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Il comunismo, modello Ida

Ida Auken è una bionda parlamentare danese, piuttosto piacente, già ministra dello sviluppo (ecologico & sostenibile, va da sé), da anni consulente del World economic forum. Tra le prescelte giovani (ancorché alla soglia dei cinquant’anni) leader globali, più matura e smagata ma non meno entusiasta e politicamente correttissima delle varie Grete, Carole eccetera. Una di quelle figurine alle quali i padroni del discorso e del vapore mettono in mano l’agenda del futuro, i nostri giorni.

Era l’ormai lontano 2016 quando la bella Ida si è lasciata andare a una previsione che pareva azzardata, se non si dovesse fare i conti col senno del poi: il 2030, scriveva, sarà l’anno del comunismo in terra. Tutto, scriveva in un bell’articolo sulla cosiddetta quarta rivoluzione industriale che potete ancora leggere sulla piattaforma del Wef (https://www.weforum.org/agenda/2016/11/how-life-could-change-2030/), ma proprio tutto, sarà socializzato: dalle case al tostapane, dal cibo ai mobili, ai vestiti, sarà a disposizione di tutti, gratuitamente e bellamente. Non parliamo d’automobili, per carità, quest’orrido residuato da carbon fossile: al massimo potremo noleggiare bici e monopattini elettrici a gogò. Non ci sarà bisogno di lavorare, né tantomeno d’abitare in una casa di proprietà, che dovremo anzi lasciare ai migranti di passo, e via girovagando. Non ci sarà bisogno manco di cucinare: tutto sarà portato a casa da un esercito di servizievoli robot. E non state lì a discutere la qualità del cibo, non pretenderete certo qualcosa che non sia artificiale. Eppoi un algoritmo sceglierà per voi, senza fatica. Questo paradiso in terra, va da sé, non sarà scevro da rischi: qualche problemino di privacy, qualcun altro di sanità fisica e mentale, ma tutto sommato il felice futuro è alle porte, all’insegna del “non avrò nulla e sarò felice”. Testuale. Ovviamente, una predizione che non si attaglia all’un per cento di quei padroni che hanno messo in bocca il futuro alla bella Ida. Ci sarà anche chi non s’accoderà, va da sé. Squinternati, rejetti, vecchi arnesi e giovani spiantati, relegati ai margini, senza niente anch’essi, magari più scontenti e arrabbiati, ma impossibilitati a cambiare una virgola della propria esistenza. Inutili, più di tutti.

A ricordare tali concetti, giorni fa, è stato l’ultimo incontro online del Wef, in attesa della riunione plenaria prevista in presenza a Singapore, a fine maggio. Tutto, punto per punto, è stato ribadito in “17 obiettivi a breve termine per lo sviluppo sostenibile”, su circa 170 in prospettiva. Taglio della popolazione mondiale lavorativa di un buon terzo, digitalizzazione e distanziamento per il 70% delle attività umane, da resettare in toto. Aspettando l’era robotica, altra panacea globale. È tutto scritto, nero su bianco. Il 2030 non è fra un secolo, o domani. È già oggi. L’ingegnere Klaus Schwab, gran ciambellano del Forum, può ben gongolare: «La pandemia ci ha insegnato che possiamo introdurre cambiamenti radicali nel nostro stile di vita con grande rapidità. I cittadini hanno dimostrato ampiamente che sono disposti a fare sacrifici. È evidente che esiste una volontà di costruire una società migliore e dobbiamo approfittarne per garantire il grande reset». Eccola la parola d’ordine, la parolina magica, che forse l’economista teutonico riuscirà a vedere reificata, visto che ha appena 82 anni. Almeno Jacques Attali, altro geniale maitre a penser mondialista – che di rivoluzioni industriali ne conta ben nove – aveva posto alla metà del XXI secolo il nuovo punto zero dell’umanità. Fatto salvo un bel conflitto globale Cina-Usa (en passant e a proposito, il vecchio Biden quattoquatto s’è già portato avanti con una task force per approfondire lo scenario).

Un siffatto programma di neofeudalesimo tecnologico che unisce il più orrendo totalitarismo al peggior capitalismo merita un’ultima riflessione linguistica. Non è più questione di neolingua, di acconciarsi alle parole della grande narrazione, direi del nemico, senza coglierne il senso – globalismo, complottismo, negazionismo e altri ismi di comodo – ma di compiuto rovesciamento semantico. La disumanizzazione reale spacciata per comunismo virtuale, assai più reale di quelli storicamente dati, o residuali. Continuiamo a baloccarci coi diritti negati, con le gioje del mondo nuovo, con quello che è stato il Novecento e più non è, con tutta la nostra storia, il nostro vissuto. Il futuro ha già spalancato le sue porte, l’invitante sorriso della bella Ida ci accoglie sulla soglia. Sorridete anche voi, per favore, ché a tanta felicità non s’attagliano preoccupazioni e musi lunghi.

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