Il grande declino economico europeo

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Nel 2000, l’UE era quasi alla pari con gli USA. Da allora ha rinunciato a ogni ambizione per lasciarsi guidare dalle forze del mercato [Martine Orange]

L’immagine resterà probabilmente impressa nella memoria collettiva. Per molti europei, la foto di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, che conversa sorridente con Donald Trump dopo aver accettato, alla fine di agosto, un accordo commerciale completamente squilibrato, rappresenterà a lungo il simbolo dell’umiliazione europea.

Tutto ciò che molti intuivano o temevano da anni si è materializzato sotto i loro occhi: l’Unione Europea, che si considerava – e si sognava – come una potenza, si è rivelata essere un insieme di paesi privi di reale potere geopolitico ed economico, stretti tra i diktat statunitensi e gli appetiti cinesi.

Dopo aver scoperto, durante il Covid, la propria dipendenza dai beni essenziali, e poi, con la guerra in Ucraina, la mancanza di sovranità energetica e militare, i dirigenti europei osservano con sgomento che l’Europa si trova ora in una situazione di “vassallaggio economico e tecnologico”, con il rischio di un declino irreversibile.

Il timore di un arretramento europeo non è nuovo. Ben prima dei rapporti Draghi e Letta del 2024, che hanno lanciato l’allarme sui rischi di declassamento del Vecchio Continente, economisti di ogni tendenza avevano segnalato la lenta degradazione delle economie europee.

Se all’inizio degli anni Duemila l’Europa teneva il passo con gli Stati Uniti, oggi arretra in tutti i campi: crescita, produttività, tecnologie, innovazione, investimenti, ricerca scientifica… Ad eccezione dell’aspettativa di vita, i ventisette paesi dell’Unione mostrano uno scarto crescente rispetto agli Stati Uniti, soprattutto quelli che condividono la moneta unica.

“L’area euro ha visto il proprio reddito pro capite (a parità di potere d’acquisto) scendere dall’85% del livello degli Stati Uniti nel 2000 al 78% nel 2022”, osserva un recente studio dell’OFCE (Osservatorio francese delle congiunture economiche), pubblicato a settembre. Il divario tra le quattro principali economie europee e gli Stati Uniti è particolarmente evidente: per la Germania il calo è di quasi 6 punti, per la Spagna – che partiva da più in basso – di 8, per la Francia di 10 e per l’Italia di oltre 20 punti.

Il fossato si è probabilmente allargato ulteriormente negli ultimi tre anni, segnati da un’esplosione dei prezzi energetici, un brusco ritorno dell’inflazione, tensioni geopolitiche e un crollo degli scambi mondiali dai tratti di una vera e propria guerra commerciale. Tutti fattori che colpiscono al cuore la macchina economica europea.

La Germania, motore dell’Europa che a lungo ha permesso di mascherare le carenze del continente, offre oggi un’immagine clinica dello stato del Vecchio Continente. Dopo due anni di recessione (2023-2024), spera di registrare una crescita “miracolosa” dello 0,2% quest’anno. Tutto il suo modello, fondato su un’industria forte, esportazioni massicce e colossali eccedenze, vacilla. Ad agosto, la produzione industriale tedesca è tornata ai livelli del 2005. Più di tre milioni di tedeschi sono disoccupati, il numero più alto dai tempi della crisi dell’eurozona.

I dirigenti europei, che per anni hanno fatto finta di ignorare queste realtà, non possono più perseverare nel loro diniego. Questo impoverimento generalizzato alimenta il malessere politico, sociale e culturale che mina l’insieme dei paesi europei. Contrariamente agli impegni presi con il Trattato di Lisbona del 2000, l’Unione Europea non è riuscita a costruire un continente di “pace” e “prosperità”.

Una perdita strutturale di produttività

Un indicatore illustra una delle cause profonde della perdita di competitività strutturale dell’economia europea rispetto a quella statunitense: la produttività. Nel 2000, Germania, Francia e Italia registravano risultati paragonabili a quelli degli Stati Uniti in termini di produttività oraria. “Nel 2023, il divario di produttività tra Germania e Stati Uniti era aumentato del 10%, con la Francia del 14% e con l’Italia del 28%”, ricorda uno studio della Banca di Francia del febbraio 2025.

