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Caso Uva, confidiamo che ci sia un giudice a Strasburgo

Tortura, indagini carenti e processi inadeguati: la Corte europea di giustizia dichiara ammissibile il ricorso contro l’Italia sul caso di Giuseppe Uva

La Corte europea dei diritti dell’uomo ascolterà le ragioni del ricorso, presentato a novembre 2020 da Fabio Ambrosetti, Stefano Marcolini e Fabio Matera, i legali di Lucia Uva, la sorella di Giuseppe, morto il 14 giugno 2008 nell’ospedale di Varese dopo un violento fermo da parte dei carabinieri durato tutta la notte. Una delle storie di malapolizia più conosciute e controverse di questo paese.

«Un calvario durato 13 anni», dice Lucia Uva alle attiviste di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa, una delle associazioni più assidue sul caso. Un’altra è A buon diritto, di Luigi Manconi.

«Abbiamo ricevuto da pochi giorni la mail della Cedu che comunicava di aver ricevuto il ricorso. Ora lo esaminerà, vuol dire che non lo ha dichiarato inammissibile, c’è un primo vaglio di ammissibilità dei ricorsi e l’84% dei ricorsi non lo supera», spiega a Popoffquotidiano Fabio Ambrosetti riassumendo le ragioni del ricorso: le carenze nelle indagini – lo Stato italiano non si è adoperato a sufficienza per accertare i fatti perché la lunghezza del processo e l’imperizia delle indagini, non avrebbero consentito al raggiungimento della verità – i trattamenti inumani e degradanti, fisici e psicologici, a cui è stato sottoposto Giuseppe Uva in violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea sui diritti umani –  il ritardo con cui l’ordinamento italiano ha introdotto il reato di tortura (è avvenuto solo nel 2017)  senza il quale la magistratura avrebbe potuto disporre di strumenti più adeguati per la valutazione dei possibili comportamenti delittuosi – la grave carenza processuale in appello quando la corte non ha voluto che venissero nuovamente ascoltati i testimoni più importanti ma, in violazione di una precisa disposizione della stessa Cedu, si è limitata a rileggere le trascrizioni dei verbali del processo di primo grado.

«Parafrasando Brecht – conclude Ambrosetti – confidiamo che ci sia un giudice a Strasburgo, l’attività della Cedu è fondamentale, basti pensare alla Diaz».

Era il luglio del 2019 quando lo Stato si assolse, per sempre, nella vicenda della morte di Giuseppe Uva. «Una sentenza sbagliata rimane sbagliata anche se confermata in Cassazione. Ci rivolgeremo alla Corte europea dei diritti dell’uomo», annunciò allora Ambrosetti alla notizia della conferma dalla Cassazione dell’assoluzione di sei poliziotti e due carabinieri. La sentenza sembrò sbalorditiva perché il pg di Cassazione ne aveva chiesto l’annullamento, al termine di una lunga requisitoria, per ripetere un processo che ascoltasse i testi Biggiogero, Finazzi e Russo. In quelle ore un comunicato di Acad ricordava alcuni passaggi chiave dell’autopsia: “Era pieno di lividi e fratture”; “Aveva segni di bruciature di sigaretta dietro il collo”; “Aveva i testicoli tumefatti”; “Aveva sangue dall’ano”.

Gli imputati, accusati di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona, erano stati assolti sia in primo grado che in appello, qui con formula piena per tutti «perché il fatto non sussiste». Il ricorso era stato depositato dalle parti civili e dalla Procura di Milano che aveva chiesto condanne fino a tredici anni di reclusione per gli uomini in divisa. Il Pg della Cassazione Tomaso Epidendio aveva chiesto di riaprire il processo su un caso come quelli di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi, morti dopo essere stati fermati dalle forze dell’ordine. Malapolizia.  Ad avviso del Pg milanese Gaballo, invece, la condotta degli imputati sarebbe stata «inequivocabilmente la condizione necessaria» che ha portato alla morte di Uva, mentre nel verdetto di proscioglimento i magistrati di secondo grado scrivevano che non è possibile sostenere il «nesso causale» tra il comportamento di agenti e carabinieri e la morte dell’operaio. In Cassazione, però, la Procura milanese, senza successo, ha insistito nel sottolineare che se gli «imputati non avessero operato al di fuori dei loro poteri, il signor Uva sarebbe tornato a casa e, non subendo alcun trattenimento contro la sua volontà, ammanettato e consapevole dell’ingiustizia che stava subendo, non si sarebbe agitato, non sarebbe stato portato in ospedale – in preda a una fatale tempesta emotiva – non gli sarebbero stati somministrati farmaci e con ogni probabilità sarebbe ancora vivo».

