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Roma, chi fa cultura chiede buona politica

Un cartello di associazioni, in rappresentanza di migliaia di operatori e utenti, ha stilato un manifesto da sottoporre ai candidati

Odio l’estate… oddio, c’è sempre un livello di ambiguità nel reale ma stavolta era al livello massimo quando Roberto Gualtieri alla chitarra ha intonato l’evergreen di Bruno Martino al termine di un incontro che chiedeva al candidato Pd di rilanciare l’Estate romana. Quella schitarrata era un modo per sottoscrivere la sua adesione alle richieste giunte dagli addetti ai lavori delle “culture diffuse” o un sottile modo di smarcarsene? Probabilmente la prossima consiliatura svelerà l’arcano. A convocare l’ex ministro dell’Economia del Conte bis in un teatro di periferia, a Viale Marconi, cinque sigle dell’associazionismo culturale che fin dal primo lockdown hanno messo a punto relazioni e progetti per la rinascita culturale della Capitale dopo l’era Raggi. Ne è venuto fuori un manifesto piuttosto dettagliato che hanno iniziato a sottoporre ai candidati a sindaco.

La rete (da Arci Roma al Forum del Terzo settore del Lazio, dal coordinamento delle scuole d’arte al Forum nazionale per l’educazione musicale fino all’Unione dei teatri romani e Feditart) abbraccia molte migliaia di operatori a Roma e decine di migliaia di famiglie. «Perché Roma – si legge – è una città di culture diffuse elaborate, prodotte e diffuse da una molteplicità di soggetti della società civile che ogni giorno si battono contro il degrado del senso comune e agiscono controcorrente nelle crisi sociale, sanitaria, economica. La cittadinanza consapevole e lo sviluppo sostenibile sono legati in maniera indissolubile alla capacità di azione di questi soggetti di produzione di cultura e conoscenza, alla possibilità di interagire con le istituzioni (Roma è anche il polo scientifico più importante), con i territori e le pubbliche amministrazioni anche utilizzando i nuovi strumenti della coprogrammazione e della coprogettazione per venire a capo della cronica frammentazione dell’offerta, dello squilibrio fra centro e periferia, della carenza di spazi e risorse».

«Riconoscere gli errori del passato, fotografare la realtà, cambiare passo», domandano gli addetti ai lavori suggerendo di partire proprio dalla delibera 140, famigerato lascito della Giunta Marino che il commissario prefettizio prima e Raggi dopo si sono presi cura di attuare mettendo sotto sfratto decine di soggetti associativi secondo lo sciagurato proposito di mettere a rendita gli spazi pubblici. Ancora: facilitare il riuso efficace degli spazi pubblici inutilizzati, creando almeno un grande luogo culturale in ogni quartiere, come laboratori di idee e poli aggreganti di attività. Valorizzare i grandi spazi di iniziative e di lavoro rappresentati dalle molteplici opportunità che Roma offre. Individuare e attuare nuovi piani di sviluppo in modo produttivo e qualificato con un salto di qualità e di mentalità prima di tutto nella definizione di una programmazione culturale, moltiplicando gli elementi di inclusione e di integrazione a favore delle fasce più esposte al disagio e alla discriminazione. Le realtà associative vorrebbero «una regolamentazione moderna e dinamica. Nel momento stesso in cui l’iniziativa culturale diventerà percorso costante della crescita sociale, un pubblico sempre più protagonista acquisterà la consapevolezza di partecipare a un cammino condiviso e vissuto in un’atmosfera nuova per la città e per i suoi abitanti».

La piattaforma scende nel dettaglio chiedendo di istituire tavoli permanenti di co-programmazione e co-progettazione anche in previsione dei fondi legati al PNRR, favorendo così inclusione, incremento delle conoscenze, solidità del tessuto sciale specialmente nelle periferie;, di dar attuazione alla 717, la legge del 1949 sulle opere d’arte egli edifici pubblici. Non solo: applicare il principio di “Cultura Servizio Pubblico” passando dal contributo economico al finanziamento pubblico, modificando così il regolamento comunale della concessione di contributi alla attività;   favorire il dialogo tra le grandi Istituzioni Culturali (es. Teatro di Roma, Teatro dell’Opera, Auditorium Parco della Musica) e gli operatori della città; ridare dignità e giusta funzione alle grandi Kermesse Culturali (es. Estate Romana, Notte Bianca, Il Carnevale); programmare attribuzione risorse e bandi senza ricadere in prossimità degli eventi; la crescita di percorsi ed esperienze stabili nel tempo e ben inserite nei territori, superando la logica “dell’eventismo”;

Anche sul versante dell’educazione artistica e musicale si propone di sancire il Diritto alla Musica e alle Arti per tutti i bambini/ e le bambine, non una di meno, come diritto inalienabile alla crescita nella scuola, un Piano delle Arti e la creazione di orchestre integrate (in accordo con ASL e Servizi sociali).

Quale sarà la risposta di una politica generatrice bipartizan, da decenni, solo di austerità e privatizzazioni alle dettagliate richieste di una platea così ampia di operatori e utenti? Non speriamo di saperlo da ora. Questo è il momento delle promesse, delle photo-opportunity, delle strette di mano, di mostrarsi nei mercati mescolati alle persone normali. Dopo il 3 ottobre chi dovrà governare mostrerà il vero volto.

Qui per leggere il ManifestoCultureDiffuse

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