“Non vi sembra strano?” L’irresistibile fascino delle teorie del complotto

0
767

La sconfitta dell’Argentina ai Mondiali ha dato origine a teorie del complotto che nascono per individuare schemi che diano un senso a un mondo incerto

Pablo Elorduy per El Salto

105° minuto. L’attaccante spagnolo non posiziona bene il corpo e la palla finisce pochi centimetri sopra la traversa. Dopo un paio di occasioni minori, la finale dei Mondiali arriva ai rigori. L’Argentina vince la sua quarta Coppa del Mondo. La Spagna è triste. Nelle ore successive si parla di «rapina» e «furto» sportivo. Si ricorda un gol che non è stato convalidato per un leggero fallo di piede, si denunciano le decisioni a favore dell’avversario, si tirano fuori immagini di mondiali passati: il gol non concesso in Corea del Sud, la gomitata sul naso di un centrocampista.

Lo sconforto, trasformato in rabbia, ha bisogno di una dose più forte di emozione; nei giorni successivi, l’Instagram degli appassionati di calcio spagnoli — e di molti che non sono né spagnoli né appassionati di calcio — si riempie di versioni elaboratissime della stessa idea di furto. Gli influencer, gli youtuber, chi monetizza le fake news guadagnano «like» aggiungendo commenti del tipo: «non ti sembra strano?» e «non sapremo mai la verità» a un tripudio di congetture tra cui compaiono Israele, il silenzio di Javier Milei di fronte alla nuova ondata di estrazione petrolifera nelle Falkland come pagamento per i Mondiali, l’accordo faustiano tra il presidente della Fifa e il miglior giocatore dell’Argentina; l’accordo faustiano tra Donald Trump e proprio Milei; il castigo Maga alla Spagna woke; l’arte maldestra del mercato internazionale dei pronostici. E’ il golden gol della teoria della cospirazione: alla Spagna avrebbero rubato il Mondiale.

Non è successo nulla di tutto ciò, lo sapete bene. Il 19 luglio, l’attaccante spagnolo si è posizionato bene. La palla è entrata. L’Argentina ha perso. Il calcio, un gioco fondato su un numero limitato di riflessi e reazioni condizionate in un determinato lasso di tempo, ha un contesto che non è mai estraneo alla politica, il che permette interpretazioni che spaziano dal materialismo alla filosofia, la rivendicazione di un’infanzia perduta e, naturalmente, l’eco di connessioni inaspettate e l’individuazione di schemi proprio là dove tutto sembra caos.

A questo punto avrete già sentito le congetture su cui si basa il contenuto di decine di influencer e giornalisti argentini. L’FBI stava per arrestare il presidente dell’Associazione Calcistica Argentina (AFA) e i giocatori ne erano a conoscenza. I giocatori hanno lasciato che la squadra perdesse perché, a seguito della loro coraggiosa rivendicazione delle Malvinas come territorio argentino, la FIFA aveva minacciato di espellere la nazionale dalle competizioni internazionali per i successivi dieci anni. La scelta era tra perdere o rinunciare a partecipare ai prossimi due mondiali. Il presidente della FIFA aveva bisogno che vincesse una nazionale europea per assicurarsi i voti in vista della sua rielezione. Le scommesse sportive e il fiorente mercato dei pronostici hanno determinato il risultato.

I punti da collegare si uniscono a una serie di indizi: i giocatori sembrano abbattuti in un video, il miglior giocatore del mondo non accelera in una corsa che sembrava potesse vincere, due giocatori si infortunano, un attaccante di prestigio non gioca un minuto della finale; era tutto scrito in un reportage dell’Economist, in un comunicato dell’Adidas. Eccetera… “Non vi pare strano?”.

