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Francia, Pcf in rotta con la Nupes

Il leader Pcf si scaglia «contro la sinistra dei sussidi», prova a smarcarsi dalla Nupes ma svoltando a destra

“La sinistra deve difendere il lavoro e non essere la sinistra dei sussidi e dei minimi sociali”. L’uscita di Fabien Roussel, segretario generale del PCF ed ex candidato alle presidenziali, all’apertura della Fête de l’Huma non è stata un’improvvisazione. E’accaduto il 9 settembre ma un mese dopo nella sinistra francese se ne parla ancora.

«Polarizzando l’attenzione politica e mediatica su una polemica tra “sinistra del lavoro” e “sinistra dei sussidi”, la leadership del PCF persegue un obiettivo immediato. Avendo dovuto accettare di integrarsi con la NUPES per salvare la propria esistenza parlamentare, vuole chiudere la parentesi piantando il cuneo della divisione in un sodalizio che considera contraddittorio con i propri interessi di apparato», è il commento sul settimanale dell’NPA.

Nel 2021, investito dal Partito Comunista (PCF) per le elezioni presidenziali del 2022, Fabien Roussel si è lamentato di partire “con l’handicap della mancanza di notorietà”. Da allora, nonostante il 2,28% dei voti a suo favore, si è fatto conoscere dai media con polemiche abilmente calcolate per distinguersi, in particolare assumendo una posizione opposta a quella dei suoi rivali di sinistra, primo fra tutti Jean-Luc Mélenchon. E non senza depositare mal di pancia nel suo stesso partito per la spiccata tendenza alla dilagante personalizzazione del PCF.

Nonostante la fine della sequenza elettorale, egli persiste, anche se il PCF ha unito le forze con La France Insoumise (LFI) per formare la Nuova Unione Popolare, Ecologica e Sociale (Nupes). In sostanza, LFI ha condotto una campagna troppo “Terra Nova” per i suoi gusti (dal nome del think tank vicino al PS che ha consigliato alla sinistra di concentrarsi sulle classi medie nel 2012), mentre lui si impegnerebbe a ridare lustro a una “sinistra autentica e popolare”.

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Le sue recenti osservazioni alla Fête de l’Huma, che oppongono la “sinistra dei sussidi” alla “sinistra del lavoro”, sono in linea con questa continuità, ma con una marcia in più. Da un lato, è stato unanimemente osteggiato dai leader del Nupes, che gli hanno rimproverato di andare contro la storia del suo stesso partito e di adottare la retorica di destra del “welfare”. D’altra parte, ha ricevuto il sostegno di François Hollande ed è lodato dagli editorialisti di destra.

Un discorso “non in linea” con la storia del PCF

Il 14 settembre, il deputato del Nord ha ribadito le sue dichiarazioni, denunciando gli attacchi di “coloro che difendono il diritto all’ozio” (titolo di un libro di Paul Lafargue, genero di Karl Marx): “La sinistra ha mantenuto questo sistema di reddito sostitutivo a vita per alcune famiglie”, ha detto, auspicando che il Paese “garantisca a tutti di trovare il proprio posto nella società attraverso il lavoro”.

Già nel suo libro pubblicato nel 2021, Ma France, criticava “una società a due velocità, in cui alcuni, sempre gli stessi, potevano lavorare, formarsi all’estero, in condizioni confortevoli, mentre altri sarebbero stati assistiti, costretti ad accettare un sussidio sotto forma di elemosina”.

Questa esaltazione della “Francia del lavoro” in contrapposizione a quella degli “assistiti” è “fuori dalla storia del Pcf”, afferma, citato da Mediapart, il sociologo Julian Mischi, autore del libro Le Parti des communistes (2020), mentre “nel discorso dei comunisti c’è sempre stata un’integrazione dei disoccupati e degli esclusi dal lavoro nella classe operaia”. E non è l’unico a essere sorpreso: diversi leader comunisti, come i deputati Elsa Faucillon e Stéphane Peu, nonché il regista vicino al partito Robert Guédiguian, hanno espresso il loro disaccordo. François Ruffin, da parte sua, ha negato di aver condiviso la stessa lotta.

Sulla carne, sull’Islam radicale, sulla sicurezza, sul governo di “unità nazionale” con Emmanuel Macron (al quale non ha chiuso la porta) e ora sulla “sinistra dei sussidi”, Fabien Roussel continua a suonare una musica un po’ dissonante a sinistra, anche se questo significa che all’interno del suo stesso partito qualcuno si chiede se non abbia perso la bussola ideologica.

Secondo gli specialisti del PCF sentiti dal sito d’inchiesta, questa strategia non è del tutto inedita, né sorprendente visti gli ultimi sviluppi del partito. Eletto segretario nazionale del PCF nel 2018, quando per la prima volta il testo della leadership uscente di Pierre Laurent, che aveva lavorato per l’apertura, non aveva la maggioranza, Fabien Roussel incarna un polo identitario.

Il ritorno di Georges Marchais

Questo è il senso dei suoi riferimenti all’eredità di Georges Marchais, l’ex segretario generale fino al 1994 che, ai suoi occhi, aveva fatto del PCF il “partito del mondo del lavoro”. “Voglio che il Partito Comunista Francese torni ad essere tale”, ha scritto in Ma France.