In base alle indagini, Giuseppe Uva venne fermato a Varese, in Via Dandolo in pieno centro, nella notte tra il 13 e il 14 giugno 2008 da due militari mentre stava spostando, con un amico, delle transenne di un cantiere in mezzo alla strada e rovesciando cassonetti. Una pattuglia di carabinieri li raggiunge e li conduce in caserma con il supporto di altri sei poliziotti.

Fu trattenuto per alcune ore in caserma, e secondo l’amico che era con lui, Alberto Bigioggero, Uva fu vittima di un pestaggio e poi venne trasportato in ospedale a Circolo e sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio: qui morì la mattina successiva per arresto cardiaco. Nel ricorso in Cassazione il Pg di Milano ha contestato anche l’assoluzione dal reato di sequestro di persona contestato agli imputati in quanto la Corte d’Assise d’Appello avrebbe «travisato i fatti», e avrebbe «erroneamente ritenuto» che «la privazione della libertà di Uva potesse essere legittimata dal dovere di impedire che i reati venissero portati a compimento» anche se per quel tipo di reato non si prevede l’arresto né la tortura. Il 31 maggio del 2018 la Corte d’Assise d’appello di Milano aveva assolto tutti, alleggerendo ulteriormente anche la posizione dei due carabinieri ai quali era stata estesa la formula di assoluzione «perché il fatto non sussiste» già concessa agli altri imputati fin dal primo grado.

Che succederà adesso? «Il ricorso non può incidere sulla posizione degli imputati ormai assolti – ricorda Ambrosetti – il nostro ricorso, infatti, è contro lo Stato italiano: se la Cedu accoglierà il ricorso, con una condanna o una censura dell’Italia, allora sarà possibile una ulteriore causa per il risarcimento del danno contro lo Stato». Insomma, non ci saranno nuove indagini sul caso Uva poiché non è possibile la revisione delle sentenze della Cassazione, a meno che il ricorso non lo faccia il condannato. «Però – riprende Ambrosetti – se si arrivasse una censura dello Stato, per il trattamento a Uva e soprattutto per le indagine tardive e carenti, sarebbe una bella vittoria per chi come noi ha sempre creduto nella giustezza della battaglia di Lucia Uva». I tempi si prevedono tuttavia piuttosto lunghi e l’esito tutt’altro che scontato. Ora la Cedu dovrà notificare la sua decisione allo Stato italiano che potrà costituirsi tramite la sua Avvocatura e producendo una sua memoria, dopo di che la Corte deciderà se giudicare sulla base delle carte o disporre un’udienza in cui i giudici fanno domande alle parti, a chiarimento di alcuni aspetti ma, per Ambrosetti, è l’ipotesi meno probabile: «in genere decide sulla base degli scritti».

Quello che Ambrosetti chiama «il pellegrinaggio verso Strasburgo» è accaduto spesso in casi di malapolizia: «Di solito la CEDU dichiara inammissibile l’84% dei ricorsi presentati – ricordano in un commento Luigi Manconi e Valentina Calderoni – negli scorsi anni la CEDU ha corretto o sanzionato lo Stato italiano in diversi importanti occasioni: sulle sevizie a danno di detenuti come nel caso dell’istituto penitenziario di Asti; sul sovraffollamento carcerario denunciato dalla “sentenza Torreggiani”; sulle violenze nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001».

«Oggi per noi è una domenica di sole – dicono ad Acad, ancora una volta «a fianco di Lucia e di tutta la famiglia Uva in questa ennesima battaglia per arrivare alla verità. Ci siamo e ci saremo!».

«Mossa da un’enorme forza e da un incrollabile senso di giustizia Lucia Uva ha dovuto subire offese e menzogne, indifferenza e omertà, ma nonostante questo non si è mai arresa ed ha trasformato il proprio dolore più intimo e la sua sofferenza più profonda e privata in una battaglia pubblica e politica», scrivono anche Manconi e Calderoni.

Lucia Uva con l’avvocato Fabio Ambrosetti

 

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