Perché la cosa funzioni sono necessari coloro che diffondono e monetizzano tali contenuti. I giornalisti argentini Eduardo Feinmann e Pablo Carrozza, nonché l’ex presidente del club argentino Independiente di Avellaneda, Andrés Ducatenzeiler, detto “Duka”, sono stati i principali promotori dell’idea di una grande cospirazione contro l’Argentina. Uno dei post di Ducatenzeiler, condiviso da un account di informazione di sinistra, ha raggiunto 394.000 “mi piace” su Instagram; il video di Carrozza intitolato “La finale che nessuno osa spiegare” supera le 890.000 visualizzazioni su YouTube. Feinmann, già coinvolto in passato in altri episodi di fake news relativi alla tragedia della discoteca República Cromañón (2004), ha inizialmente lanciato l’idea che «qualcosa fosse successo» nelle ore precedenti la partita, per poi smentire la teoria del complotto e dedicare diverse puntate dei suoi programmi all’esistenza di un complotto internazionale anti-argentino.

Oltre 80.000 persone hanno firmato una petizione su Change.org per ripetere la finale dei Mondiali — 20 milioni hanno firmato per espellere l’Argentina dallo stesso campionato — e il 17% delle conversazioni sui social media nel Paese del Cono Sud ha fatto riferimento ad alcune delle ipotesi della cospirazione. La reazione della maggior parte degli analisti argentini è stata quella di respingere la narrativa della cospirazione attraverso l’umorismo o il giornalismo critico, ma a prescindere dal caso specifico, l’aspetto fondamentale delle teorie della cospirazione è che sono immuni alla verifica e il loro scopo non è la ricerca della verità nascosta, ma piuttosto i vantaggi che tale esca offre.

Il giornalista Mariano Angarolla, la cui risposta a queste teorie è diventata a sua volta virale, risponde alla domanda di El Salto sul fatto che, dopo la frustrazione dei primi giorni, l’ondata complottista si sia attenuata:

«L’entusiasmo si sta placando perché, come sempre accade, una notizia ne copre un’altra; quindi, con il passare delle settimane, non se ne parlerà più e sicuramente molti di coloro che oggi credono a queste teorie complottistiche cambieranno persino idea, ma in linea generale, a milioni di argentini rimarrà impresso nella mente che “è successo qualcosa di strano”, e lo racconteranno ai propri figli tra vent’anni. Soprattutto con il calcio, che qui è una religione, e ad esempio si parla ancora della finale persa dall’Argentina contro la Germania nel 1990 a causa di un arbitraggio molto controverso e del caso di doping di Maradona nel 1994.

In Argentina ci sono precedenti che inducono a credere che la FIFA possa aver fatto qualcosa alla Nazionale argentina, ma per fatti avvenuti più di 25 anni fa. E inoltre, perché il calcio argentino è molto compromesso. Il suo presidente, Claudio Tapia, ha molti procedimenti aperti per riciclaggio di denaro, deve rendere conto alla giustizia degli Stati Uniti e persino la squadra di cui è stato presidente, il Barracas Central, un club di terza divisione che non ha più di 2.000 tifosi, oggi gioca in Prima Divisione, con uno stadio rinnovato dotato di palchi con poltrone in pelle e aria condizionata e arbitraggi chiaramente favorevoli.

Un presidente dell’AFA che è arrivato persino ad annullare le retrocessioni in una stagione della Liga per favorire alcune squadre e guadagnare così voti per la sua rielezione, oppure ha inventato dei campioni a metà stagione (…)

Quindi, l’argentino è stato punito così duramente dalla politica, sia quella del Paese che quella del calcio, che ha anche lui motivo di sospettare di tutto, anche se si tratta di teorie ridicole, come quelle sui Mondiali.

Non credo che l’argomento avrà maggiore risonanza, ma la convinzione, per molti, rimarrà. E credo che non basterebbe nemmeno che Messi uscisse allo scoperto per dire che non è successo nulla. Infatti, diversi calciatori della Nazionale hanno già parlato e smentito tutto questo, ma comunque nessuno crede né a loro né ai giornalisti più rispettati che seguono la Nazionale da anni.

Ma credono invece a un tizio che promuove corsi di imprenditoria sospetti su TikTok, la cui teoria del complotto raccoglie un milione di like.