Questa inclusione nel lignaggio del leader comunista, noto anche per le sue battute sui media, ha senso nella traiettoria biografica di Fabien Roussel. “Roussel entrò nell’arena politica e nell’impegno militante a partire dal 1985, cioè nel momento in cui il PC si divise dopo le elezioni europee del 1984, che furono uno schiaffo in faccia”, spiega lo storico del comunismo Roger Martelli, autore di un libro sull’argomento, L’Occasion manquée. Été 1984, quand le PCF se referme (2014).

Dopo una serie di sconfitte elettorali successive, il PCF intraprese allora un movimento di ripiegamento interno, che fece precipitare il partito in una crisi profonda: “Era l’epoca della dissidenza e il momento in cui Marchais, l’uomo che aveva partecipato alla firma del programma comune, si atteneva ai cosiddetti ‘fondamentali’ dopo il fallimento del 1984. Fabien Roussel fa parte di quel periodo”, osserva lo storico.

Fabien Roussel non solo fa parte di questa generazione militante che vuole riaffermare l’identità comunista (il suo slogan durante la sua prima campagna elettorale, le elezioni cantonali del 2004, lo testimonia: “Voto comunista e vaffanculo”), ma ha anche imparato il mestiere nella federazione del Nord, una delle più radicate nel mondo dei lavoratori e che ha sempre difeso l'”identità” del PCF contro i “liquidatori” che volevano riformarlo.

Effetti perversi del clamore mediatico

Il settentrionale francese è figlio di un giornalista de L’Humanité ed è stato a sua volta giornalista, in particolare a France 3. Allo stesso modo, quando lavorava nell’ufficio di Michelle Demessine, Segretario di Stato al Turismo sotto Jospin, era responsabile della comunicazione.

La sua particolarità è la sua conoscenza, il suo coinvolgimento, la sua integrazione nel mondo dei media”, osserva Bernard Pudal. La mia ipotesi è che a giocare un ruolo nella sua elezione sia stata la percezione all’interno del Pcf di una sorta di inadeguatezza tra la rappresentanza del Pcf attraverso Pierre Laurent [l’ex segretario nazionale, la cui mancanza di carisma è stata talvolta derisa – n.d.r.] in un campo politico che funziona sempre più secondo logiche mediatiche.

Ma la strategia della personalizzazione e dell’agitazione mediatica, se da un lato permette di far parlare di sé, dall’altro presenta degli inconvenienti. Alla fine del 1980 e all’inizio del 1981, in vista delle elezioni presidenziali, quando il PCF si trovò ad affrontare la forte concorrenza del Partito Socialista (PS), Georges Marchais investì questo spazio.

In una logica elettorale, mentre il PS era irrorato dalle correnti di pensiero del ’68, aveva preso una piega conservatrice, tenendo un discorso anti-immigrati. L’abbattimento di un ostello per lavoratori maliani a Vitry-sur-Seine e la campagna diffamatoria contro un lavoratore marocchino e la sua famiglia a Montigny-lès-Cormeilles avevano segnato questa inflessione.

Si tratta di un precedente storico in cui la leadership del PCF ha giocato con i media, anche se questo discorso non rifletteva ciò che mobilitava i militanti”, afferma lo storico Julian Mischi. Questa svolta conservatrice era legata alla competizione elettorale. Allo stesso modo, per prendere le distanze da una Francia dinamica e insoumise, Fabien Roussel propone temi come il welfare, la sicurezza e l’immigrazione in una logica elettorale e mediatica.

Per Julian Mischi, si tratta di una “deriva ideologica”, perché “questi non sono gli orientamenti decisi dall’ultimo congresso”. Questa relativa autonomia del primo dirigente comunista rispetto al collettivo si era già manifestata all’epoca di Georges Marchais. I militanti avevano appreso dalla stampa che il PCF avrebbe abbandonato il riferimento alla dittatura del proletariato nel 1976.

Nel 2021, i comunisti potrebbero aver provato una sorpresa simile quando hanno appreso della partecipazione di Fabien Roussel alla manifestazione della polizia davanti all’Assemblea Nazionale – per la quale ha dovuto giustificarsi su L’Humanité di fronte al clamore suscitato. L’amico di Olivier Marchais, figlio del segretario generale che ha conosciuto al liceo di Champigny-sur-Marne e che è diventato direttore della sua campagna elettorale, sa quindi da che parte sta.

Tuttavia, sempre più spesso le uscite mediatiche del leader del PCF sembrano dettare la linea, a riprova, secondo Roger Martelli, che “l’organizzazione ha perso la sua presa”, a scapito di una cultura politica. In Ma France, Fabien Roussel confessa di aver letto in tarda età il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels. “Roussel ha iniziato il suo attivismo negli anni ’90, quando le scuole del PCF erano in declino. A quel tempo, le persone venivano formate internamente, dalla propria famiglia o dal municipio, e non solo dall’organizzazione. È possibile che questo rifletta una spaccatura ideologica tra i nuovi leader”, afferma Julian Mischi.

Una cosa è certa: il partito si trova a un punto di svolta della sua storia, in cui si rompe l’equilibrio interno tra l’accanita difesa dell’identità comunista e l’apertura alla sinistra anticapitalista. “Non posso dire che non incarni la storia comunista. Egli ne incarna un lato, che non è il più propulsivo nella storia del comunismo francese”, conclude Roger Martelli.

 

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