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Il passepartout del sionismo

L’accusa di antisemitismo e altre sfumature retoriche per negare le responsabilità di Israele nel massacro di Gaza

dalla nostra inviata a Gerusalemme

“We have Israel not because of the Holocaust, but in spite of the Holocaust” (“Abbiamo Israele non grazie all’Olocausto, ma nonostante l’Olocausto”), afferma fieramente il direttore dello Yad Vashem, Dani Dayan, in apertura della undicesima International Conference for Education, che si è lì tenuta dall’1 al 4 luglio, vantandosi di aver detto queste parole al Presidente Joe Biden venuto a visitare il memoriale tre anni fa.

L’Olocausto è indubbiamente l’evento formativo dello Stato di Isreale e adesso influenza ad ogni passo la guerra a Gaza. Molti israeliani, Netanyahu in primis, fanno un distorto parallelismo tra Hamas e i nazisti e solo pochi altri sostengono che il governo stia esagerando con i timori di una minaccia esistenziale.

“È una cosa che è accaduta in Europa, in Lituania, in Ucraina, in Russia, in Polonia, per millenni, ma non doveva accadere nello Stato ebraico. Ed è successo, e il nemico che l’ha fatto dice esplicitamente che cercherà di farlo ancora e ancora. Quindi non abbiamo altra scelta che eliminare Hamas. È possibile. È altamente fattibile, e dobbiamo andare fino in fondo”, ha dichiarato ai giornalisti di Politico l’ex primo ministro Naftali Bennett, che ha ricoperto quel ruolo fra il 2021 e il 2022. Ora, nessuno dubita che si debbano eliminare i terroristi, ma lo stato di Israele per fare questo sta eliminando l’intera popolazione indifesa di Gaza.

Anche fra le dotte persone che stanno partecipando all’ International Conference for Education ci sono “negazionisti” non solo di ciò si sta consumando a Gaza, cioè la quasi totale anche se non sistematica, eliminazione (dispersione compresa) della popolazione civile, ma dell’esistenza stessa della Palestina. Eppure ufficialmente lo Stato di Palestina è stato proclamato il 15 novembre 1988 e nel mese successivo riconosciuto dagli stati della Lega Araba e ad oggi da circa la metà di tutti i governi del mondo. È osservatore permanente presso le Nazione Unite ma purtroppo occupato de facto da Israele. La dotta studiosa ribadisce che la Palestina non ha diritto di esistere come Stato perché non aveva accettato nel 1947 il piano di partizione adottato dalle Nazioni Unite che prevedeva la creazione di uno Stato arabo ed uno Stato ebraico indipendenti ed una Gerusalemme internazionalizzata. “Gli accordi di pace del 1948, quelli [i palestinesi] non li hanno accettati, non sono quindi uno Stato, non esistono”.  Quando le faccio rilevare l’ovvio, che questa terra era abitata anche prima dell’arrivo dei coloni, dell’Olocausto, della nascita dello Stato di Israele, mi risponde che i palestinesi non esistono “che qui vivevano altre popolazioni arabe, un po’ di egiziani, un po’ di giordani”. Mi arrendo, impossibile dialogare.

Ma ecco il punto: alcuni israeliani vorrebbero che i palestinesi non esistessero, che venissero annientati, cancellati da quella terra che abitavano e che non hanno più il diritto ad avere. In una sinagoga a Gerusalemme frequentata da italiani sento dire “i palestinesi sono un cancro che infesta il nostro paese, vanno estirpati”. E un’altra dotta docente posta su FB che “i bambini palestinesi crescono nell’odio, quindi bisogna eliminarli”.

Istigazione al genocidio? Cosa è un genocidio? Il termine è stato coniato dal giurista ebreo Raphael Lemkin nel suo fondamentale volume Axis Rule in Occupied Europe del 1944, in cui lo definì come “un piano coordinato di differenti azioni mirante alla distruzione dei fondamenti essenziali della vita di gruppi nazionali, con l’intento di annientarli”. La Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio delle Nazioni Unite, entrata in vigore l’8 dicembre 1948, nel suo primo articolo recita “è un atto commesso con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”. Ciò che sta succedendo a Gaza non è minimamente paragonabile all’Olocausto, ovviamente, ma una componente eliminazionista, più simile alla pulizia etnica che al genocidio, è sicuramente in corso a Gaza.

Ma a dirlo si è tacciati di essere antisemiti, anche nell’undicesima International Conference allo Yad Vashem è stato ribadito più volte, in una strumentale confusione fra la critica allo Stato di Isreale e l’intolleranza verso il popolo ebraico. D’altronde la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), del 2015, lo legittima. Non è esattamente la definizione di per sé a farlo. Leggiamola: “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”. È il corollario. Infatti, l’IHRA fornisce le seguenti spiegazioni come esempi di antisemitismo: “Le manifestazioni possono avere come obiettivo lo Stato di Israele perché concepito come una collettività ebraica”, e ancora “negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo […] Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico. […] Fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”.

Ma allora se paragonare Israele di oggi alla Germania nazista è indubbiamente scorretto, paragonare ad essa Hamas non lo è altrettanto? Siamo allora antisemiti?

 

 

 

 

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