La cosa più dolorosa e contraddittoria è che Messi lasci la Nazionale e milioni di argentini rimangano con l’impressione che abbia fatto un passo indietro, proprio Messi, che ha dato la vita per la Nazionale ed è stato lui a portarci alla gloria. Ma gli argentini lo hanno punito così tanto, che lo capisco anch’io, ed è per questo che hanno persino votato un presidente di estrema destra che ha fatto campagna solo su TikTok e oggi vuole abrogare la legge sulle terre affinché gli stranieri possano comprare ciò che vogliono. Ma quell’estrema destra è arrivata al potere perché la sinistra ha lasciato centinaia di casi di corruzione.

Siamo così, non ci sono vie di mezzo. Ti amo e ti odio, persino con Messi”.

Il «woke» e altre tribù nascoste

Sebbene Javier Milei non si sia unito esplicitamente a queste teorie, la sua reazione a quel clima rafforza una delle condizioni basilari affinché la cospirazione funzioni. Con il suo messaggio dopo la finale, “ci hanno invidia”, Milei rafforza l’idea di coesione interna e la creazione artificiale di gruppi che ispira le teorie del complotto. L’ex deputata al Congresso dei Deputati Pilar Rahola sviluppava questa idea nel programma di Eduardo Feinmann. “Stiamo parlando di tutto il *wokismo* internazionale, che si è alleato in questa follia, in questa confabulazione (…) questa è una campagna di coloro che odiano ciò che l’Argentina ha di buono”, spiegava Rahola. “Cos’è l’Argentina in questo momento: la difesa della democrazia liberale, la difesa dei valori giudeo-cristiani, la difesa di un modello economico di relazioni nel mondo… e questo lo odiano ‘gli Irene Montero, i Pablo Iglesias, i Bardem’, ecc.”.

Daniel Jolley, professore di psicologia sociale all’Università di Nottingham, è una delle persone che ha condotto più studi sulle teorie del complotto, come dimostra la sua pagina sul portale di divulgazione scientifica *The Conversation*. Per Jolley, questo serrare le fila del gruppo è uno degli effetti immediati dell’adesione a questa ideologia: “Uno dei motivi per cui le teorie del complotto possono essere così attraenti è che aiutano le persone a dare un senso a eventi deludenti o inaspettati. Se la tua squadra perde una partita importante, di solito è più facile credere che ci sia stata un’ingiustizia piuttosto che accettare che abbia vinto la squadra migliore. Le teorie del complotto forniscono una spiegazione chiara e, cosa ancora più importante, qualcuno — o un altro gruppo rivale — da incolpare”.

I fatti, le percezioni, la rabbia e l’ira possono essere catalizzatori per la diffusione di queste ipotesi. È un fatto che la rivendicazione delle Malvine da parte di diversi giocatori della nazionale argentina dopo la semifinale contro l’Inghilterra — che è la potenza occupante di quelle isole — possa comportare sanzioni importanti per la AFA, dato che è quanto stabilito dal regolamento della FIFA. È un fatto che la AFA sia sotto indagine per riciclaggio di denaro da parte dell’FBI. È un fatto che l’adozione della tecnologia di revisione di gara, il cosiddetto VAR, non abbia messo fine alla percezione di ingiustizia per le decisioni determinanti nelle partite di calcio, ma semmai il contrario. È un fatto anche che la FIFA abbia firmato un contratto di sponsorizzazione con la società di pronostici *Adi Predictstreet*, un’azienda sotto indagine in Germania la cui attività è al vaglio dei regolatori di diversi paesi europei.