Da parte sua, l’OFCE sottolinea che la perdita di competitività della Francia rispetto agli Stati Uniti non dipende né dal volume o dal costo del lavoro, né dalla deindustrializzazione – gli Stati Uniti hanno subito un’emorragia comparabile a quella francese – ma dall’assenza di innovazione, ricerca, investimenti e sviluppo nelle tecnologie del futuro.

Mentre Stati Uniti e Cina si affrontano in una battaglia feroce per dominare la nuova rivoluzione tecnologica del digitale e dell’intelligenza artificiale, l’Europa è quasi assente da questo campo di scontro. Conta solo due gruppi di rilievo mondiale: il tedesco SAP, nel settore dei software, e l’olandese ASML, specializzato nella microincisione dei semiconduttori.

Ma è ai margini anche nello sviluppo del calcolo quantistico, dello spazio e delle telecomunicazioni, della difesa e della cybersicurezza. L’unico ambito in cui mostra un certo vantaggio è quello delle energie rinnovabili. Ironia della sorte: sotto la pressione dei governi populisti, la Commissione Europea sta rimettendo in discussione le proprie politiche di sostegno e confondendo il futuro dell’intero settore.

Nelle mani invisibili del mercato

Non era affatto inevitabile che l’Europa mancasse in modo così clamoroso la svolta tecnologica e industriale dell’inizio del XXI secolo. Quando gli Stati membri lanciarono il mercato unico nel 1993, l’Unione contava cinque colossi mondiali delle telecomunicazioni (Alcatel, Nokia, Ericsson, Siemens e Philips). L’Europa era allora così forte da riuscire a imporre il suo standard – il GSM – per la seconda generazione delle comunicazioni mobili. In molti paesi europei, e in particolare in Francia, le infrastrutture di telecomunicazioni erano tra le più avanzate al mondo, favorendo una rapida diffusione di Internet.

Pur avendo già un certo ritardo nell’informatica, l’Europa era in grado di produrre innovazioni importanti, come la carta a microchip inventata in Francia o la robotica tedesca. Manteneva il passo nello spazio e rivaleggiava con gli Stati Uniti nell’aeronautica grazie ad Airbus. Nei trasporti ferroviari e automobilistici, superava ampiamente gli Stati Uniti; il suo vero concorrente era allora il Giappone.

Poi, tutto si è inceppato.

Le scelte politiche e ideologiche che hanno presieduto alla costruzione europea pesano molto in questa evoluzione. I padri fondatori dell’Unione – Monnet, Schuman, Adenauer, De Gasperi, Spaak – non hanno mai nascosto la loro adesione al pensiero liberale della scuola austriaca di economia. Con il trionfo del reaganismo e del thatcherismo, il neoliberismo si è imposto in tutte le politiche europee.

Invece di costruire una cooperazione tra Stati, come accadeva con il primo trattato europeo sul carbone e sull’acciaio o con la politica agricola comune pre-1992, la Commissione Europea e i principali leader del continente hanno deciso di affidarsi alla “mano invisibile del mercato”. La concorrenza “libera e non falsata” in un mercato unico completamente deregolamentato avrebbe dovuto, più della politica, disegnare il futuro del continente.

Si è così aperta la lotta di tutti contro tutti: ogni paese cercava, attraverso la concorrenza sociale, giuridica e fiscale, di attirare lavoro e capitali sul proprio territorio. In questo gioco, Lussemburgo, Irlanda e Paesi Bassi sono stati i grandi vincitori, senza che la Commissione Europea trovasse nulla da ridire sull’esistenza di questi paradisi fiscali e giuridici nel cuore stesso del mercato unico.

Allo stesso tempo, la Commissione – appoggiandosi alle regole della concorrenza per affermare il proprio potere sugli Stati – ha preteso la rinuncia a qualsiasi politica industriale o di pianificazione, anche in ambiti strategici come l’energia o la difesa, e a qualsiasi forma di aiuto pubblico.

La Francia ha pagato un prezzo altissimo per questa scelta politica. Da un giorno all’altro, gran parte del suo apparato produttivo, che beneficiava dell’effetto trainante delle grandi imprese pubbliche – in termini sia di ricerca sia di commesse – si è ritrovato privo di sostegni. Lo stesso fenomeno si è verificato in altri paesi europei, compresa la Germania: tutti gli ecosistemi industriali esistenti sono stati distrutti, senza che nulla venisse creato per sostituirli a livello europeo.

