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NoTav, la protesta di Dana alle Vallette, 32 condanne al maxiprocesso

Dana Lauriola in sciopero della fame per rivendicare i diritti negati nel carcere delle Vallette. 32 condanne al maxi-processo

Uno sciopero della fame a oltranza è stato annunciato da Dana Lauriola, portavoce del Movimento No Tav detenuta nel carcere delle Vallette a Torino, e altre due recluse, S. Calabria e M.E. Calabrese. La protesta è dovuta alla mancata adozione, da parte della direzione della casa circondariale, di misure che garantiscano le sei ore di contatti con i familiari (tra colloqui e videochiamate). Lauriola e le due compagne scrivono che lo sciopero della fame «è una forma di protesta pacifica di non risposta a una sistematica violazione dei nostri diritti». Alla direzione del carcere si chiedono inoltre le «risposte certe» rispetto alla tutela della salute, specificando per esempio le tempistiche di vaccinazione anti covid.

Sul sito Notav Info vengono spiegate le ragioni della protesta. La diminuzione delle ore di colloquio previste per legge (anche in videochiamata): le sei ore che ogni detenuta ha a disposizione per legge per effettuare colloqui in presenza sono state sospese per via della pandemia Covid-19 e sostituite da video chiamate che però non mantengono mai il monte ore settimanale complessivo, ma al contrario lo diminuiscono fino a dimezzarlo. Dal momento in cui il carcere ha riaperto la possibilità di effettuare le visite familiari, tantissimi parenti si sono recati al carcere per effettuare le prenotazioni, solo che una volta lì, a tutti quelli provenienti da fuori Torino è stato vietato l’accesso al carcere con la scusante della Zona Arancione. Come se non fosse un motivo di primaria necessità quello di incontrare i propri parenti detenuti. Respinti e colpevolizzati per essersi presentati, nonostante non sia giunta a loro alcuna comunicazione da parte della Casa Circondariale. Ancora oggi il carcere delle Vallette non prevede alcuna forma sostitutiva che garantisca le 6 ore di colloquio anche in videochiamata.

Dana e le sue compagne chiedono che vengano immediatamente riammesse le videochiamate, la telefonata ordinaria e anche quella aggiuntiva introdotta proprio durante la sospensione dei colloqui in presenza. Ma, siccome il problema del taglio delle ore non è solamente per chi non ha ancora accesso alle visite in presenza, viene richiesto che tutti i detenuti e le detenute abbiano possibilità di integrare con videochiamate le ore in presenza così da raggiungere comunque il monte ore complessivo settimanale. Si chiede anche di ristabilire al più presto le prenotazioni dei colloqui via mail, che ancora oggi è in disuso. Questo certamente renderebbe più agevole e più sicuro, a livello sanitario, la possibilità per le famiglie di effettuare la prenotazione alla visita. Inoltre, viene richiesto che la chiamata con il proprio legale non rientri nell’elenco delle telefonate ai familiari, evitando così che quella chiamata ne sottragga una con i propri cari. D’altronde le visite in presenza degli avvocati sono certamente escluse dal monte ore settimanale. Pertanto la logica vorrebbe che lo stesso avvenisse con le telefonate.

Il Covid-19 in carcere è già stata fonte di paura e enorme stress per tutte le detenute e i detenuti, basti pensare alle rivolte che si sono scatenate lo scorso marzo, pertanto al centro di questo sciopero c’è anche la richiesta urgente di ricevere reali misure di tutela sanitaria che il carcere di Torino ancora non ha previsto. E quindi, di ricevere notizie in merito al vaccino e alla sua somministrazione, di mettere in atto in tempi brevi un’indagine medica accurata su tutti i detenuti così da riuscire ad effettuare una reale mappatura dei contagi e poter prevenire terrificanti scenari.

A Dana, S. Calabria e M.E. va tutto il sostegno e la solidarietà del Movimento No Tav e di associazioni, come Acad, che si battono la “malapolizia” e gli abusi in divisa. «Parte di me continua ad essere là con Dana, Fabiola e con tutte le donne con le quali ho condiviso quel tempo immobile e buio», scrive Nicoletta Dosio.