Nel ventaglio di spiegazioni sociali sulla necessità di coesione del gruppo, è un fatto che ci siano stati attacchi sui social network al popolo argentino diffusi da sinistra a destra. È anche vero che, dopo la finale, ci sono state più di 20 aggressioni ad argentini in Spagna, due delle quali molto gravi. È un fatto che, con un’inversione dell’opinione pubblica e nell’arco di un mese e mezzo, l’Argentina sia passata dall’essere il popolo del *Ni una menos* al “popolo più razzista del mondo”, per usare le parole dell’attore statunitense Samuel L. Jackson. È anche un fatto che i tifosi del Real Madrid abbiano storicamente mostrato il loro astio nei confronti del capitano dell’Argentina perché giocava nel Barcellona. Ed è un fatto che in Spagna ci sia razzismo (come in quasi tutti i paesi del mondo) e uno sguardo coloniale impossibile da schivare quando si parla di America Latina.

Ma molti fatti messi insieme non formano una trama. La teoria del complotto, per essere tale, si consolida quando si prende una serie di fatti e si compie un salto logico verso le conclusioni. Noel Ceballos, giornalista e autore di *El pensamiento conspiranoico* (Arpa, 2021), proponeva in quel saggio una serie di idee sulla cospiranoia — un termine inserito nel dizionario della Real Academia solo nel 2022. Tra queste c’è il fatto che le dinamiche interne del potere (e i segreti di Stato) “generano uno scenario escludente; di conseguenza, la nozione che esistano indizi apparentemente innocui che, se interpretati nel modo corretto, potrebbero darci accesso a una visione d’insieme, diventa via via sempre più attraente”.

Dinamiche interne del potere: Infantino, il CEO del calcio mondiale, la FIFA, Donald Trump, l’FBI, un giro d’affari da oltre dieci miliardi di dollari. Una scatola nera di interessi attorno alla massima istituzione del calcio mondiale che, come il Comitato Olimpico Internazionale, è un covo di corruzione quasi fin dalla sua nascita. Indizi: due infortunati, un discorso motivazionale privo di grinta. Visione attraente: la sconfitta non è dovuta alla vecchia dicotomia tra sfortuna e mancanza di talento, ma a una verità che rimane nascosta, che è possibile enunciare ma che sarà difficilissimo provare. Eppure, sembra essere in ogni *frame* di ogni video, in audio in cui si può intuire una spiegazione, in un’atmosfera torbida. “Non vi sembra strano?”.

I social network forniscono l’ambiente ideale per questo tipo di contenuti perché ricompensano la curiosità e l’interazione, segnala Daniel Jolley: “I post che insinuano che ‘qualcosa non quadra’ spingono le persone a fermarsi, guardare il video e, spesso, condividerlo. Il contenuto è intrattenimento e fa leva sulla nostra naturale curiosità. È importante sottolineare che il creatore non ha sempre bisogno di portare prove né una conclusione chiara. Il semplice instillare sospetti può essere sufficiente per catturare l’attenzione”. Jolley spiega che questo “crea una struttura di incentivi in cui porre domande provocatorie è spesso più redditizio che offrire risposte ben fondate”.

Tra i gruppi che adottano queste idee per motivi sociali o politici, le dinamiche stesse della cospiranoia resistono ai tentativi del giornalismo di smontarle. Man mano che l’incertezza è cresciuta in un pianeta in crisi, la grande narrazione sul giornalismo ha subito un declino in tutto il mondo. Ma non si tratta solo di questa crisi di legittimità — giustificata o meno — dei mezzi di informazione; come hanno esposto i ricercatori guidati da Karen M. Douglas nello studio *The Psychology of Conspiracy Theories*, le teorie del complotto sono “resistenti alla falsificazione, poiché presuppongono che i cospiratori usino la segretezza e la disinformazione per coprire le proprie azioni, il che implica che chi tenta di screditare le teorie del complotto potrebbe, a sua volta, far parte del complotto”.

Un altro articolo, pubblicato nel 2024 dalla professoressa di psicologia sociale Colleen Sinclair, sottolinea un aspetto che può sembrare evidente, ma che è fondamentale per comprendere la diffusione del fenomeno: chi diffonde la teoria cospirativa non deve necessariamente crederci per propagarla. Il fenomeno si verifica quindi per motivi quali la conquista dell’attenzione, il profitto monetizzabile attraverso click e *like* e il reclutamento di persone predisposte alla radicalizzazione attraverso una “cospirazione di iniziazione” apparentemente neutrale dal punto di vista politico, come la credenza nella vita aliena.

