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Massa: l’alberghiero a indirizzo oscurantista

Regolamento choc per studenti e insegnanti in una scuola di Massa, tra errori educativi e diritti negati

«Articolo 12, comma 4: Non è consentita l’esibizione di tatuaggi visibili, di piercing, di acconciature tipo “creste” o “rasta”, capelli lunghi non opportunamente raccolti, colorazioni vistose e innaturali (verde, blu, fluo, fucsia)». Queste parole sono risuonate in queste ore nell’istituto professionale alberghiero G.Minuto quando la dirigente scolastica ha letto il regolamento d’istituto ai nuovi arrivati in questa scuola di Marina di Massa, “uno dei più rinomati e prestigiosi Istituti Alberghieri d’Italia”, recita la pubblicità.

Si tratta di una sequela di comandamenti che, secondo molti, solo di striscio hanno a che fare con “La particolarità del percorso professionale del settore turistico alberghiero», come recita il primo comma, che richiederebbe «al personale docente e non docente e agli studenti l’abitudine ad una cura particolare di sé e della propria immagine».

L’accoglienza ai “primini” è iniziata già con varie attività tra cui la lezione di un avvocato su “Uso e abuso di smartphone e tablet fra i ragazzi nel contesto scolastico”. Un classico intramontabile. Poi questo decalogo sul decoro, tormentone di ogni ossessione per il disciplinamento degli stili di vita giovanili sia in ambito urbano, quando si parla di movida, sia in ambito scolastico.

Al G.Minuto sembra registrarsi un salto di qualità visto che l’ossessione coinvolge non solo i ragazzi e le ragazze ma anche i docenti ai quali si ordina «per la loro funzione educativa» di «rappresentare un modello di riferimento per gli studenti anche attraverso l’adozione di un abbigliamento e una cura della persona consoni ad una istituzione scolastica del comparto ricettivo…». Ad esempio, i docenti di laboratorio «dovranno indossare un abbigliamento classico (completo giacca e pantalone o tailleur) ed adeguato alle attività laboratoriali, in particolare in occasione degli eventi».

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Il più spinoso sembra essere l’articolo 12, “Abbigliamento e cura della persona”, in cui si richiede «la più accurata igiene personale e un abbigliamento decente e adeguato». Ad esempio: “Non è consentito l’utilizzo di pantaloni corti (short e pantaloncini da mare o sport), pantaloni abbassati in vita, minigonne, maglie troppo corte che scoprano il punto vita e/o troppo scollate, vestiti fascianti o trasparenti, jeans strappati, pantaloni tipo tuta arrotolati in vita. Sono ammessi i leggins solo se indossati con maxi pull” (comma 3). “In aula non è consentito indossare cappelli o cappucci alzati”, quinto comma, e niente “infradito, ciabatte, zoccoli”. “Le inadempienze saranno soggette a sanzioni disciplinari”.

E’ da prima dell’estate che circolavano voci di questo regolamento, un mix di errori educativi e lesioni dei diritti, ma la faccenda è finita in secondo piano quando l’istituto è andato in prima pagina perché la struttura già fatiscente che lo ospitava, la vecchia Colonia Parmense, è stata scoperchiata dalla tromba d’aria che a fine luglio s’è abbattuta sulla zona. La sicurezza non è un’urgenza decorosa?

Ora questo regolamento, che sembra scritto più da un docente di una religione preconciliare che da un consiglio di istituto, è pubblico, sul sito di una scuola che aveva già sbalordito la città, la sua parte più laica almeno, per la partecipazione degli alunni, in qualità di cuochi e camerieri, al banchetto dello scorso 24 maggio che festeggiava l’ordinazione del nuovo vescovo di Massa Carrara e Pontremoli.

Anche alla Flc Cgil, il sindacato della scuola, sono giunte segnalazioni di questo «regolamento discutibile», come lo definisce la segretaria locale, Isa Zanzanaini, interpellata da Popoff Quotidiano: «Non può essere una questione regolamentare – aggiunge – semmai sono argomenti su cui intervenire dal punto di vista educativo».

Ma questo significherebbe negoziare il senso dei comportamenti e delle scelte, riconoscere le ragioni dell’altro da sé, la soggettività e l’autonomia di docenti e discenti. L’oscurantismo non ne ha bisogno, mira a normare e sanzionare gli stili di vita, gli orientamenti sessuali, le inclinazioni politiche, la religiosità o la sua assenza, e la multiculturalità. Perché è di tutto questo che parlano i modi di vestire e pettinarsi delle persone. «Dagli inizi del secolo scorso conosciamo il valore dell’immagine corporea – spiega la psicologa e psicofisiologa Sara Della Giovanpaola – cioè quella immagine del nostro corpo che ci facciamo nella mente. Per le moderne neuroscienze la costruzione dell’identità si basa proprio sulla dinamica corrispondenza tra questa rappresentazione mentale e il corpo reale. Le manifestazioni espressive del vestire, dell’acconciatura e delle modificazioni corporee indotte (tatuaggio, pearcing ecc) sono espressioni o sperimentazioni attraverso cui l’adolescente costruisce la propria identità di ruolo, di genere, di appartenenza mettendo in scena la propria immagine di sé. Non si tratta di negare sicurezza e igiene e neanche pudore e decoro ma si tratta della sperimentazione di essere sé stessi, e del diritto di esistere».

