Il riconoscimento della Palestina è un passo necessario, ma senza forti misure di ritorsione contro Israele, rimarrà lettera morta [Carine Fouteau]
«Ottant’anni fa, sulle rovine lasciate dalla guerra, il mondo ha fatto germogliare la speranza. Una Carta, una visione, una promessa: la pace è possibile quando l’umanità fa blocco»: questa recente dichiarazione del segretario generale delle Nazioni Unite (ONU), António Guterres, risuona come il ricordo nostalgico di un tempo definitivamente passato. Non solo «l’umanità» non fa più blocco, ma questa stessa parola sembra oggi svuotata del suo senso, mentre un genocidio è in atto a Gaza da parte dell’esercito israeliano, sotto gli occhi di tutti, senza prospettive che ciò finisca.
Al contrario, l’orizzonte non è mai stato più chiuso: «Gaza brucia», si è rallegrato il ministro della difesa israeliano, Israel Katz, il 16 settembre, lanciando una nuova offensiva terrestre sulla città ancora abitata da 700.000 palestinesi. I bombardamenti massicci e indiscriminati sui civili, la fame usata come arma di guerra, la privazione di cure e aiuti umanitari, ovvero la distruzione delle stesse condizioni di esistenza dei palestinesi, materializzano l’intenzione di distruggere un popolo, passata dalle parole ai fatti.
Per tagliare alla radice ogni soluzione politica a due Stati, Tel Aviv moltiplica anche i raid e le operazioni di annessione in Cisgiordania, già presidiata da posti di blocco militari, in modo da dislocare i territori occupati. L’attacco a Gerusalemme Est, rivendicato da Hamas, che ha causato sei morti l’8 settembre, ha rafforzato Israele, che sa di poter contare sul sostegno incrollabile degli Stati Uniti, in questa dinamica coloniale distruttiva avviata dalla Nakba del 1948 e accelerata dalla conquista, e successiva occupazione, della Cisgiordania e di Gaza a partire dal 1967.
«Non ci sarà uno Stato palestinese, questo posto ci appartiene», ha avvertito Benyamin Netanyahu, il 12 settembre, durante una visita in Cisgiordania. «Lo Stato palestinese sta per essere cancellato. Non con slogan, ma con azioni», ha assicurato, il 20 agosto, il ministro delle finanze israeliano, Bezalel Smotrich, a proposito del piano di colonizzazione E1, che taglia la zona in due. Il mondo non avrà «più nulla da riconoscere», ironizzava.
È in questo contesto che si tiene, in questi giorni, a New York, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Se decine di membri dell’Autorità palestinese e dell’OLP ne sono stati esclusi, a causa del rifiuto di Donald Trump di rilasciare loro i visti, Benyamin Netanyahu, pur essendo soggetto a un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, dovrebbe invece sedervi, a partire dal 24 settembre, in totale impunità.
Un riconoscimento necessario ma tardivo
Due giorni prima, come ha fatto sapere da diverse settimane, il presidente Emmanuel Macron ha previsto di annunciare il riconoscimento da parte della Francia della Palestina come Stato – ovvero più di un anno dopo Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovacchia –, in occasione di una conferenza sulla «soluzione a due Stati» copresieduta con il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed bin Salmane, alla cui riabilitazione la Francia ha contribuito accogliendolo a Parigi meno di quattro anni dopo l’omicidio del giornalista e oppositore Jamal Khashoggi.
Il Regno Unito, l’Australia e il Canada hanno seguito la stessa strada già da questa domenica, mentre anche il Belgio e la Finlandia dovrebbero iscriversi in questo movimento. Ma che cosa resterà della Striscia di Gaza e dei suoi abitanti una volta che il processo di riconoscimento sarà concluso?
Conscio che una mancanza di azione per fermare il disastro potrebbe tradursi in un’accusa di complicità nel più grave crimine punito dal diritto internazionale, Emmanuel Macron, dopo aver richiesto invano cessate il fuoco, evoca un «dovere morale» e una «esigenza politica».
Questo movimento di riconoscimento, che si inserisce in una linea storica di promesse non mantenute, è necessario, poiché è idoneo a sostenere le capacità giuridiche dei cittadini palestinesi di fronte alle istanze internazionali.