Daniel Jolley non ritiene che i social network generino teorie cospirative da soli, ma riconosce loro un necessario effetto amplificatore: “Le piattaforme facilitano la rapida diffusione di affermazioni speculative, connettono comunità affini e mantengono gli utenti legati a contenuti sempre più simili. Di conseguenza, ciò che inizia come una vaga sensazione che ‘qualcosa non quadri’ può, con il tempo, trasformarsi in una convinzione molto più forte che ci sia stato un complotto, specialmente quando fornisce una spiegazione semplice per un evento inaspettato e individua chiaramente un gruppo colpevole”, spiega l’esperto.

Angarolla concorda: “Gli algoritmi sono sempre più veloci, quindi tu vedi un video su TikTok in cui Messi ha la faccia preoccupata e ti dicono che ‘è successo qualcosa’, ed entro 10 secondi ogni video successivo che guardi su TikTok, Instagram o X parla a sua volta della faccia preoccupata di Messi prima della finale. E questa ripetizione, nel giro di pochissimi minuti, ti ficca un’idea in testa; un’idea che oltretutto è comoda per qualsiasi essere umano, perché è più facile attribuire colpe, per qualsiasi motivo, piuttosto che fare autocritica. (…) Di conseguenza qui vincono solo in pochi: quelli che magari sanno benissimo che la finale mondiale non ha avuto nulla di strano, ma creano questo tipo di contenuti sapendo che genereranno interazioni, guadagnando così qualche dollaro”.

La grande ideologia

Il fatto che il presidente degli Stati Uniti abbia fatto proprie alcune di queste teorie o si sia fatto strada grazie ad esse — in casi come il *Pizzagate* o il “furto elettorale” delle elezioni del 2020, che portò all’assalto al Campidoglio del gennaio 2021 — o che lo stesso Milei sventoli quella che è stata definita una “politica estera cospiratoria”, basata sulla dicotomia tra le forze del bene e del male, o del Cristo-Anticristo nella narrazione di personaggi influenti come Peter Thiel, dimostra la forza della cospiranoia come grande ideologia del nostro tempo. In casi come il negazionismo della crisi climatica, sostenuto da politici conservatori, non conta tanto il fatto in sé, quanto ciò che viene interpretato come un attacco al proprio stile di vita (quello dei madrileni, degli andalusi, ecc.).

Alcuni degli ultimi studi pubblicati a livello mondiale, nel quadro del crescente interesse per i meccanismi psicosociali che influenzano l’ascesa della cospiranoia, stanno confutando l’idea che queste teorie si diffondano maggiormente tra le persone con un basso livello di istruzione. Sottolineano, al contrario, che hanno a che fare con personalità narcisistiche. È quanto rileva il già citato studio di Douglas: “La credenza nel complotto è predetta anche dal narcisismo collettivo: una convinzione nella grandezza del proprio gruppo di appartenenza unita all’idea che gli altri non lo apprezzino abbastanza”. In un mondo in cui l’idea di comunità minacciate vince le elezioni e legittima il potere in Russia, India o negli Stati Uniti, o rappresenta un’attrazione elettorale crescente in Germania, Regno Unito e Francia, la teoria del complotto come quella della “grande sostituzione” è l’espressione più aggiornata della cospiranoia in chiave suprematista e xenofoba.

La storiografia ha reso la teoria dei *Protocolli dei Savi di Sion* la prima cospiranoia moderna. Questo falso antisemita fu adottato dall’estrema destra europea all’inizio del XX secolo come tabella di marcia per i *pogrom* contro gli ebrei in tutto il continente, ma affascinò anche una parte della sinistra, mostrando una trasversalità delle teorie del complotto che dura fino a oggi.

