Da McDonald’s a mensa popolare, una storia di Marsiglia

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Dalla periferia, la storia di L’Après M dimostra che la città può essere costruita anche dai suoi quartieri

In un ex franchising nel nord di Marsiglia, una cooperativa-ristorante ha riscritto le regole del mercato: trasforma i ricavi in bene comune e reinveste le eccedenze in servizi sociali.

Daniel Caparrós su El Salto

Man mano che il traffico si infittisce e i capannoni industriali si allineano su entrambi i lati della strada, diventa evidente che ci stiamo avvicinando a Marsiglia. L’autostrada scende dalle colline e il mare, brillante e insistente, si intravede sullo sfondo, appena visibile tra graffiti, cemento e il viavai dell’asfalto.

Marsiglia è un porto benedetto dalla geografia. Il Vieux-Port si apre, protettivo, sul Mediterraneo sotto lo sguardo attento della Bonne Mère. L’estuario è disseminato di barche a vela che entrano ed escono con cadenza costante, interrotta solo dal viavai routinario dei batobus, i traghetti urbani, diretti alle Calanques o alle Îles du Frioul. È la cartolina che ogni visitatore si aspetta.

Ma l’azzurro intenso qui, improvvisamente, sembra lontano. Prendere l’uscita 35, Saint-Barthélemy, significa addentrarsi in una scacchiera rotta: un labirinto di autostrade sopraelevate e complessi di edilizia popolare dove dominano le texture del cemento grigio e dell’ocra sbiadito. Nei quartieri a nord, torri identiche si susseguono all’infinito; vivono, per scelta o per abbandono, dando le spalle al Mediterraneo. Sono paesaggi di pura ingegneria civile, asfalto, cemento e metallo disconnessi, in termini materiali ed emotivi, dal cuore storico della città.

In questa monocromia di torri, rotatorie e recinzioni di filo spinato, l’occhio cerca un punto d’incontro. Una macelleria, un negozio di alimentari, qualche take away, una fermata dell’autobus affollata. Ci sono pochi posti dove sedersi e condividere un po’ di tempo. E poi, dopo la noia di una rotatoria desolata, accanto a un cartello comunale che insiste, con ottimismo amministrativo, che “Marsiglia si trasformi”, appare un’insegna diversa. Un invito semplice: “Comme vous êtes, vous venez!”.

Comme vous êtes, vous venez!

Dipinto con lo spray, con il punto esclamativo trasformato in un pugno alzato, lo slogan “Venite così come siete” riassume la filosofia di L’Après M. Nata dalle ceneri di un vecchio McDonald’s, la cooperativa-ristorante è diventata, in appena quattro anni, un motore che sfama settecento famiglie alla settimana, inserisce i residenti nel mercato del lavoro e funziona come un’autentica piazza civica nella zona nord di Marsiglia. La sua scommessa è tanto semplice quanto radicale: utilizzare gli strumenti del mercato per finanziare il bene comune e dimostrare che anche la periferia può progettare la propria città.

Del passato aziendale sopravvive solo la grande M, trasformata dagli artisti e riciclata in icona pop, blindata con ironia contro qualsiasi rivendicazione di copyright, e qualche eco strutturale dell’antico fast food. Tutto ciò che era essenziale è stato riscritto: il team, lo scopo e, soprattutto, il destinatario. Oggi, il cliente finale è il quartiere.

Lo schema è semplice nella sua formulazione: un ristorante ad accesso universale, menu a prezzi agevolati, lavoro con percorsi di inserimento e, soprattutto, uno spazio civico dove incontrarsi senza chiedere il permesso. A questo nucleo si aggiunge un dispositivo di sostegno che, settimana dopo settimana, distribuisce circa settecento pacchi alimentari alle famiglie più vulnerabili. Il meccanismo è sostenuto da una rete di circa quaranta volontari, dalla confluenza di donazioni private, alleanze locali e una dose considerevole di organizzazione.

La distribuzione: un lunedì marsigliese

Arriviamo un lunedì, giorno di distribuzione, a metà mattina. Il servizio è in funzione da ore; la mensa non aprirà fino a quando non sarà distribuito l’ultimo pacco. La fila, ordinata, circonda l’edificio: carrelli della spesa, borse di tela, qualche passeggino. Durante l’attesa, le conversazioni scorrono. In un capanno che funge da punto di distribuzione, un volontario scarica casse di frutta e controlla le etichette; a pochi passi, un altro controlla l’ordine di consegna con un taccuino consumato. Una donna mette con cura un pacco di pasta in fondo al carrello per non schiacciare la verdura. Niente viene accelerato, niente viene rallentato.

