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Cucchi, in appello rincarate le pene per i carabinieri

Cucchi, fu omicidio preterintenzionale. 13 anni, in appello, per i due carabinieri che lo pestarono. 4 anni, per falso, per il loro maresciallo

«E’ impossibile dire che non ci sia un nesso di causalità tra il pestaggio e la morte» disse, a dieci anni di distanza dalla morte di Stefano Cucchi, il pm Musarò pronunciando, nell’aula bunker di Rebibbia, l’ultima parte della sua requisitoria del processo bis. Era il 4 ottobre 2019. Oggi anche la Corte d’Assise d’Appello di Roma ha riconosciuto che due carabinieri l’hanno pestato ed è morto per quelle botte. Omicidio preterintenzionale. Confermata e rincarata la condanna – 13 anni invece di 12 – per Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro. Cucchi, arrestato il 15 ottobre del 2009, è morto sette giorni dopo all’ospedale Sandro Pertini di Roma dopo un calvario tra caserme dei carabinieri, città giudiziaria, carcere di Regina Coeli, pronto soccorso del Fatebenefratelli e infine il “repartino” penitenziario del Pertini dov’è stato tenuto lontano dagli sguardi fino alla morte. Il verdetto è arrivato dopo cinque ore di camera di consiglio. Condannato anche il maresciallo Roberto Mandolini, comandante di stazione dei due cc picchiatori, a quattro anni per falso e confermata la condanna per lo stesso reato a due anni e mezzo per Francesco Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni ha fatto luce sul pestaggio avvenuto nella caserma Casilina la notte dell’arresto. Per quest’ultimo il pg Roberto Cavallone aveva chiesto l’assoluzione. In primo grado, il 14 novembre 2019 la prima Corte d’Assise di Roma aveva condannato a dodici anni di carcere i due carabinieri accusati del pestaggio, Di Bernardo e D’Alessandro riconoscendo che fu omicidio preterintenzionale, come sostenuto dal pm Giovanni Musarò. Era stato assolto invece «per non aver commesso il fatto» per questa accusa Francesco Tedesco. Per lui era rimasta la condanna a due anni e mezzo per falso. Per la stessa accusa era stato condannato a tre anni e otto mesi il maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti comandante della stazione Appia. Secondo la sentenza di primo grado, è stato Mandolini a dare il via a una concatenazione di falsificazioni che sarebbe continuata su input di alcuni ufficiali ed è ora oggetto di un processo specifico, contro otto militari dell’Arma, tra cui anche ufficiali, per i depistaggi e gli insabbiamenti partiti nelle prime ore successive alla notizia della morte di Cucchi. Per questo uno dei legali, Stefano Maccioni, ha avvertito che «dopo 12 anni la lotta non è ancora finita. La mamma di Stefano, Rita Calore, ha pianto non appena ha saputo della sentenza. L’ho sentita la telefono. E’ un momento di grande commozione. Siamo comunque pienamente sodddisfatti della decisione di oggi della corte d’appello».

«Il nostro pensiero va ai procuratori Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino e Giovanni Musarò, dopo tante umiliazioni è per merito loro che siamo qui. La giustizia funziona con magistrati seri, capaci e onesti. Non servono riforme», dice Fabio Anselmo, avvocato di parte civile, dopo la sentenza. «Il mio pensiero va a Stefano e ai miei genitori che oggi non sono qui in aula. È il caro prezzo che hanno pagato in questi anni», ha aggiunto Ilaria Cucchi, la sorella della vittima di malapolizia più nota anche grazie al suo attivismo, alla determinazione sostenuta da pezzi della società civile e dei movimenti sociali (tra cui Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa) di questo paese dove, per ricordare le parole del pm che imbastì il processo Diaz, processare una persona con la divisa è doppiamente difficile perché scattano gli stessi meccanismi di colpevolizzazione della vittima tipici di un processo per stupro e le stesse dinamiche di omertà, a qualcuno piace chiamarlo “spirito di corpo” che si verificano quando alla sbarra ci sono i boss.

 

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