Per non dire dei diritti dei lavoratori, specialmente quando, da precari, sono più esposti alle tendenze autoritarie di manager che incarnano un’idea e una pratica aziendalista della gestione di un istituto che sembra più preoccupato di addestrare all’obbedienza i precari di domani (anche grazie a dosi da cavallo di alternanza scuola-lavoro) piuttosto che cittadini consapevoli di una Repubblica laica.  «Il “ritorno all’ordine” non è mai la risposta a nulla – ci dice anche Marco Rovelli, scrittore, cantautore nonché insegnante proprio nella provincia apuana – quando la realtà si trasforma, occorre comprendere la dinamica del mutamento, non essere puramente reattivi. I giovani, oggi, crescono in una società in cui l’immagine ha un valore molto più grande di un tempo, in cui ha un valore ancora più centrale nella definizione della propria identità. Nella società della prestazione, in cui occorre sempre essere all’altezza di un certo standard, l’adolescente si definisce mentre sottopone l’immagine allo sguardo e al giudizio dell’altro: e ne esce vincente, o loser. E’ chiaro che questa competizione può produrre anche sofferenza. Ma non è negando il sintomo che se ne esce. Non imponendo divieti premoderni, non con la repressione. Qui stiamo parlando addirittura di un paradossale divieto di mostrare i tatuaggi: che cosa vogliono, il burqa per chi ce li ha? La scuola deve essere una comunità democratica, come dicono del resto le stesse linee guida. Comunità democratica significa dialogare, non disciplinare. E se ci sono problemi quanto alla comprensione del contesto – e ci sono, certamente, in un’adolescenza che ha difficoltà spesso a comprendere la necessità di modulare i propri comportamenti in relazione a un contesto – non è con la repressione e la disciplina che si risolvono, ma col dialogo, la relazione, la parola, l’affettività».

 

 

2 COMMENTI

  1. L’articolista pone correttamente grande attenzione alle criticità e ai bisogni dei nostri giovani; gli sfuggono purtroppo di alcuni elementi fondamentali, indispensabili per esprimere una valutazione obbiettiva. Occorre innanzitutto porre l’accento su quelli che sono i requisiti e le norme di tutta la filiera della ricettività, dalla Scuola fino al mondo del lavoro. La stretta interconnessione fra questi fa sì che in questo contesto, più che in altri, assumano forte valenza formativa gli stage professionali, le esperienze lavorative in contesti autentici che formano i nostri studenti al pari dei corsi liceali, con buona pace di quanto si legge talvolta sulla stampa. La maggior parte di questi, al termine del percorso, trova subito lavoro, proprio grazie a quel circolo virtuoso che ricongiunge scuola e attività produttive.

    In un contesto nel quale il contatto con il pubblico è fondamentale, la presentazione anche esteriore è elemento essenziale del servizio offerto: un turista che giunge a Firenze per visitare la galleria del David, o la Cattedrale di Santa Maria del Fiore, troverebbe stridente essere accolto da un operatore turistico con i jeans strappati, con i capelli irsuti o con l’aspetto dei thugs di Salgari. L’operatore turistico, con la sua professionalità, le sue competenze linguistiche (due lingue straniere), gestionali, relazionali, storiche e artistiche ha dunque l’obbligo di rispettare alcuni canoni di abbigliamento e consimili. Per quanto riguarda i docenti, l’obbligo risponde a precise disposizioni normative riguardanti l’abbigliamento sui luoghi di lavoro: se per gli operatori di cucina e di pasticceria devono essere puliti (vivaddio!) e di colore chiaro, per tutti gli altri docenti di Sala e Accoglienza Turistica devono rispettare i canoni previsti per il Maître d’hôtel o de salle, oltre che il senso di appartenenza prescritto dalle circolari ministeriali.

    Naturalmente il tutto deve essere compenetrato con la possibilità di personalizzare il proprio abbigliamento e il proprio aspetto in contesti diversi da quelli, frequentissimi, del laboratorio: il piercing, se ce l’hai, lo tieni fino a quando non entri in Sala; il Tony te lo porti tranquillamente in palestra ma non in cucina, e così via.

    Dispiace che un articolo redatto con garbo e competenza, teso giustamente a contrastare l’oscurantismo, pecchi esso stesso per primo in tal senso, non essendosi documentato sulle regole e sulla prassi degli Istituti Alberghieri italiani, vero vanto della nostra tradizione di accoglienza e valorizzazione dei tesori del nostro Paese.

    • gentilissimo professore, la ringrazio per l’attenzione e per la risposta articolata e dialogante. E’ merce rara in questi tempi. Spero che, fuori da queste colonne, si sviluppi un dibattito reale su questi temi. E, se sia o meno paternalista e autoritario, possano dirlo studenti e lavoratori. Ancora grazie e buon lavoro

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