La nuova National Security Strategy, che piace a Putin e Meloni, mescola dottrina Monroe, nazionalismo cristiano e teorie cospirazioniste per attaccare i diritti universali e i competitor
L’aggressione verbale di Elon Musk poi il documento con cui Donald Trump scarica l’Europa e avverte: se non cambia, rischia la “reale prospettiva di cancellazione della sua civiltà”. Una situazione per molti versi inedita non tanto per l’ingerenza Usa sugli stati europei (dal Piano Marshall a Gladio passando per le servitù militari, la nostra storia è scandita dalle impronte pensanti dello Zio Sam sui rapporti di forza tra le classi) quanto per la caduta di qualunque finzione retorica nel linguaggio usato e dall’assoluta spregiudicatezza degli obiettivi.
Svelando al mondo la nuova National Security Strategy – un documento di 33 pagine all’insegna dell’America First – il tycoon delinea le sue priorità e usa parole dure per il Vecchio Continente criticandolo su tutti i fronti: dalle politiche migratorie alla “censura della libertà di parola”, passando per le sue “aspettative irrealistiche” sulla guerra in Ucraina.
Risolvere la guerra fra Mosca e Kiev è un “interesse fondamentale” per gli Stati Uniti, si legge nel documento dove però si osserva come la Nato “non può essere considerata un’alleanza in continua espansione”. Affermazioni che sembrano segnalare la volontà più volte emersa di indebolire il Patto Atlantico, di cui Trump vorrebbe – secondo indiscrezioni di Reuters – che l’Europa assumesse il controllo nel 2027. Ma che suonano anche come un favore al Cremlino. Nell’iniziale piano di pace di Donald Trump per l’Ucraina si prevedeva che Kiev sancisse nella sua costituzione che non sarebbe entrata a far parte della Nato, e che questa iscrivesse nel suo statuto che l’Ucraina non vi avrebbe aderito in futuro.
Vladimir Putin insiste da mesi sulla necessità che Kiev rinunci a entrare nel Patto Atlantico. Quello dell’alleanza è uno dei nodi irrisolti nelle trattative per la pace in Ucraina. Il Cremlino ha in più occasioni attaccato il Vecchio Continente accusandolo di ostacolare il raggiungimento della pace con “richieste inaccettabili”. La Casa Bianca le chiama “aspettative irrealistiche” nella bacchettata contenuta nella National Security Strategy. Ma i rimproveri all’Europa sono a tutto campo: “Se continua con il trend” in atto – si legge – “fra 20 anni sarà irriconoscibile”, fra “le attività dell’Ue e di altri organismi internazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente, la censura della libertà di parola e la soppressione dell’opposizione politica”. E’ un mix velenoso che mescola la dottrina Monroe al suprematismo, il nazionalismo cristiano apertamente ostile ai diritti universali e al multilateralismo a teorie come quella della Grande Sostituzione. «Correggere la traiettoria politica» europea è definito nel testo, e con toni particolarmente violenti, come un interesse degli Stati Uniti mentre l’America Latina viene elevata al rango di priorità regionale e oggetto principale di una «dottrina Monroe» riattivata.
Con l’Europa destinata ad avere un ruolo marginale, la strategia nazionale di Trump guarda infatti ad altre priorità, quali l’emisfero occidentale, l’immigrazione e la Cina. “Riequilibreremo le relazioni economiche con Pechino dando priorità alla reciprocità e all’equità per ripristinare l’indipendenza economica americana”, afferma il documento. Trump si impegna inoltre a “riaffermare e far rispettare la dottrina Monroe per ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale (ovvero le Americhe) e per proteggere il Paese”. Guardando a quello occidentale e mentre sono in corso raid in varie città americane contro i migranti – ultima in ordine temporale New Orleans -, l’amministrazione Usa ribadisce l’importanza di avere il “pieno controllo dei suoi confini” e di volere un “mondo in cui la migrazione non è solo ordinata, ma in cui i Paesi collaborano per fermare anziché facilitare i flussi di popolazione destabilizzanti”.

Per certi versi la nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti sancisce una rottura nella politica estera americana degli ultimi 80 anni, abbandonando il loro ruolo di garanti dell’ordine internazionale che avevano costruito e sostenuto dal 1945.
Il documento è un vero e proprio manifesto politico anticipato da tempo in dichiarazioni come quella del segretario di Stato Marco Rubio nel gennaio 2025: «L’ordine internazionale del dopoguerra non solo è obsoleto, ma oggi è un’arma che viene usata contro di noi».
