccisa con una fucilata dall’ex compagno che aveva comunque deciso di ospitare durante l’isolamento da coronavirus.

Due donne i cui nomi entreranno a far parte delle statiche sui femminicidi commessi in Italia, 21 dall’inizio dell’anno, 101 l’anno scorso, 85 quello precedente, e potremmo andare ancora più a ritroso nel tempo per capire che i femminicidi di questi giorni non sono solo conseguenza di “drammi da convivenza forzata”, come si è letto su qualche quotidiano, ma hanno radici più profonde e “non è un’emergenza nell’emergenza perché la violenza di genere è un fenomeno strutturale, un fenomeno continuo che va affrontato nel quotidiano in tempi di normalità”, così come dichiarato da Antonella Veltri, la presidente di D.i.Re., la rete nazionale che raccoglie 80 centri antiviolenza su tutto il territorio nazionale. La violenza di genere ha radici nella cultura maschilista e patriarcale per cui gli uomini non accettano la libertà di scelta delle donne che vogliono mettere la parola fine ad una relazione indesiderata.

Tuttavia sono migliaia le donne che stanno vivendo situazioni di violenza intrafamiliare ancora più gravi perché costrette a “restare a casa” in convivenza forzata con uomini maltrattanti, violenza sessuale, fisica, psicologica, economica, s pesso alla presenza di figli e figlie.

Secondo una recente denuncia di D.i.Re., dal 9 marzo scorso – inizio del lockdown imposto dai Decreti della presidenza del consiglio di ministri per arginare il contagio da Coronavirus – e fino al 5 aprile, la richiesta di aiuto da parte delle donne è aumentato del 74,5%.

In questo periodo 2867 donne hanno contattato i centri antiviolenza (Cav) D.i.Re, di queste 806 (il 28%) non si erano mai rivolte prima ad un Cav. L’incremento delle richieste di supporto rispetto alla media mensile registrata con l’ultimo rilevamento statistico del 2018 – pari a 1643 – è stato appunto del 74,5%.

Si tratta, secondo D.i.Re, di un incremento significativo delle richieste di aiuto da parte di donne già seguite dai uno dei Cav della Rete, donne costrette a trascorrere in casa con il partner violento l’isolamento per l’emergenza Covid19. Tuttavia si è registrato un calo delle prime richieste di supporto da parte di donne che non si erano mai rivolta prima ad un centro antiviolenza.

Dalla rilevazione statistica di D.i.Re – curata da Paola Sdao e Sigrid Pisanu – emerge “un dato che conferma quanto la convivenza forzata abbia ulteriormente esacerbato situazioni di violenza che le donne stavano già vivendo” e che in poco più di un mese ha portato oltre 1200 donne in più a rivolgersi ai centri antiviolenza della rete, “1200 donne in più rispetto alla media annuale dei contatti registrati nell’ultima rilevazione”.

Un altro dato che preoccupa la Rete è che “le nuove richieste di aiuto rappresentano solo il 28% del totale, quando invece nel 2018 rappresentavano il 78% del totale delle donne accolte” Inoltre “solo il 3,5% di queste donne sono transitate attraverso il numero pubblico antiviolenza 1522”. Una constatazione a conferma che i centri antiviolenza sono un punto di riferimento per donne a prescindere dal 1522. Tuttavia, riporta Veltri, pur essendo servizi essenziali che hanno continuato le proprie attività nonostante la crisi sanitaria, i Centri antiviolenza non sono mai stati citati dai vari DPCM.

A nulla sono valse le richiesta di risorse straordinarie e per le necessarie protezioni per gestire le accoglienze. Nella maggior parte dei casi, riporta la denuncia di D.i.Re., i centri antiviolenza “hanno dovuto e stanno provvedendo in autonomia a mettersi in sicurezza e a reperire alloggi di emergenza” e precisa che i fondi del 2019, sbloccati il 2 aprile scorso dal Dipartimento Pari Opportunità, “Ora devono transitare per le Regioni. Ad oggi però nessuna Regione risulta essersi attivata”.

In conclusione, i 3 milioni annunciati con Cura Italia sono irrisori rispetto ai bisogni dei centri. “Non siamo ancora fuori dall’emergenza – chiarisce D.i.Re – ed ora che si sta avvicinando il momento della riapertura nessun intervento è stato previsto per affrontare la situazione, mentre le richieste di supporto potrebbero aumentare ancora, come accaduto in Cina. Il governo deve assolutamente cambiare strategia”.

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