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Alpini, si scrive memoria, si legge revisionismo storico

La “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini” è un oltraggio alla storia, alla Repubblica e anche alle penne nere [Chiara Nencioni]

Paradosso italiano: mentre, indotti o meno, stiamo perdendo la memoria storica (“un tempo senza storia” ha definito Adriano Prosperi l’epoca che stiamo vivendo) si moltiplicano i giorni della memoria, del ricordo et similia. Il nostro calendario civile si riempie di celebrazioni talvolta vuote, talvolta manovrate, talvolta vergognose, come quella che vi sto per raccontare.

Alla chetichella, senza far rumore, come quando si vuole fare qualcosa senza che lo si venga a sapere (a mia insaputa, disse qualcuno che si trovò proprietario di una casa al Colosseo) si è aggiunta un’altra giornata: la “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio degli Alpini”.

La proposta di legge è stata approvata dal Senato nel corso della seduta di martedì 5 aprile 2022, praticamente alla unanimità: un solo astenuto e nessun contrario. Ma la storia inizia prima: l’Aula della Camera aveva approvato in prima lettura la proposta nella seduta di lunedì 25 giugno 2019. La Camera approva (Vedi votazione n. 18): Applausi dei deputati dei gruppi Movimento 5 Stelle, Lega-Salvini Premier, Partito Democratico, Forza Italia-Berlusconi Presidente, Fratelli d’Italia e di deputati del Gruppo Misto.

Composta da 5 articoli, la proposta di legge A.C. 622 prevede l’istituzione della Giornata nazionale della memoria e del sacrificio alpino individuandola nella data del 26 gennaio di ciascun anno. Scopo del provvedimento è quello di tenere vivo il ricordo della battaglia di Nikolajewka, combattuta dagli alpini il 26 gennaio del 1943 e di promuovere “i valori della difesa della sovranità e dell’interesse nazionale nonché dell’etica della partecipazione civile, della solidarietà e del volontariato, che gli alpini incarnano” (art.1).

Stop! E’ necessaria qualche precisazione. Chiariamo cosa è stata questa battaglia e perché tale scelta lascia particolarmente perplessi (eufemismo!).

La battaglia di Nikolajewka è stata combattuta il 26 gennaio 1943 tra le truppe sovietiche, che difendevano la loro patria, e le forze residue dell’Asse che, violando l’esecrabile patto Molotov-Von Ribbentrop, l’avevano invasa, determinando un punto cruciale della ritirata e la decimazione dell’ARMIR.

Ecco, questo è il primo punto: prendere Nikolajewka, uno scontro disperato che permise ad alcune – poche – truppe di sfuggire all’accerchiamento sovietico, come simbolo, sembra un tentativo di far passare gli alpini quali vittime. E’ vero che i soldati italiani vennero decimati (morti nella neve, dispersi, catturati presi prigionieri) ma è necessaria una contestualizzazione. In quella battaglia fummo, per prendere in prestito il noto libro di Thomas Schlemmer, “invasori, non vittime”.  Dunque chiediamoci anche perché lo Stato repubblicano, nato dalle ceneri della dittatura e che si professa antifascista, ha sentito il bisogno di ripescare un evento che si colloca pienamente e compiutamente all’interno della politica di potenza e della guerra fascista, che si rivelò un disastro militare di prima grandezza, e che costò all’Italia la morte di oltre 80.000 uomini.

Dovrebbe essere superfluo ribadire come gli scontri combattuti dalle divisioni alpine e di fanteria italiane nell’inverno 1942-1943 si inseriscono all’interno di una guerra di aggressione combattuta a fianco dell’alleato tedesco. Guerra che, proprio sul fronte orientale, fu caratterizzata da livelli di brutalità raggiunti forse solo in alcuni scacchieri del teatro del Pacifico e dell’Asia orientale.

Seconda perplessità: La scelta dichiarata di far cadere la celebrazione il 26 gennaio. E’ chiaro che la nuova ricorrenza cade immediatamente prima della Giornata della Memoria (27 gennaio). Dovrebbe essere superfluo – ma evidentemente non lo è – far notare che la ritirata di Russia si colloca all’interno della ben più vasta campagna avviata dalla Germania nazista nel giugno 1941, e che aveva come principali obiettivi la conquista dell’Unione Sovietica e il virtuale annientamento di larga parte della sua popolazione. L’Italia fascista, allora il principale alleato europeo della Germania, partecipò alla campagna in qualità di aggressore e di forza occupante, compiendo crimini di guerra. Nuovamente, dovrebbe essere superfluo ricordare che il fronte orientale fu anche il luogo dove ebbe inizio lo sterminio degli ebrei, luogo dove venne avviata la “soluzione finale”, poi compiutasi soprattutto all’interno della Polonia occupata.

La decisione di celebrare la ricorrenza così a ridosso della Giornata della Memoria, che venne istituita proprio per ricordare la Shoah, è dunque qualitativamente ancora più grave, perché oltremodo offensiva nei confronti del popolo ebraico.

Viene da chiederci perché, fra le tante occasioni in cui gli alpini compirono atti di coraggio – ad esempio durante la Prima guerra mondiale –, e importanti interventi di soccorso civile – come nel caso del disastro del Vajont del 1963 –, sia stata scelta proprio la data del 26 gennaio.

Se si è trattato di una casualità, ciò dimostrerebbe una grave leggerezza da parte dei decisori. Pare di più una scelta legata ad una evidente venatura nazionalistica, in quel vento di revisionismo storico che aleggia da alcuni anni in Italia. Perché, se proprio si fosse voluto celebrare gli alpini, si poteva almeno scegliere un altro giorno, ricollegandolo magari ad un altro episodio, meglio se del tutto estraneo alla Seconda guerra mondiale. La data del 26 gennaio è assolutamente inopportuna.

Dunque “indietro tutta!”. L’Italia va avanti con il rovesciamento della storia (già determinato nella memoria collettiva dal Giorno del Ricordo”) sull’onda del revisionismo storico condiviso da centrodestra e centrosinistra.

 

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