Nell’Argentina dei lavori multipli, ritratti di un burnout nazionale

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Sotto l’effetto della cura d’urto ultraliberista inflitta al Paese da Milei, il «pluriemploi» (lavori multipli) ha raggiunto livelli record [Louise André-Williams]

Buenos Aires (Argentina). – “Che lavoro fai nella vita?” In Argentina, questa domanda ha progressivamente perso di senso. Nel corso delle crisi economiche, infatti, le abitanti e gli abitanti si sono abituati a cumulare diversi impieghi per sopravvivere. In costante aumento da quindici anni, il fenomeno del “pluri-impiego” ha recentemente raggiunto un record storico.

Nel secondo semestre del 2024, cioè un anno dopo l’arrivo al potere di Javier Milei, il 12,4% della popolazione attiva alternava più lavori, contro l’11,6% alla fine del mandato di Alberto Fernández (2019-2023) e il 10,8% alla fine di quello di Mauricio Macri (2015-2019). Il fenomeno si estende sempre più anche alla classe media, comprese le professioniste e i professionisti qualificati con un alto livello di istruzione.

La ragione: una vita dal costo proibitivo (un caffè a Buenos Aires costa più che a Parigi), un’economia inceppata e soprattutto un mercato del lavoro sempre più precario. Sotto il governo Milei, sono scomparsi oltre 250.000 posti di lavoro dichiarati, mentre il lavoro nero è cresciuto fortemente. In particolare, la categoria delle lavoratrici e dei lavoratori autonomi non dichiarati ha registrato un balzo del 4,7% tra il primo semestre 2024 e il primo semestre 2025.

Le persone che hanno testimoniato a Mediapart evocano spesso come fattore scatenante il crollo brutale del potere d’acquisto che ha colpito l’insieme della popolazione attiva nei primi sei mesi della nuova presidenza. In un secondo momento, con il rallentamento dell’inflazione, alcuni lavoratori e lavoratrici, principalmente del settore privato, sono riusciti a risollevarsi. Ma non è stato lo stesso per altri, come gli impiegati poco qualificati, i dipendenti pubblici o i pensionati, costretti a spaccarsi la schiena per sopravvivere.

Ricevuto martedì 14 ottobre alla Casa Bianca da Donald Trump, Milei ha dichiarato, in un’intervista rilasciata al canale televisivo statunitense CNBC e diffusa mercoledì 15 ottobre, di non avere “alcuna intenzione di cambiare rotta” e di voler “rispettare il programma di riduzione delle imposte, deregolamentazione e mantenimento della crescita economica”. Le elezioni legislative si terranno domenica 26 ottobre.

Victorina Riera, 56 anni, panettiera, pasticciera e agente immobiliare

Sempre più spesso, il corpo di Victorina Riera le manda segnali d’allarme: dolori lancinanti alle gambe e palpitazioni al petto. “Mi chiedo quando cederà, fisicamente”, si preoccupa questa donna di 56 anni.

Dal giovedì alla domenica dedica lunghe giornate — tra le dieci e le quindici ore — a due lavori: commessa in una panetteria e in una pasticceria. Dal lunedì al mercoledì, invece, per venticinque ore settimanali, appende il grembiule e accompagna i clienti a visitare appartamenti in ogni angolo della capitale argentina, Buenos Aires.

La sua storia è quella di un declassamento. Al susseguirsi delle crisi, la caduta del suo potere d’acquisto è stata inversamente proporzionale all’aumento del suo tempo di lavoro. Quindici anni fa lavorava per un istituto di ricerca e andava in vacanza. Oggi sgobba “come un piccolo animale automatico”.

In tutto, Victorina Riera guadagna 800.000 pesos (circa 500 euro). È ben lontano dall’essere sufficiente per vivere dignitosamente a Buenos Aires, dove l’affitto medio di un bilocale è di 1.175.000 pesos al mese (745 euro). “È umiliante, ma la mia priorità, per ora, è dormire, rigenerare il corpo per poter continuare. Il tempo libero, si vedrà più avanti”, dice.

Recupera le sue brevi ore di sonno durante i numerosi tragitti in autobus, tra una visita e l’altra agli appartamenti, o quando si reca in pasticceria, a un’ora di distanza da casa. La sera, sfinita, scorre le offerte su LinkedIn alla ricerca di nuove opportunità nel settore immobiliare. I guadagni irregolari che trae da questa attività non le permettono ancora di ammortizzare l’iscrizione mensile di 100 dollari alla rete internazionale Re/Max, che la paga a provvigione. Ma lei insiste, dice, per “crescere”.

Nonostante la sua condizione di lavoratrice precaria, Victorina Riera aspira a “elevarsi intellettualmente”. Nel marzo 2024, parallelamente al lavoro in panetteria, aveva ripreso gli studi di sociologia all’Università di Buenos Aires, interrotti anni prima per crescere i suoi due figli.

