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G8, poca luce sotto il Qr Code

Fare Luce, innovativa installazione tecnologica, ideata dal direttore Livermore che apre il G8 PROJECT del Teatro Nazionale di Genova [Carlo Rosati]

Un enorme cubo di luce bianca abbagliante, completamente vuoto a eccezione di un paio di divani in pelle. E di una serie di pannelli quadrati alle pareti che sono in realtà QR Code. Era il palcoscenico del Teatro Ivo Chiesa di Genova, è diventato una macchina del tempo che riporta a quella Genova  di venti anni fa tondi tondi. Quella della “macelleria messicana” e quella di una “violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente” come ebbero a dire rispettivamente il vicequestore Michelangelo Fournier e Amnesty International. Tutti addetti ai lavori che di queste cose ne sapevano.  La Genova dell’oscena passerella dei potenti del mondo in una città violentata, che costò traumi fisici e psicologici, visibili e invisibili a migliaia di persone e la vita di un ragazzo ventenne che si chiamava Carlo Giuliani.  La Genova che da due decenni ormai attende parole di verità. Ci prova oggi questa innovativa installazione tecnologica, ideata dal direttore Davide Livermore e che inaugura il G8 PROJECT con cui il Teatro Nazionale di Genova – nella cornice degli eventi del 2021 per festeggiare i suoi 70 anni di storia – riflette su quella vergogna internazionale che fu il G8 svoltosi a Genova nel 2001. In un percorso di comprensione che, con una lungimiranza non comune, si sottrae allo scadenzismo delle date obbligate e, dopo questa prima tappa, si proietta nell’immediato futuro proseguendo in autunno tra laboratori, spettacoli e incontri. FARE LUCE/Making light è il titolo completo dell’installazione di memoria che è stato possibile visitare in coincidenza con il ventennale. L’obiettivo di Livermore, che si è ispirato al modello della Casa della memoria di Santiago del Cile, è stato quello di offrire una sorta di “cronaca pura” degli eventi e dei giorni che li precedettero. Il gruppo di lavoro del Teatro Nazionale di Genova, supervisionato dal giornalista del Secolo XIX Marco Menduni con il contributo di Alessandra Balestra, Luciano Canfora, Ugo Galassi, Stefania Opisso, Andrea Porcheddu, Margherita Rubino e Giulia Sanguineti, ha quindi portato avanti la ricerca sulle fonti con la massima oggettività possibile, per arrivare a un’esposizione aderenti ai fatti. Gli spettatori sono stati invitati a entrare in una luce bianca che, per caso o forse no, richiama quella delle scene di violenza di Arancia Meccanica di Stanley Kubrick. Con la differenza che i protagonisti a Genova indossavano il blu della Celere e il nero dei Carabinieri in tenuta antisommossa. Avvolti dalle musiche di Ale Bravo, Filo Q. e Raffaele Rebaudengo per Sartoria Sonora, i visitatori hanno potuto iniziare un percorso da vivere attraverso il mezzo più diffuso nella nostra quotidianità, il cellulare. Grazie a una app sviluppata appositamente per questo progetto dall’azienda genovese ETT ognuno inquadrava con il proprio cellulare alcuni marker che sbloccavano elenchi, date, cifre, cronache, sentenze: nella potenza della parola e dei nudi numeri a bilanciare lo strapotere delle immagini che ci assediano da tutte le parti, una sintesi senza precedenti di ciò che accadde durante e attorno a quei giorni, un racconto suddiviso in dieci step, altrettanti stazioni del calvario di Genova,  che ciascun spettatore ha potuto comporre e portare via con sé sul proprio smartphone. Nella scheda finale, realizzata con la realtà aumentata, il confronto delle prime pagine dei quotidiani dell’epoca, italiani e stranieri.  «In controtendenza al malcostume nazionale della rimozione dei fatti traumatici, vedi gli ultimi sessant’anni della storia italiana – afferma Davide Livermore in conferenza stampa – viene offerta a tutti la possibilità di ricostruire gli eventi di quei quattro giorni senza intermediazioni di nessun tipo, immagini e filmati compresi». E’ l’invito a elaborare una memoria condivisa, comune e partecipata, rinsaldando il ruolo di agorà pubblica connaturato al teatro. Cui fa seguito l’inevitabile passerella di politici locali, dall’assessora regionale alla cultura Ilaria Cavo, che curiosamente glissa sui suoi trascorsi di giovin direttora dell’emittente locale Primocanale al tempo dei fatti,  al primo cittadino di Genova, irrigidito in un collare ortopedico per una brutta caduta in casa e che  – manco il sindaco Quimby nella Springfield dei Simpsons – non ce la fa proprio a dire la cosa giusta neanche per sbaglio. E che per l’occasione parla di una violenza genericamente sempre uniformemente negativa, sia che si abbatta sulla materia inerte delle cose o sulla carne viva e dolente degli umani. Come se sfondare una vetrina oppure una scatola cranica o, ancora,  un incappucciato che incendia un bancomat oppure un pubblico ufficale che tortura un innocente che avrebbe invece il dovere di proteggere, potessero davvero mai essere la stessa cosa. E’ una narrazione funzionale all’ alleggerimento in una serie di errori inconsapevoli ciò che – lo riconoscono gli stessi atti processuali – fu premeditata volontà criminale. La retorica acida del “siamo tutti responsabili” in cui rischiano di sciogliersi  precise responsabilità penali individuali.   Ed è come se in palcoscenico qualcuno avesse acceso una di quella macchine teatrali per fare il fumo.  Il momento paradossale  in cui una cosa che si chiama, per l’appunto,  Fare Luce viene avvolta,  per un attimo,  in una nebbia in cui tutti i gatti sono grigi. Ed egualmente criminali.

INFO https://www.teatronazionalegenova.it/

 

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