Per oltre due terzi il suolo europeo è contaminato da pesticidi ma l’Ue e le grandi aziende non vogliono rinunciare ai pesticidi
Per oltre due terzi il suolo europeo è contaminato da pesticidi. Conclude così uno studio pubblicato su Nature, basato su oltre 370 campioni raccolti in 26 Paesi europei, coordinato dal Joint Research Center della Commissione europea insieme a università e centri di ricerca continentali. Il dato è netto: il 70% dei terreni – agricoli, forestali e naturali – contiene residui di agrotossici. E non si tratta solo di tracce inerti, ma di sostanze che alterano i cicli fondamentali della vita, a partire da quelli dell’azoto e del fosforo.
Il punto politico, però, non è solo la contaminazione. È ciò che questa contaminazione rivela: un modello agricolo industriale che distrugge le condizioni stesse della propria riproducibilità, e che per sopravvivere ha bisogno di più chimica, più fertilizzanti, più deroghe. Un modello che consuma il suolo come una risorsa infinita, salvo poi dichiararlo “improduttivo” e chiedere ulteriori eccezioni alle regole ambientali.
I ricercatori sono espliciti: i pesticidi colpiscono in modo particolare gli organismi benefici del suolo, come i funghi micorrizici, essenziali per l’assorbimento dei nutrienti da parte delle piante, e i nematodi, fondamentali per il riciclo dell’azoto e del fosforo. La conseguenza è una spirale: suoli degradati richiedono più input chimici per mantenere le rese, aggravando ulteriormente la contaminazione. È la logica dell’estrazione applicata all’agricoltura.
Eppure, mentre la scienza certifica il danno, le istituzioni europee scelgono la retromarcia.
La “semplificazione” come progetto politico
Negli stessi mesi in cui emergono dati così allarmanti, l’Unione Europea è impegnata in una revisione al ribasso delle proprie politiche ambientali. Sotto la bandiera della “semplificazione normativa”, vengono rinviate, indebolite o svuotate alcune delle principali leggi di tutela di ambiente e salute: dalla Direttiva Quadro sulle Acque al regolamento contro la deforestazione, dalle norme sui pesticidi agli obiettivi climatici.
È su questo terreno che si inserisce la mobilitazione lanciata dal Wwf e dalla coalizione europea Hands Off Nature: una risposta preventiva a una deregolamentazione che non è astratta, ma ha conseguenze materiali molto precise. Più pesticidi nei campi significa più esposizione a sostanze tossiche, cibo meno sano, territori più fragili di fronte agli eventi estremi. In altre parole: i costi della “competitività” agricola vengono scaricati sulla collettività.
La narrazione dominante parla di agricoltori soffocati dai vincoli ambientali. Ma ciò che resta sistematicamente fuori campo è il vero rapporto di forza: non tra agricoltura e ambiente, bensì tra agricoltori e industria agrochimica. Le lobby che spingono per la deregolamentazione non rappresentano la piccola agricoltura, ma un sistema produttivo basato su monoculture, debito e dipendenza chimica.
“Nessuno accetterà di ammalarsi per salvare una filiera”
In Francia, oltre 2 milioni di cittadini si sono opposti alla “Legge Duplomb”, dal nome di un senatore dell’Alta Loira, Laurent Duplomb, del gruppo di destra Les Républicains, una legge che reintroduce un pesticida pericoloso, vietato dal 2018. In Belgio, lo stesso pesticida e molti altri non sono vietati. Anzi, sono ampiamente utilizzati: il Belgio è tra i primi 5 paesi che utilizzano più pesticidi in Europa. Secondo oltre 2.000 medici ed esperti belgi, stiamo assistendo a un “avvelenamento di massa della popolazione”. Tumori, malattie croniche, disturbi ormonali, disturbi dello sviluppo nei bambini… I pesticidi possono comportare gravi rischi per la nostra salute. Il ministro dell’Agricoltura MR, che nega di essere al soldo dell’industria agroalimentare, definisce tuttavia i pesticidi “strumenti interessanti”… Lo stesso fa il nostro Lollobrigida di fronte alle pressioni evidenti dei grandi player.
Eppure le prime persone esposte a queste sostanze sono proprio gli agricoltori che le utilizzano quotidianamente, insieme alle loro famiglie e ai loro conoscenti. In Francia, tre quarti degli agricoltori sono preoccupati per gli effetti dei pesticidi sulla loro salute. Molti agricoltori vorrebbero farne a meno. Ma per smettere di usarli senza andare in bancarotta, è necessario un sostegno concreto da parte delle autorità pubbliche.