Tuttavia, appare tardivo, se si considera la progressiva adesione dei Paesi del Sud a partire dagli anni ’80. Soprattutto, di fronte alla fuga in avanti mortifera di Benyamin Netanyahu per mantenersi al potere, rimarrà puramente simbolico se non sarà accompagnato da misure che perseguono un duplice obiettivo: prosciugare le forniture di munizioni e isolare il clan al potere per rovesciarlo.
Già a fine luglio, una trentina di personalità israeliane, tra cui un ex procuratore generale, un ex presidente dell’Agenzia Ebraica e diversi premi Israele, chiedevano, sul Guardian, sanzioni “paralizzanti”, sostenendo che l’indignazione non è più sufficiente di fronte a un governo estremista che solo la forza è in grado di fermare.
Finché le armi occidentali continueranno ad affluire e in assenza di sanzioni politiche, diplomatiche ed economiche significative, il massacro del popolo palestinese proseguirà. I Paesi che non avranno attivato le leve, pur alla loro portata, potrebbero essere ritenuti responsabili.
E ciò tanto più che, a differenza di quanto accaduto nei confronti di Vladimir Putin e della Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, misure concrete avrebbero conseguenze immediate. Infatti, mentre Mosca, rivolgendosi ai suoi numerosi e potenti alleati, ha rapidamente trovato i mezzi per aggirare i Paesi occidentali, Tel Aviv, a causa delle sue relazioni geopolitiche e della configurazione della sua economia, non avrebbe alternative, ed è verosimile che l’opinione pubblica israeliana sarebbe lì a ricordarglielo.
Leve d’azione a disposizione
Sapendo che la sua azione potrebbe salvare vite umane, l’apatia della comunità internazionale, compresi i Paesi del Golfo che sono riluttanti a irritare gli Stati Uniti, è insopportabile. Ma è la codardia dell’Unione Europea (UE) ad essere la più irritante, tanto più che le misure in grado di cambiare le cose sono note. A livello operativo, più di trecento ex rappresentanti dell’UE hanno alleggerito il lavoro della Commissione elencando le azioni più urgenti.
Tra queste, la sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele, la fine dell’esportazione e dell’importazione di armi e attrezzature militari, la revoca delle esenzioni dal visto per gli israeliani nell’area Schengen e la restrizione dell’accesso ai programmi cofinanziati dall’UE, oltre all’imposizione di sanzioni mirate contro i leader politici e militari israeliani e “tutte le persone complici e responsabili di crimini di guerra”, in particolare tra i coloni.
Evocato invano da oltre vent’anni, l’embargo sui prodotti importati dalle colonie israeliane è stato attuato dalla Slovenia, mentre l’Irlanda sta adottando una legislazione in tal senso. Questo mezzo di protesta, che ha alimentato diversi decenni di azioni del movimento internazionale anti-apartheid, ha raggiunto il suo apice alla fine del XX secolo, con la pressione mondiale esercitata sul regime di segregazione razziale in Sudafrica. Ma la pista del boicottaggio è stata per ora scartata.
L’accordo di associazione con Israele, che ha dimensioni politiche, commerciali e universitarie, non è ancora stato rotto, anche se dovrebbe essere vincolato agli obblighi in materia di diritti umani, che Kaja Kallas, capo della diplomazia europea, riconosce non essere più rispettati.
Nel suo piano presentato il 17 settembre, la Commissione europea mantiene solo due proposte: sanzionare due ministri di estrema destra del governo Netanyahu, i ministri della sicurezza nazionale e delle finanze Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, e sospendere parzialmente i dazi doganali preferenziali dello 0% concessi a Israele.
Questa riconsiderazione dell’aspetto commerciale dell’accordo di associazione potrebbe avere un impatto serio, dato che l’UE è il primo cliente delle esportazioni israeliane. Oltre a Spagna e Irlanda, anche Svezia, Paesi Bassi, Danimarca e Francia sono favorevoli, ma la maggioranza qualificata necessaria per far passare la misura non è stata ancora raggiunta. Bisognerà aspettare, ancora e ancora, la prossima riunione dei ministri degli affari esteri dell’UE, a ottobre, per sperare, finalmente, nel verdetto degli Stati.