Ma la terapia d’urto applicata da Javier Milei all’economia argentina ha avuto la meglio sulla sua passione per Durkheim e Bourdieu. Appena arrivato al potere, nel dicembre 2023, il presidente libertario ha brutalmente svalutato la moneta e ridotto drasticamente i sussidi ai servizi pubblici. In quattro mesi, l’elettricità è aumentata del 75%, l’acqua del 200%, i trasporti del 400%.

Victorina ha quindi lasciato i banchi dell’università prima del previsto, in cerca di un reddito supplementare. Dopo aver trovato un secondo lavoro in una pasticceria, ha seguito un corso lampo per lavorare nel settore immobiliare. Dalle quarantacinque ore di lavoro settimanali è passata a settantacinque. Mai, assicura, aveva lavorato tanto in vita sua.

Mariano Montero, 35 anni, infermiere e autista VTC

A forza di essere sfruttato all’eccesso, anche il corpo di Mariano Montero cede. “Quest’anno ho avuto tre crisi di ipertensione. Una di queste mi ha colpito in ospedale. Mi sono fermato due giorni e poi sono stato costretto a riprendere il mio ritmo.” Poco più che trentenne, questo padre di famiglia, infermiere all’ospedale pediatrico Garrahan, supera ormai le cento ore di lavoro settimanali.

Per lui, entrare in quell’ospedale d’eccellenza era il compimento di un sogno, un motivo d’orgoglio. Questa struttura pubblica è l’unica a realizzare operazioni di estrema complessità in pediatria e potrebbe presto non essere più in grado di funzionare a causa della stretta di bilancio imposta da Milei.

Per il presidente di estrema destra, il Garrahan è infestato dai “ñoquis”. L’espressione è usata in Argentina per indicare i funzionari pubblici che, si dice, percepiscono uno stipendio senza lavorare. Per stanarli, il governo ha introdotto un controllo biometrico all’ingresso dell’ospedale, per verificare la presenza del personale sanitario.

Giovedì 4 settembre, poco prima di entrare in sala operatoria, Mariano Montero descrive a *Mediapart*, con un messaggio audio, la sua giornata: “Lavoro dalle 7 del mattino all’ospedale Gutierrez, dove assisto a un intervento alla colonna vertebrale, e alle 14 passo direttamente al Garrahan, da cui uscirò alle 21, poi continuo con Uber.”

Fino a due anni fa, assicura, riusciva a cavarsela lavorando solo al Garrahan. Attualmente, gli infermieri e le infermiere di quell’ospedale guadagnano circa 940.000 pesos (580 euro), cioè meno della soglia fissata per non essere considerati poveri, pari a 1.100.000 pesos (700 euro). Con Uber, Mariano riesce ad arrivare, nei mesi buoni, a circa 1.800.000 pesos (1.140 euro). “E con questo non posso permettermi nessun lusso. Nemmeno un cinema.”

Da due anni guida tutte le notti del sabato e della domenica, e anche dopo la giornata in ospedale “se la domanda è abbastanza alta”. Le corse, però, non sono più redditizie come prima. Risultato della crescente precarietà del mercato del lavoro, Buenos Aires è piena di autisti che lavorano per una miriade di piattaforme (Cabify, Uber, Didi, Indrive, ecc.).

Prima di mettersi al volante, Mariano ha preso l’abitudine di informarsi sulla programmazione culturale della capitale. Questa sera, Katy Perry e i Green Day sono in concerto: deve approfittarne. Invece di tornare a casa dalla moglie e dal figlio di otto anni, guida ininterrottamente dalle 21 alle 4 del mattino.

Alejandro, 68 anni, pensionato, traduttore e autista

“Le traduzioni erano il mio piano B. Fare l’autista, il mio piano C. Il piano D, onestamente, non so cosa sarà: vendere tutto e lasciare il Paese?”

Quando ha votato per Javier Milei nel novembre 2023, Alejandro, che ha chiesto di restare anonimo, non immaginava che due anni dopo si sarebbe ritrovato a lavorare sette giorni su sette, otto ore al giorno, come autista per una piattaforma. Di tanto in tanto lavora anche come traduttore freelance, dal portoghese allo spagnolo. Ma le commesse si fanno sempre più rare: “Ci sono sempre più persone nella mia stessa situazione, o anche peggiore, che offrono gli stessi servizi”, constata freddamente.

Alejandro vive da solo e in affitto. È andato in pensione nel 2020, dopo una carriera di ventiquattro anni nel settore della sicurezza. Aveva già pensato di trasferirsi in Brasile nel 2022, esasperato dall’inflazione sotto il governo di Alberto Fernández (+1.000% in quattro anni) e dal modo in cui, a suo dire, “sprecava denaro pubblico in cose totalmente inutili”.

L’irruzione fragorosa di Javier Milei sulla scena politica e la sua promessa di ridurre drasticamente la spesa pubblica gli avevano ridato speranza. Come molti altri elettori di Milei, Alejandro aveva accettato di “fare uno sforzo” e di “pagare”, con il sudore della fronte, il prezzo dell’austerità. “Vedevo il mio portafoglio svuotarsi, ma mi dicevo: sta facendo ciò che serve.”

