L’assalto dei negazionisti climatici alla COP

0
683

Quando Atlas Network tentò di sabotare una COP: “Siamo in grado di influenzare l’agenda mediatica” (Andrés Actis)

da El Salto, media indipendente dello Stato Spagnolo

I lobbisti dell’industria fossile torneranno a circolare nei corridoi di una Conferenza delle Parti della Convenzione sul Cambiamento Climatico (COP). Lo scorso anno a Baku, la coalizione di organizzazioni Kick Big Polluters Out (KBPO, “Fuori i grandi inquinatori”) ha individuato 1.773 rappresentanti di gruppi di pressione legati alle aziende più inquinanti del pianeta con accesso al vertice. Una cifra simile è attesa a Belém, la città brasiliana che ospiterà la COP30.

Alcuni di questi lobbisti rappresenteranno gli interessi della Atlas Network, un’associazione globale che riunisce decine di think tank libertari con grande influenza negli Stati Uniti e in America Latina e che, come ha rivelato El Salto, sta iniziando a espandersi in Europa grazie all’ascesa e al consolidamento dei partiti ultraconservatori.

Dietro la Atlas Network si trovano miliardari e fondazioni di destra come la Koch Foundation, la Heritage Foundation e la Templeton Foundation, oltre a grandi corporation dei settori del petrolio, del tabacco e dell’industria farmaceutica. La diffusione del negazionismo climatico e la promozione, nel dibattito pubblico, di un’agenda anti-politiche verdi sono due obiettivi centrali dell’organizzazione.

I suoi tentacoli si estendono in quasi tutti i paesi dell’America Latina. Atlas finanzia due dei principali think tank che hanno sostenuto la candidatura del presidente argentino Javier Milei: la Fundación Atlas, con sede a Puerto Madero (Buenos Aires), e la Fundación Libertad, con base a Rosario (Santa Fe). La rete ha sostenuto in passato anche la candidatura dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che una volta al potere ha rafforzato i suoi legami con i satelliti locali della rete.

Secondo le informazioni finanziarie pubblicate dal sito investigativo DeSmog, la Atlas Network “non possiede fondi patrimoniali né accetta finanziamenti governativi”, quindi tutti i suoi programmi “dipendono dalla generosità di fondazioni, privati e imprese”.

Alla vigilia della COP30, DeSmog ha pubblicato nuove prove che collegano ExxonMobil, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo, a una campagna coordinata da Atlas Network per diffondere il negazionismo climatico in America Latina e indebolire il processo del trattato sul clima guidato dalle Nazioni Unite.

Le donazioni di ExxonMobil hanno contribuito a finanziare la traduzione in spagnolo di libri negazionisti, viaggi di relatori statunitensi in città latinoamericane e l’organizzazione di eventi pubblici che garantissero a questi portavoce l’accesso ai media locali e agli uffici stampa dei politici. La COP10 (Buenos Aires, 2004) fu uno degli obiettivi principali della rete.

Una “sala di guerra” contro Kyoto

Secondo DeSmog, la Atlas Network offrì i suoi servizi agli sponsor aziendali nei mesi precedenti alla COP10, una conferenza particolarmente importante perché si svolgeva poco prima dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto.

Siamo in una posizione molto vantaggiosa per influenzare positivamente la direzione del dibattito e la copertura mediatica in Argentina”, scriveva nel 2004 Alejandro Chafuen, allora direttore della rete, in una lettera a Walt Buchholtz, dirigente di Exxon.

Chafuen spiegava di aver già riservato “strutture ideali accanto al centro conferenze” da utilizzare come “base operativa” o “sala di guerra” per ostacolare qualsiasi accordo che potesse minacciare la redditività del settore fossile.

La proposta delineava piani per ottenere “una copertura mediatica favorevole” sulla COP10 mobilitando il maggior numero possibile di alleati globali, specialmente in regioni “strategiche”, e numerosi centri di ricerca diretti da membri della Atlas Network.