E’ terminato, la sera del 21 gennaio, con 32 condanne, il maxi processo d’appello ai No Tav. Dopo quasi dodici ore di camera di consiglio, i giudici hanno operato sensibili riduzioni di pena, che ora sono comprese fra i due anni e i sei mesi di reclusione, rispetto alle sentenze precedenti, pronunciando alcune assoluzioni parziali e dichiarando prescritti numerosi episodi. «Il messaggio della sentenza è che le manifestazioni che si svolgono con queste modalità continuano a costituire reato e sono sanzionate. L’impianto accusatorio ha retto perfettamente», è il commento del procuratore generale Francesco Saluzzo. «La tesi dell’accusa non ha retto nella parte in cui diceva che tutti gli imputati erano responsabili di tutto ciò che era successo. Era un minestrone. E i giudici non lo hanno voluto», replica l’avvocato Gianluca Vitale, uno dei difensori degli imputati. Si tratta del cosiddetto appello bis: nell’aprile 2018 la Cassazione aveva annullato la precedente decisione della Corte d’appello di Torino, del novembre 2016, di condannare 38 imputati a pene sino a 4 anni e 6 mesi di carcere per gli scontri del 27 giugno e del 3 luglio 2011, quando migliaia di persone si radunarono a Chiomonte per opporsi all’arrivo delle ruspe e delle forze dell’ordine che dovevano prendere il controllo dell’area. Tra gli attivisti e i simpatizzanti No Tav condannati questa sera, ci tiene a puntualizzare il ligio cronista di agenzia, c’è anche l’ex brigatista rosso Paolo Maurizio Ferrari, 76 anni, una condanna a trent’anni per la militanza nelle Br, da cui non si è mai dissociato né pentito, che terminò di scontare nel 2004. Condannati anche, tra gli altri, lo storico leader del centro sociale Askatasuna Giorgio Rossetto e due torinesi che si sono uniti in Siria alle milizie in lotta contro l’isis, Jacopo Bindi e Fabrizio Maniero. «Sono passati 10 anni dai fatti e molti episodi sono caduti in prescrizione. Ma le condanne per resistenza e violenza a pubblico ufficiale ci sono state», afferma il pg Saluzzo, osservando che non è stata riconosciuta a nessuno imputato la scriminante di aver reagito a un atto arbitrario delle forze dell’ordine. La Cassazione, nell’annullare la precedente decisione della Corte d’Appello, aveva infatti chiesto di verificare se la protesta No Tav fu una reazione a un abuso di potere da parte delle forze dell’ordine. Per l’avvocato Vitale, invece, la sentenza di questa sera ripristina «la correttezza e la laicità di giudizio nelle questioni No Tav. Le riduzioni di pena – sostiene – sono un effetto non solo della caduta in prescrizione dei fatti, ma delle molteplici assoluzioni parziali nel merito. Questo è fondamentale».
La procura torinese, nel processo bis, ha sostanzialmente mantenuto la stessa attitudine: nessun tipo d’inchiesta sulle violenze delle forze dell’ordine che sparavano lacrimogeni dai cavalcavia in faccia ai manifestanti e pesantissime richieste per i notav che resistettero allo sgombero della Maddalena. «Se il dispositivo è stato sostanzialmente confermato dai giudici, le pene sono comunque state ridotte in maniera significativa creando un’evidente frustrazione del procuratore generale ieri alla lettura della sentenza», è il commento del movimento sul sito NoTavInfo.

Due pesi e due misure da parte di quella che viene definita dal movimento No Tav, la procura con “l’elmetto” per l’evidente funzione repressiva ritenuta a disposizione della grande e devastante opera in Val Susa. Dalle prime 21 querele del dicembre 2005 per le violenze durante lo sgombero notturno di un presidio No tav a Venaus, iniziava, infatti, una serie ininterrotta di archiviazioni quasi sempre per l’impossibilità di identificare gli autori delle condotte delittuose. In quel caso il gip disse, tuttavia, che erano «frequenti ed estesi», gli episodi di violenza da parte di operatori in ordine pubblico e «almeno in parte false» le versioni dei 18 funzionari che furono sentiti. Perché non ci fu alcun procedimento? Perché nessun giudice s’è ricordato che anche chi assiste a reati di colleghi dovrebbe intervenire o, almeno, denunciare? Non esiste una responsabilità per chi comanda le operazioni? Perché nessuna inchiesta è stata aperta anche quando la gravità delle lesioni avrebbe richiesto l’apertura d’ufficio? Domande inevase allora e in tutti gli altri casi di abusi, violenze contro donne e uomini di ogni età, danneggiamenti gravi, uso di armi improprie e uso improprio di armi legittime, ingiurie sessiste e torture sugli arrestati. Decine e decine di archiviazioni e, in parallelo, processi rapidissimi e condanne pesanti contro i manifestanti. Il dubbio, confermato dal commento del Pg di ieri sera, è che alla Procura di Torino importi di più colpire piccoli reati simbolici, come il taglio delle reti del cantiere, piuttosto che reati per lesioni gravissime e violazioni dell’articolo 3 della Convenzione di Strasburgo.

L’unica divisa indagata in Valle è quella di un Cacciatore di Sardegna, reparto di carabinieri che fa la spola con i teatri di guerra. Il 3 luglio 2011, a Venaus, il militare pestò un ragazzo arrestato mentre era sotto il controllo totale dei pubblici ufficiali. Un reato molto grave secondo quanto scrive la Corte europea di giustizia nella sentenza su Bolzaneto. Fu indagato ma se la cavò con la messa alla prova, una misura che estingue la pena, e 1500 euro di risarcimento al manifestante. Tuttavia il legale del manifestante venne denunciato per una memoria difensiva considerata irriguardosa nei confronti della corte ma che fu archiviata, alla fine. Il legale si chiama Claudio Novaro, insieme alla collega Valentina Colletta – anche lei si occupa di casi di conflitto sociale – ha curato “Archiviato” (2016), documentario che denuncia come gli illeciti commessi da agenti e funzionari di pubblica sicurezza ai danni di manifestanti o fermati, non determinino, specialmente a Torino, i medesimi esiti giudiziari di quelli commessi dai manifestanti. Quel film è in rete dopo aver circolato nei luoghi di movimento. Mai stato possibile presentarlo in un tribunale, o in luoghi istituzionali, nemmeno alla Biennale Democrazia (manifestazione promossa dalla Città di Torino e realizzata dalla Fondazione per la Cultura Torino). «Riuscimmo a proiettarlo in Senato, grazie all’impegno di Luigi Manconi, all’epoca presidente della commissione sui diritti umani, suscitando lo sdegno dei sindacati di polizia – ricorda Colletta – avremmo voluto interloquire ma loro hanno chiesto il divieto di proiezione». Il Coisp bollò la cosa come «cineforum di propaganda diffamatoria contro le Forze dell’Ordine» e sui loro «presunti reati» da parte del «partito dell’antipolizia». Esiste quel partito? O piuttosto non esiste un partito della polizia?

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