I pensionati sono i grandi perdenti del “mileismo”. In nome dell’ortodossia finanziaria, il presidente ha ridotto bruscamente il rimborso di diversi farmaci che in precedenza erano gratuiti per gli anziani. Si è più volte opposto alla rivalutazione delle pensioni e ha congelato un bonus integrativo introdotto sotto Alberto Fernández.

Attualmente, più della metà dei pensionati percepisce una pensione minima di 390.000 pesos, cioè appena 250 euro. Mentre, secondo una stima del Difensore della Terza Età (collegato al Difensore del Popolo, un organismo pubblico che tutela i diritti dei cittadini), un pensionato ha bisogno di 1.500.000 pesos (950 euro) per non essere povero. Quella di Alejandro arriva a malapena a 850.000 pesos (538 euro). È preoccupato per la figlia incinta, che aiuta economicamente.

Dice di sostenere ancora Milei, ma man mano che le ore al volante aumentano, la sua pazienza si assottiglia: “Vorrei ricevere qualcosa in cambio del mio sacrificio.”

Flor Grimolizzi, 36 anni, funzionaria, insegnante e venditrice

Flor Grimolizzi, funzionaria del Ministero dell’Interno, fa anch’essa parte di quella galassia di lavoratori e lavoratrici precari del digitale: vende biancheria intima tramite WhatsApp. “Vado a ritirare i modelli dalla fornitrice, li fotografo e preparo gli ordini”, spiega. Riceve una commissione su ogni vendita, ma in questo periodo, si lamenta, “praticamente nessuno compra”.

Non è la prima volta nella sua carriera, precisa, che è costretta ad arrotondare il reddito con un lavoro non dichiarato. Nel 2017 è stata tra i funzionari licenziati durante la presidenza di Mauricio Macri, che aveva anch’egli lanciato una caccia ai “ñoquis”. Con un master in politiche pubbliche, aveva poi trovato lavoro come assistente in un municipio, ma con uno stipendio inferiore del 30%. “Per completare i miei guadagni vendevo ceste di verdure biologiche e davo lezioni private”, ricorda.

Secondo il sindacato ATE, dall’arrivo al potere di Javier Milei i funzionari pubblici hanno perso il 40% del loro potere d’acquisto. Oltre al ministero, dove lavora quaranta ore a settimana, e alla vendita di biancheria (circa due ore al giorno), Flor redige rapporti per un ufficio di studi e insegna sociologia in due istituti. Uno di questi, rivolto a persone senza fissa dimora, ha perso i finanziamenti pubblici sotto Milei e non può più pagare i docenti.

Nonostante lavori più di sessanta ore a settimana, Flor Grimolizzi non riesce a farcela. “Ho il cervello bruciato. Vivo in uno stato di burnout permanente”, racconta. Alla stanchezza si aggiunge l’angoscia di perdere il lavoro: sotto la presidenza di Milei sono stati soppressi oltre 57.000 impieghi pubblici.

Ana Gamarra, 41 anni, assistente sociale, massaggiatrice, spazzina, venditrice

Fino a poco tempo fa, quando le si chiedeva che lavoro facesse, Ana Gamarra rispondeva: “assistente sociale”. È una professione che ha esercitato per dieci anni all’interno di una cooperativa che gestisce mense e asili nei quartieri più poveri di Buenos Aires.

In cambio del suo lavoro, questa madre di due figli riceveva un compenso statale sotto forma di programma sociale che, prima dell’arrivo di Milei al potere, equivaleva alla metà di uno stipendio minimo. Non appena eletto, il presidente ha congelato l’importo di quell’aiuto a 78.000 pesos (45 euro), mentre i prezzi sono aumentati del 226%.

“La maggior parte delle donne della nostra cooperativa ha sempre dovuto giostrarsi tra uno o due lavori. Ma con Milei, ne servono tre, quattro, anche cinque”, racconta Ana Gamarra, che deve concentrarsi per ricordare tutte le attività che svolge.

Attualmente lavora venti ore a settimana come spazzina per la città di Buenos Aires, con un contratto precario da lavoratrice autonoma che le frutta circa 300.000 pesos al mese (190 euro). La sua attività di massaggiatrice, iniziata dopo la pandemia, le rende molto meno di prima: “La gente non ha più soldi per queste cose. Ho perso quasi tutti i clienti.”

Solo due anni fa si riposava nei fine settimana; oggi invece vende vestiti al mercato del suo quartiere, ai margini di una villa miseria, e piatti tipici del suo Perù natale. Di notte, digita sul telefono per vendere olio di cocco e miele via WhatsApp. “Non smetto di pensare a tutto quello che potrei fare per guadagnare qualche peso in più. Ho solo 41 anni ma mi sento già sfinita.”

Il marito, che lavora nell’edilizia, la aiuta a comprare la merce e a venderla. Poiché le molteplici attività della coppia non bastano ancora per tirare avanti, da qualche settimana, dopo la giornata nei cantieri, lui pedala per ore come fattorino in bicicletta.

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