Non è chiaro se ExxonMobil abbia accettato formalmente la proposta, ma la corrispondenza tra le due entità mostra donazioni per decine di migliaia di dollari tra il 2004 e il 2005.

Fratture geopolitiche ancora aperte

La corrispondenza, composta da decine di lettere, conferma che dal 1990 fino a poco prima del 2010 ExxonMobil finanziò Atlas Network per impedire la diffusione delle politiche climatiche in America Latina.

Si potrebbe pensare che questi legami appartengano al passato e che oggi, con l’Accordo di Parigi consolidato, le compagnie petrolifere evitino simili operazioni. Tuttavia, secondo molti esperti, le “dubbie narrazioni” seminate allora contribuirono ad accentuare le fratture geopolitiche e i timori economici che persistono ancora oggi.

Quelle stesse donazioni, inoltre, favorirono la crescita di una rete globale di think tank neoliberali, come il Manhattan Institute, molto influente sulle politiche del secondo mandato di Donald Trump.

Molti operatori formati da Atlas Network sono poi entrati in politica, tra cui Ana Lamas, avvocata argentina citata nei documenti, che fino al febbraio 2024 ha ricoperto il ruolo di sottosegretaria all’Ambiente nel governo Milei.

La professoressa Julia Steinberger (Università di Leeds, coautrice del Sesto Rapporto IPCC) denuncia da anni l’“influenza occulta” della rete nel campo della scienza climatica. Secondo lei, i ricercatori e le organizzazioni attiviste dovrebbero concentrarsi nel comunicare “chi sono i veri avversari” della giustizia climatica: le strutture di potere economico che, attraverso la confusione e la polarizzazione, mirano a perpetuare un’economia deregolata e neoliberista sostenuta dal capitale fossile.

Le nostre democrazie non hanno fallito per natura, ma perché sono state attaccate per decenni dagli stessi attori che distruggono il clima”, ha affermato in una conferenza online nel 2024.

Il denaro che ha costruito una rete globale

La giornalista francese Anne-Sophie Simpère, coautrice dell’indagine, spiega che il successo di Atlas Network nell’ottenere fondi da ExxonMobil nacque da un obiettivo condiviso: diffondere nel mondo centri di pensiero di libero mercato.

Tra i beneficiari figuravano due dozzine di think tank in paesi come Cina (Unirule Institute of Economics, Institute of World Economics and Politics), India (Center for Civil Society, Liberty Institute), Cile (Libertad y Desarrollo), Argentina (Fundación Libertad) e Canada (Fraser Institute).

Nel marzo 1999, il presidente di Atlas Network scrisse a un dirigente di ExxonMobil per ringraziarlo delle donazioni, allegando un rapporto di cinque pagine che descriveva le attività finanziate attraverso il programma “Energia e Ambiente: soluzioni di mercato”.

Queste attività includevano conferenze per ridimensionare la paura del riscaldamento globale, sessioni informative internazionali di noti negazionisti e la distribuzione globale di un libro destinato a scoraggiare l’impegno ambientalista tra gli studenti. “Senza il supporto finanziario di Exxon – si legge nella lettera – pochi di questi risultati sarebbero stati possibili.”

In risposta alla pubblicazione dei documenti, l’attuale direttore esecutivo Brad Lips ha difeso la relazione con ExxonMobil sostenendo che “quelle donazioni di fine anni ’90 e inizio 2000 riflettevano la convinzione del nostro management che una regolamentazione ambientale eccessiva, basata sul cambiamento climatico, potesse danneggiare la crescita economica, soprattutto nel Sud Globale”.

Ha aggiunto che nell’ultimo decennio l’organizzazione “ha modificato le proprie priorità”, anche se, nel 2024, durante il Foro Europeo della Libertà all’hotel Intercontinental di Madrid, organizzato proprio da Atlas Network, il motto “porre fine al fanatismo climatico” è risuonato in più di un intervento.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.