Lo choc dell’euro

I responsabili europei evitano sempre di soffermarsi sull’argomento, perché getta un’ombra su quella che considerano la più grande riuscita della costruzione europea: l’euro. Eppure, la creazione della moneta unica ha avuto un rovescio della medaglia: l’aggravarsi dei disequilibri economici interni all’area.

Determinati a imporre l’euro come una moneta forte, capace di competere fin dal primo giorno con il dollaro, i dirigenti europei scelsero di fissare una parità elevata, vicina a quella del marco tedesco. Per molti altri paesi europei – a cominciare da tutta l’Europa del Sud, ma anche per l’Italia e la Francia – ciò rappresentava una sopravvalutazione evidente rispetto al loro sistema economico e produttivo.

Agli economisti che allora si preoccupavano di queste distorsioni monetarie, i responsabili europei rispondevano che la moneta unica, accompagnando il mercato unico, avrebbe consentito la convergenza delle economie europee. Ma non fu presa alcuna misura di compensazione a livello europeo per attenuare questo shock monetario.

Le leggi della moneta sono implacabili: la sopravvalutazione rispetto al sistema produttivo comporta un aumento delle importazioni, un calo della produzione interna e delle esportazioni. Per tutto il XX secolo, i paesi europei – in particolare Francia e Italia – avevano fatto ricorso a importanti svalutazioni per mantenere la loro competitività e riequilibrare la bilancia commerciale e quella dei pagamenti.

Con la moneta unica, però, la svalutazione è impossibile. L’aggiustamento monetario può avvenire solo attraverso le cosiddette “svalutazioni interne”, ossia riducendo la spesa pubblica, la spesa sociale e il costo del lavoro. In una parola: colpendo quello Stato sociale che costituisce “una delle fondamenta dell’identità europea”, come ricorda Sébastien Bock, uno degli autori dello studio dell’OFCE.

I danni della competitività di costo

La pressione è tanto più forte perché, nello stesso momento – nel 2001 – la Cina entra a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e nel commercio mondiale. L’Europa, attratta da questo mercato di oltre un miliardo e mezzo di abitanti, apre ampiamente le sue frontiere alle importazioni cinesi a basso costo, senza adottare alcuna misura per proteggere la propria economia da una concorrenza falsata da norme sociali e ambientali inesistenti, convinta di poter mantenere il proprio vantaggio tecnologico sulla Cina.

La “competitività di costo”, che era già la norma sin dalla creazione del mercato unico, diventa la regola d’oro di tutta l’Europa: bisogna ridurre a ogni costo i costi di produzione, comprimere la domanda interna per alimentare la macchina esportatrice e conquistare quote di mercato in tutto il mondo.

Già nel 2003, la Germania dà il via con le leggi Hartz, smantellando intere parti del proprio sistema di protezione sociale. Tutti gli altri paesi iniziano a percorrere la stessa strada, con maggiore o minore convinzione. La Francia accelera la propria deindustrializzazione, già in atto dagli anni Novanta, alla ricerca di paesi a basso costo.

Sotto la pressione dei mercati finanziari, sempre più esigenti in termini di rendimenti, i grandi gruppi industriali europei scelgono la rendita: mantengono le loro specializzazioni nei settori maturi di cui detengono il controllo, ma riducono drasticamente gli investimenti in ricerca e sviluppo, giudicando molto più remunerativo acquistare le scoperte delle start-up (come nel settore farmaceutico) o affidare queste attività ai subappaltatori, ai quali nello stesso tempo si impone di comprimere i costi e i margini, come accade nell’automotive o in Airbus.

I disastri dell’austerità

Il declino scientifico, tecnologico e industriale dell’Europa si consolida. Ma il distacco diventa realmente evidente a partire dal 2010, con la crisi dell’euro.

Con la crisi finanziaria del 2008, tutti i disequilibri interni al mercato unico esplodono: lungi dal convergere, come avevano previsto i dirigenti europei, le economie del continente divergono sempre di più. L’Europa del Sud accusa un ritardo crescente rispetto a quella del Nord. La frammentazione dell’eurozona minaccia di far saltare l’intera costruzione europea.