Fleur Breteau, fondatrice del collettivo Cancer colère, si oppone alla loi Duplomb per reintrodurre pesticidi tossici già vietati, come l’acétamipride. Una proposta presentata, ancora una volta, come necessaria per “salvare alcune filiere agricole”.
La risposta di Breteau è semplice: nessuno accetterà di ammalarsi per salvare una filiera. Né per la barbabietola, né per la nocciola, né per la ciliegia. La salute pubblica non è una variabile negoziabile, e il principio di precauzione non è un lusso ideologico, ma una conquista democratica.
Qui il discorso sui pesticidi smette definitivamente di essere tecnico. Diventa una questione di rappresentanza: per chi legifera il Parlamento? Per l’interesse generale o per quello di pochi gruppi industriali? Quando il Consiglio costituzionale, le autorità sanitarie, milioni di cittadini e la comunità scientifica vengono ignorati, il problema non è solo ambientale o sanitario: è una crisi della democrazia.
Breteau mette in luce anche un altro nodo rimosso: la falsa sovranità alimentare. L’agricoltura industriale che chiede più pesticidi non garantisce autonomia, ma alimenta mercati globali, esportazioni speculative e dipendenze strutturali. La vera sovranità, sostiene, passa dai contadini indipendenti, dalla riduzione degli input chimici, dalla bonifica dei suoli e dalla redistribuzione delle risorse pubbliche.
Dalla scienza alla politica, senza scorciatoie
I tre livelli – scientifico, istituzionale, sociale – convergono su un punto essenziale: non siamo di fronte a una mancanza di alternative, ma a una scelta di campo. Le alternative esistono, funzionano, ma mettono in discussione gli interessi consolidati dell’agroindustria e delle sue filiere finanziarie.
La deregolamentazione ambientale non è un errore di percorso né una concessione temporanea. È un progetto coerente che accetta l’avvelenamento dei suoli, l’aumento delle malattie e la precarizzazione degli agricoltori come costi accettabili. Di fronte a questo progetto, la mobilitazione che nasce dal basso – dai malati, dai lavoratori agricoli, dai territori contaminati – non è un eccesso emotivo, ma una risposta razionale.
Intanto, mentre l’Unione Europea vieta l’uso di pesticidi pericolosi sul proprio territorio in base a evidenze scientifiche consolidate, continua a consentirne la produzione e l’esportazione verso altri Paesi, grazie a una lacuna normativa deliberata. Secondo un’inchiesta di Greenpeace, Unearthed e Public Eye, nel solo 2024 l’UE ha autorizzato l’export di circa 122.000 tonnellate di pesticidi vietati, un volume in forte crescita rispetto al 2018, inclusi neonicotinoidi letali per le api e sostanze legate a danni neurologici, infertilità e interferenze endocrine.
L’Italia è parte attiva di questo commercio tossico: con quasi 7.000 tonnellate esportate, è il sesto Paese europeo per volume, coinvolgendo grandi aziende agrochimiche e sostanze vietate da decenni, come il trifluralin, altamente persistente e sospetto cancerogeno. La maggior parte di questi pesticidi finisce in Paesi a basso e medio reddito, in particolare in America Latina e Africa, configurando un chiaro doppio standard ambientale: ciò che è giudicato inaccettabile per la salute e gli ecosistemi europei viene considerato esportabile altrove.
Questo paradosso si inserisce pienamente nella traiettoria descritta in precedenza: da un lato, la contaminazione strutturale dei suoli europei e l’indebolimento delle normative ambientali; dall’altro, una politica commerciale che tutela i profitti dell’industria chimica scaricando i costi sanitari ed ecologici su territori già vulnerabili. Nonostante le promesse della Commissione Europea di colmare il vuoto legislativo, nessuna riforma è stata avviata, confermando che la deregolamentazione non è un incidente ma una scelta politica.
In questo quadro, la “transizione verde” europea appare sempre più come una operazione a geometria variabile: pulita dentro i confini, sporca fuori. Un modello che non elimina il veleno, ma lo delocalizza, riproducendo su scala globale le stesse diseguaglianze e le stesse logiche di sacrificio già visibili nei campi, nei suoli e nei corpi.
Il conflitto non è più rinviabile. E riguarda tutti.