Sparisce il tema della «competizione strategica» con la Russia e la Cina, sostituito da una visione che si richiama al realismo e alle sfere di influenza. Questa svolta definisce una nuova visione del mondo, basata su una connivenza, o comunque su una convergenza di fatto con Mosca, di cui ritroviamo gli elementi di linguaggio sulla NATO, così come con Pechino, che non è più un avversario ma «solo» un concorrente con cui è possibile definire un rapporto reciprocamente vantaggioso, tranne che in America Latina.
La strategia ridefinisce in modo più ristretto gli interessi americani, come dimostra il rapporto annuale dei servizi di intelligence sulle «minacce globali» pubblicato nel marzo 2025, che ha invertito la gerarchia delle priorità. Il rapporto definiva come prima minaccia gli «attori non statali transnazionali criminali e terroristi», mentre i «principali attori statali» (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord) sono stati relegati in seconda posizione.
Osserva Maya Kandel sul media francese Mediapart: «Quella che viene chiamata la dottrina Monroe, formulata nel 1823 dal presidente James Monroe, designa in origine un duplice principio di non ingerenza: il rifiuto degli interventi europei su tutto il continente americano e la non ingerenza degli Stati Uniti negli affari europei. Il “corollario Trump” a questa dottrina, difeso nella NSS, è in realtà duplice. In primo luogo, si tratta per l’amministrazione di inasprirlo riaffermando l’obiettivo di dominio commerciale, economico e strategico degli Stati Uniti su tutte le Americhe (…) In secondo luogo, non si tratta più di inasprire, ma di invertire uno dei principi del 1823, consentendosi un’ingerenza negli affari europei, poiché il corollario di Trump definisce come interesse degli Stati Uniti il fatto di “correggere la traiettoria politica» europea”. Egli fa dell’allineamento ai valori trumpisti un fattore strategico, e persino una condizione per la sopravvivenza della Nato».
E’ evidente la firma della nuova destra americana ad esempio quando le «migrazioni di massa» sono descritte come una minaccia grave. La «salute spirituale» (intesa come religiosa) degli Stati Uniti e «l’espansione delle famiglie tradizionali» sono presentate come interessi vitali.
Questi elementi linguistici fanno eco al nazionalismo cristiano, incarnato alla Casa Bianca dal vicepresidente J. D. Vance. Si tratta di una ridefinizione profondamente politica della leadership americana e persino del suo soft power (o potere di influenza), che d’ora in poi dovrà essere esercitato non a favore della democrazia, ma nella promozione dei partiti di estrema destra che condividono le battaglie trumpiste, ovvero la lotta contro l’immigrazione e la presunta “censura” che regnerebbe in Europa. Già dall’inizio dell’anno è in corso una campagna coordinata da Washington contro alcune normative e principi europei e a sostegno dei partiti di estrema destra, in particolare in Germania e nel Regno Unito. Espressioni come «soffocamento normativo» e «declino della civiltà», presenti nella NSS, si inseriscono perfettamente in questa linea. La strategia riafferma esplicitamente «l’incoraggiamento dell’America» ai suoi «alleati politici» e il suo entusiasmo per «la crescente influenza dei partiti patriottici europei».

Altro segno distintivo della nuova destra americana e del rifiuto dell’ordine internazionale esistente, la NSS definisce «gli Stati-nazione» come l’unità del sistema internazionale, segno dell’influenza del movimento nazional-conservatore e di Yoram Hazony (considerato una sorta di guru sovranista, autore di perle come “Le virtù del nazionalismo”) sull’ideologia dominante dell’amministrazione Trump II. Le organizzazioni multilaterali o regionali vengono così delegittimate. In questo modo, gli Stati Uniti si ritrovano al fianco di Cina e Russia tra le potenze revisioniste dell’ordine internazionale.
Scrive ancora Kandel che
«L’insistenza sulla dottrina Monroe (in sostanza “l’America agli americani» e la loro «neutralità» nei confronti delle potenze europee, ndr), citata quattro volte nel documento, non è casuale. Essa viene periodicamente invocata negli Stati Uniti ogni volta che il Paese discute del proprio ruolo nel mondo (…) Alla fine del XIX secolo, la dottrina Monroe divenne parte integrante del corpus di riferimento della politica estera americana, al fine di promuovere il dominio economico e poi militare dell’America Latina, sotto le presidenze di William McKinley e poi di Theodore Roosevelt. Il “corollario” teorizzato da quest’ultimo, durante il suo discorso sullo stato dell’Unione del 6 dicembre 1904, stabilisce l’idea di un “ruolo di polizia” riservato d’ora in poi agli Stati Uniti nei Caraibi e in America Latina, considerati come base economica e commerciale dell’espansione del capitalismo americano.