Sotto la pressione di Berlino e dei suoi alleati, i dirigenti europei scelgono l’unica politica che sembrava loro adeguata: l’austerità. Pur senza spingersi fino alle misure devastanti imposte alla Grecia, tutti gli Stati membri aderiscono all’ordoliberalismo. Non parlano più che di “deficit zero”, di “riforme strutturali” che smantellano lo Stato sociale (sanità, disoccupazione, lavoro, pensioni), di riduzioni generalizzate degli oneri per le imprese, mentre i paesi membri rifiutano per principio di adottare qualsiasi politica mirata.

Il cosiddetto “denaro magico” distribuito dalla Banca centrale europea (BCE), che avrebbe potuto servire a rilanciare l’economia, è stato in gran parte catturato dalla sfera finanziaria, aggravando le distorsioni del capitalismo finanziario: la ricchezza finanziaria è diventata predominante rispetto alla ricchezza prodotta, ampliando le disuguaglianze e il declassamento delle classi medie. Per la prima volta, il tasso di povertà aumenta in tutta Europa: nel 2014, circa il 25% della popolazione europea ne è colpita. E da allora è diminuito solo modestamente.

In mancanza di dinamismo economico e di domanda interna, l’Europa diventa esportatrice netta di capitali: a partire dal 2012, circa 200 miliardi di euro all’anno prendono la via degli Stati Uniti. Ma l’Europa esporta anche i propri ricercatori, ingegneri e imprenditori, molti dei quali finiranno per stabilirsi nella Silicon Valley.

Mentre i governi statunitensi e cinesi spingono sull’acceleratore in tutte le tecnologie innovative, l’Europa perde terreno in ogni campo: industria, infrastrutture strategiche, sanità, digitale e proprietà intellettuale. Dal 2010, la crescita media dell’eurozona (escludendo la fase Covid e la ripresa successiva) oscilla faticosamente tra l’1% e l’1,5%, contro il 2,5–3% degli Stati Uniti. Per l’Italia, la situazione è ancora più grave: dal 2000 alterna fasi di recessione e stagnazione, raggiungendo appena l’1% nei suoi anni migliori.

E anche se l’Europa ha ripreso a creare posti di lavoro, si tratta perlopiù di impieghi nei servizi, precari e a basso valore aggiunto, contribuendo così ad aggravare il divario economico del continente. “Il modello della competitività di costo non è più sostenibile – osserva Sébastien Bock. – Il distacco è tecnologico. È una questione di sovranità europea, di competitività di lungo periodo.”

Lo stesso software

A sentirli, i dirigenti europei condividono ormai lo stesso constato: l’Unione Europea deve reagire. Come gli Stati Uniti e la Cina, deve investire, elaborare politiche industriali nei settori strategici (energia, difesa, sanità, digitale) e sostenere gli attori europei.

Eppure, più di un anno dopo la pubblicazione del rapporto Draghi, presentato come una “Bibbia” dai rappresentanti europei, non è successo nulla. Di fronte a una contestazione crescente dopo la sua rielezione, la presidente della Commissione Europea sembra incapace di articolare un progetto coerente. L’Unione continua a basarsi sullo stesso “software” di prima: invocare il mercato unico dei capitali, rinunciare alla riforma essenziale del mercato europeo dell’energia, e persino costruire un’Europa della difesa seguendo le stesse logiche – tutto poggia ancora sulla fede nelle forze autoregolatrici del mercato e nella virtù della concorrenza.

Sconvolta dalla guerra commerciale lanciata da Trump, l’Europa continua a credere che il “dolce commercio” valga ancora nel resto del mondo. Dopo il Mercosur, la Commissione Europea, gettando a mare tutti i suoi impegni climatici, è pronta a firmare accordi di libero scambio con l’India, il Vietnam e il mondo intero, se necessario, rafforzando una competizione mortifera per numerosi settori economici.

Tutte le ambizioni e le promesse che avevano guidato la costruzione europea sembrano essersi dissolte. L’Unione Europea finisce per ridursi a un grande mercato in balia dei venti, che ha rinunciato a prendere in mano il proprio destino – e quello delle sue popolazioni.

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