Boicottare i Mondiali di Trump, perché no?

0
279

I prossimi mondiali di calcio potrebbero essere uno dei terreni su cui si gioca la contesa tra Washington, il Messico e l’Europa

L’idea di un boicottaggio dei Mondiali di calcio negli Stati Uniti, in Canada e in Messico non nasce ai margini, ma nel cuore stesso dell’immaginario globale che il calcio continua a occupare. Proprio perché il Mondiale resta l’evento sportivo più seguito e simbolicamente carico del pianeta, esso diventa oggi uno dei possibili terreni su cui traslare una contesa politica più ampia, che oppone l’amministrazione Trump a una parte significativa dell’Europa. Il football come linguaggio universale e come leva diplomatica.
A formulare in modo più netto questa possibilità è stato Alexander Abnos sulle pagine del Guardian, con un editoriale dal titolo eloquente: escludere gli Stati Uniti dalla co-organizzazione dei Mondiali sarebbe “estremamente triste, ma del tutto giustificato”. Abnos è un giornalista cresciuto dentro la scommessa del calcio statunitense, convinto che il Mondiale del 2026 avrebbe rappresentato la consacrazione definitiva del soccer come parte integrante della cultura americana. Proprio per questo, il suo giudizio pesa di più: la violenza federale nelle strade, l’uso politico e repressivo dell’apparato di sicurezza, le morti sotto custodia dell’ICE, le retate mirate nelle grandi città democratiche che coincidono in larga parte con le città ospitanti del torneo rendono, secondo Abnos, impossibile continuare a far finta di nulla. Un Paese che non garantisce sicurezza, giustizia e libertà ai propri abitanti difficilmente può garantirle a milioni di tifosi provenienti da tutto il mondo.
Il punto, però, non è solo interno agli Stati Uniti. Come ricostruisce Xabier Rodríguez su El Salto, è lo stesso Trump ad alimentare attivamente il rischio di boicottaggio, rompendo quella regola non scritta per cui i Paesi ospitanti fingono neutralità e discrezione mentre la FIFA fa scorrere il rituale dell’“evento puramente sportivo”. Dazi, minacce geopolitiche, l’escalation sulla Groenlandia, le tensioni con Messico e Canada, il ruolo sempre più invasivo dell’ICE persino negli stadi durante il Mondiale per club: tutto contribuisce a spostare il baricentro della discussione dall’etica astratta alla concretezza degli interessi nazionali. Non a caso, le voci più forti a favore di un boicottaggio arrivano dall’Europa, con dirigenti sportivi, parlamentari e commentatori che iniziano a evocare il ritiro come extrema ratio per “far ragionare” Washington.
Eppure, ogni discorso sul boicottaggio dei Mondiali porta con sé un peso storico difficile da ignorare. Nel 1978, mentre l’Argentina della giunta militare faceva sparire oppositori a poche centinaia di metri dagli stadi, la FIFA di Havelange liquidava le critiche e lasciava che il torneo legittimasse il regime. In Qatar, tra denunce sulle condizioni dei lavoratori migranti e repressione dei diritti civili, Gianni Infantino ha resistito a ogni pressione fino a trasformare l’indignazione in rumore di fondo, destinato a svanire non appena il pallone ha iniziato a rotolare. Il precedente insegna che tifosi, sponsor e istituzioni calcistiche sono quasi sempre disposti a soprassedere su qualsiasi questione etica pur di non rinunciare allo spettacolo.
È su questa inerzia che la FIFA continua a fare affidamento anche oggi. Infantino, come riportato dall’Ansa, ha respinto senza esitazioni le ipotesi di boicottaggio, difendendo persino la scelta di assegnare a Trump il premio della federazione mondiale calcistica per la pace e rilanciando l’idea che il calcio debba “riunire” in un mondo diviso. Un discorso che suona familiare, e sempre più vuoto, mentre la federazione internazionale accetta senza battere ciglio restrizioni sui visti, esclusioni arbitrarie di delegazioni straniere e un clima politico che rischia di trasformare l’accoglienza in selezione.
Il nodo, allora, non è stabilire se un boicottaggio sia moralmente giusto: lo sarebbe, come lo sarebbero stati quelli mai avvenuti contro l’Argentina del ’78 o il Qatar. Il nodo è capire se sia politicamente praticabile. Rinunciare ai Mondiali significa rinunciare a introiti colossali, affrontare un caos logistico senza precedenti e mettere in discussione l’idea stessa che il calcio possa restare “più grande” dei governi che lo ospitano. Proprio per questo, l’ipotesi resta fragile. Ma il solo fatto che venga discussa apertamente, che emerga come strumento di pressione nella dialettica tra Stati Uniti ed Europa, dice qualcosa di nuovo: il calcio è uno dei luoghi in cui si misurano i rapporti di forza del presente.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.