È infatti all’inizio del XX secolo che gli Stati Uniti hanno iniziato ad affermare la loro potenza militare, così come un imperialismo senza complessi, con la colonizzazione delle Filippine a seguito della guerra contro la Spagna (1898), poi lo sviluppo di un imperialismo “privato” in America centrale e nei Caraibi. Da allora, le ingerenze nella regione non sono cessate.
Ciò che era cambiato rispetto a quell’epoca lontana, invece, era stata la creazione, dopo il 1945, di una solida alleanza politica e militare tra gli Stati Uniti e le democrazie liberali europee, con i primi nel ruolo di potenza egemonica benevola. Ma è proprio questo che la revisione della dottrina Monroe nell’era Trump sta mettendo fine».
La risposta dei leader europei è quantomeno tiepida ed è evidente la loro sorpresa mentre la Russia reagisce con gioia a una strategia che riprende la narrativa della “grande sostituzione” (per altro inventata più di cento anni fa dai servizi segreti zaristi in funzione antisemita e ripescata dai sovranisti negli ultimi vent’anni) e attacca la presunta benevolenza dell’UE nei confronti dei migranti. Parole che sembrano assolutamente strumentali se rivolte al contegno di un continente che, già prima della seconda elezione di Trump, aveva sviluppato misure draconiane di persecuzione dei richiedenti asilo e rifugio attraverso il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo.
Infatti, i 27 hanno appena raggiunto un accordo che ammorbidisce le condizioni per considerare sicuri i paesi terzi e alleggerisce anche le condizioni di rimpatrio dei migranti in tali paesi.
«La retorica del documento è una copia delle teorie della grande sostituzione che stanno caratterizzando il secondo mandato di Trump e che si basano sull’esistenza di una cospirazione mondiale affinché le popolazioni autoctone (in questo caso europee) siano relegate da persone di origini diverse in un determinato periodo di tempo e diventino “irriconoscibili in 20 anni o meno”.
Ciò pone un presunto problema di sicurezza per gli Stati Uniti, dato che è “più che plausibile che entro pochi decenni alcuni membri della NATO diventeranno paesi a maggioranza non europea”», commenta Pablo Elorduy su El Salto evidenziando la scommessa sui partiti “patriottici” di Trump quando la Strategia si esprime sulla necessità di “coltivare, all’interno delle nazioni europee, la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa”. L’obiettivo del documento è che questi patrioti rafforzino le strutture interne di ciascuno Stato membro in contrapposizione al sostegno del progetto comune.
La Strategia è diventata argomento di conversazione proprio mentre Elon Musk, ex alleato di Trump e figura chiave dell’estrema destra mondiale, protestava contro la multa inflitta alla sua piattaforma: “L’UE dovrebbe essere abolita e la sovranità restituita ai singoli paesi, affinché i governi possano rappresentare meglio i loro popoli”.
Il documento segue un’altra delle ossessioni di Trump e della lobby fossile che lo ha sostenuto fin dall’inizio della sua carriera. La Strategia critica i paesi dell’UE per la loro ossessione per il “cambiamento climatico” e il “Net Zero” (la politica delle emissioni nette zero) che, sempre secondo la strategia, hanno ridotto la competitività del continente attraverso le loro normative percepite come “soffocanti”.
Le reazioni al documento della Casa Bianca sono arrivate con il contagocce e hanno messo in luce le diverse sensibilità dentro una fragilità istituzionale dell’edificio europeo. Giorgia Meloni non vede “nessuna incrinatura” nei rapporti fra Stati Uniti ed Europa, e ribadisce che se il Vecchio Continente “vuole essere grande deve essere capace di difendersi da solo”. Se in altre cancellerie la nuova strategia di politica estera americana e gli ultimi affondi di Donald Trump hanno creato preoccupazione, la premier dà una lettura decisamente più soft nella sua recente intervista al Tg di Enrico Mentana. Il documento strategico pubblicato dalla Casa Bianca, “al di là dei toni assertivi”, contiene dei giudizi sulla politica europea che in parte Meloni spiega di condividere. E indica “qualcosa che nel dibattito fra Usa e Europa va avanti da molto tempo”, parlando di quello che definisce “ un percorso storico inevitabile”. Ossia che gli europei devono rimboccarsi le maniche in materia di difesa. “Chiaramente la difesa ha un costo economico e produce una libertà politica” rivendica l’inquilina di Palazzo Chigi.
Lunedì 8, invece, il presidente del Consiglio europeo, Antònio Costa ha dichiarato che “gli alleati non minacciano di interferire nella vita politica interna dei loro alleati, la rispettano”, in riferimento alla road map statunitense.