Per rompere con questa procrastinazione dannosa, nulla impedirebbe a una “coalizione di volenterosi”, per riprendere la formula di Emmanuel Macron sull’aiuto militare all’Ucraina, di formarsi per aggirare i possibili veti tedesco, italiano o ungherese. In assenza di volontà politica, il doppio standard con i pacchetti di sanzioni decisi contro la Russia è evidente.
La responsabilità francese
Oltre a riconoscere la Palestina, la Francia afferma di far parte dei Paesi che, a livello europeo, cercano di aumentare la pressione. Non può tuttavia nascondersi dietro l’inerzia dell’UE per esentarsi dal suo dovere di agire concretamente per prevenire il “rischio plausibile di genocidio” descritto dalla Corte internazionale di giustizia (CIJ).
Misure unilaterali sono infatti del tutto concepibili, come hanno dimostrato diversi Paesi, tra cui la Spagna, che ha appena annunciato l’embargo totale sulle vendite di armi e il divieto di importare prodotti dalle colonie. Tuttavia, finora, Parigi si rifiuta di farlo.
Peggio ancora, la Francia non mantiene i suoi impegni, bloccando ora le evacuazioni dei Gazawi a cui era stata promessa una partenza. “Oggi, le nostre vite e quelle delle nostre famiglie restano sotto la minaccia costante e in un pericolo estremo”, scrivono in una lettera inviata al ministro degli affari esteri dimissionario, Jean-Noël Barrot, alcuni universitari e artisti di Gaza City, beneficiari del programma “Pause”, abbandonati al loro destino in un territorio dichiarato “zona rossa” e “zona di guerra totale” dall’esercito israeliano.
A questa mancata assistenza a persone in pericolo si aggiungono altre rinunce o complicità che gettano un velo di ipocrisia sulla posizione francese. L’indulgenza con cui Parigi ha permesso a Benyamin Netanyahu di viaggiare nel suo spazio aereo, nonostante il mandato di arresto internazionale contro di lui, lascia scettici. Così come la criminalizzazione di cui i sostenitori della Palestina sono stati sistematicamente oggetto, anche da parte della Macronia, a partire dal 7 ottobre.
Piuttosto che impedire il ricatto dell’antisemitismo, diventato una costante nello spazio politico-mediatico, l’esecutivo non ha esitato a strumentalizzarlo. Che ciò si ritorca ora contro di lui – Benyamin Netanyahu rimprovera al capo di Stato di “alimentare questo fuoco antisemita” – non sembra aprirgli gli occhi.
Mentre questa strategia di denigrazione è stata ampiamente utilizzata per demonizzare La France insoumise, il partito politico più impegnato a denunciare i crimini commessi a Gaza, in questi giorni prende di mira il leader del Partito socialista, Olivier Faure, dopo che ha proposto di issare le bandiere palestinesi sui frontoni dei municipi il giorno in cui la Francia farà la sua dichiarazione all’ONU.
Allo stesso modo, la decisione di cinque ricercatori di ritirarsi da un convegno per protestare contro la presenza di istituzioni israeliane è valsa loro la minaccia di sanzioni penali… da parte della ministra della cultura dimissionaria, l’ex Guardasigilli Rachida Dati.
Non si tratta quindi di lasciare che la Francia si pavoneggi per il suo gesto simbolico. “No Justice, No Peace”: questo slogan dei militanti nordamericani per i diritti civili, lanciato dopo l’omicidio razzista del giovane nero Michael Griffith nel 1986, a Howard Beach nel Queens, da parte di giovani bianchi, trova un’eco nella situazione attuale.
La giustizia, in questo caso, passa per le sanzioni affinché la guerra genocida si fermi e il riconoscimento della Palestina si imponga a tutti, compreso a Israele. A meno di riprendere la citazione di Walter Benjamin, filosofo ebreo tedesco, secondo cui “l’umanità è diventata abbastanza estranea a se stessa da riuscire a vivere la propria distruzione come un godimento estetico di prim’ordine”, il tempo delle incantazioni è passato.
Mentre un popolo sta scomparendo sotto i nostri occhi, i leader di questo pianeta saranno giudicati per i loro atti.