Tra un viavai appare Kamel Guemari. Abbraccia una vicina, dà una pacca sulla spalla a un ragazzo, ascolta due frasi e risolve con una telefonata. Sorride molto, si ferma poco. Interromperlo ora sarebbe un intralcio.

Quando viene consegnato l’ultimo lotto e la fila si dissolve nel vortice della rotatoria, si aprono le porte del ristorante e appare l’altra metà del progetto: tavoli alti, banco per le ordinazioni, uno schermo che annuncia i turni. Tutto ricorda una catena di fast food, solo che qui la star del menu è un’altra: l’hamburger OVNI, ideato dallo chef tre stelle Gérald Passedat. In cucina, il brusio della piastra calda; le chiacchiere leggere del team. Fuori, la rotonda continua a girare sotto il sole di Marsiglia; dentro, il servizio sta per iniziare.

Usciamo all’aperto, al sole, per goderci la fresca brezza mattutina. Ex leader sindacale, oggi manager e portavoce del progetto, Kamel è una figura rispettata dai vicini e dal tessuto associativo marsigliese. Rifugge dai riflettori, ma la sua eloquenza e il suo carisma tranquillo lo hanno reso un punto di riferimento. Con un sorriso, ci dà il benvenuto.

Dalla lotta sindacale al motore sociale

Il McDonald’s di Saint-Barthélemy ha aperto nel 1992, tra blocchi di cemento e traffico intenso. “Sono arrivati con promesse di lavoro”, ricorda Kamel. Promettevano modernità, lavoro, progresso. Quello che hanno trovato è stato un quartiere senza piazza e, senza volerlo, il locale è diventato il loro punto di incontro: un rifugio casuale dove i vicini si incontravano, i giovani cercavano il wifi e i lavoratori ammazzavano il tempo prima del turno. A suo modo, quel franchising sulla rotatoria è finito per diventare la piazza del paese.

Ma le promesse erano solo promesse. Ben presto si scontrarono due mondi: i dipendenti, con contratti precari e salari minimi, e una multinazionale impersonale come il suo logo. “La lotta è iniziata per pochi centesimi e turni di lavoro”, racconta Kamel, “e si è conclusa con conquiste che si sono estese ad altre città della Francia e persino al di fuori del Paese”. Per anni, il locale è stato un laboratorio sindacale dove si negoziavano dignità su piccola scala.

Nel 2018, il proprietario ha annunciato la chiusura per perdite. Quello che è seguito è stata una rivolta in miniatura: striscioni improvvisati, assemblee davanti al bancone, telecamere alla porta. Ironia della sorte, in un Paese abituato a protestare contro McDonald’s, questa volta si protestava per mantenerlo aperto. Al culmine della protesta, Kamel, che aveva iniziato lì come responsabile di turno, ha minacciato di darsi fuoco all’interno del locale. “Se chiudono, mi brucio qui”. La scena ha fatto il giro dei telegiornali nazionali, ma non ha evitato l’inevitabile. La saracinesca è stata abbassata, settantasette stipendi sono rimasti in sospeso e il quartiere ha perso la sua unica piazza.

Due mesi dopo è arrivato il confinamento. Strade vuote, supermercati affollati, frigoriferi semivuoti. Il locale ha riaperto per necessità. Dove prima c’erano i menu, sono apparsi pallet, liste e volontari. Ex dipendenti, vicini, sindacati e collettivi hanno trasformato lo spazio in un magazzino solidale. In pochi giorni, il vecchio ristorante è diventato una delle più grandi piattaforme di distribuzione di cibo di Marsiglia.

Quando il conflitto diventa un progetto

Passata l’emergenza, la fame era ancora lì. Nell’aprile 2021, da quell’impulso è nata l’associazione La Part du Peuple e ha preso forma la SCIC L’Après M, Société Coopérative d’Intérêt Collectif, cioè una società cooperativa di interesse collettivo. Il meccanismo era semplice e prpfondamente politico: un ristorante economico che finanzia che finanzia l’assistenza sociale; un’assistenza sociale che rafforza la comunità; percorsi di inserimento che trasformano il luogo in un ascensore sociale.

“Il progetto non fa distinzioni di origine: tutti sono i benvenuti”, ripete Kamel, con la serenità di chi ha pronunciato quella frase molte volte. Poi abbassa la voce e allarga il campo: “Non c’è lotta tra colori, c’è lotta tra classi. Questo va contro il capitalismo vorace e l’individualismo, contro l’idea che ognuno si salvi da solo”.

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