Dalle scie chimiche alla pandemia di Covid-19, passando per la cospirazione sull’AIDS o sulla seconda vita di Jesús Gil y Gil, le narrazioni del complotto confermano che, nonostante l’attuale ascesa dell’estrema destra, la cospiranoia funziona come un magnete per chiunque pensi che qualcosa non funzioni. In una recente intervista, il sociologo César Rendueles affermava che l’ascesa della cospiranoia come grande ideologia del nostro tempo “ha a che fare con una certa individualizzazione delle passioni politiche: ‘È prendere l’idea del pensiero critico — che riguardava l’elaborazione collettiva: insieme siamo capaci di pensare a qualcosa che sfida le verità più o meno stabilite — e portarla sul terreno individuale. *Io sono più furbo degli altri, mi sono informato su YouTube e tu, pecora, credi agli esperti del governo*. È intendere le conquiste della conoscenza come qualcosa di individuale, legato al segreto che io stesso ho scoperto'”.

Steven Forti, storico specializzato in estrema destra, conferma l’idea che ci siano sempre state “cospirazioni per tutti i gusti o complotti che possono essere fino a un certo punto trasversali, vale a dire spendibili da persone che difendono visioni del mondo opposte”. Tuttavia, per Forti, l’uso generalizzato della cospiranoia da parte dell’estrema destra risponde a un’idea basilare di comportamento sociale. L’uso massiccio di *fake news* e teorie del complotto risponde all’obiettivo “di accrescere la diffidenza e il risentimento nella popolazione: una società più diffidente è terreno fertile per le idee estremiste o, semplicemente, per quelle di ‘legge e ordine’. Tenendo conto di ciò, tutto porta a credere che il suo utilizzo rimarrà predominante da parte dell’estrema destra”, afferma l’autore di *Democrazie in estinzione* (Siglo XXI, 2024).

La giornalista Nuria Alabao insiste sull’idea che le teorie cospirative “funzionano perché danno un senso ai malesseri diffusi della gente. Possono essere di natura materiale o di altro tipo, e offrono questa risposta emotiva in momenti di crescente incertezza. Ciò permette di costruire una comunità basata sia sul sospetto sia sull’accesso a una verità rivelata a cui non tutti hanno accesso. E naturalmente, in un’epoca di crescente disaffezione politica in cui le persone hanno smesso di credere nelle istituzioni, nei media e nella politica, il complotto offre l’illusione della verità e al contempo spoliticizza. Perché se il problema non è il sistema economico, ma c’è una cospirazione talmente grande da includere tutte le élite del pianeta, in un certo senso tu non puoi fare nulla organizzandoti politicamente. La tua sola azione consisterà nel rivelare quella verità a cui hai accesso insieme al tuo gruppo di pari. In questo senso, le *fake news* o le cospirazioni sostituiscono quelle che un tempo erano le grandi narrazioni di classe o di nazione”.

Forti segnala che il futuro potrebbe rendere la sinistra più incline ad accettare l’ideologia cospirativa in base a tre elementi: “Da un lato, l’aumento dei livelli di sfiducia verso le istituzioni, ma anche verso i media e gli esperti, colpisce anche chi si definisce progressista; ancor più laddove governa l’estrema destra. Dall’altro, la viralizzazione di bufale e fantasie cospirative da parte di Internet, dei social network e ora dell’IA riguarda l’intera popolazione, sebbene vi sia una maggiore predisposizione nell’elettorato conservatore. Infine, le cospiranoie tendono ad aumentare in contesti di crisi o incertezza: e la congiuntura storica in cui viviamo è rappresentata esattamente da questi due concetti”.

Nel 2001, l’anno dell’attentato alle Torri Gemelle — uno degli eventi più rivisitati nella storia del complottismo —, il neuroscienziato Peter Brugger riprese il concetto di “apofenia”, nato qualche decennio prima e inizialmente associato alla psicosi. L’apofenia, secondo Brugger, è intesa come una percezione non motivata di connessioni, una tendenza a individuare schemi regolari anche dove non c’è motivo per tale deduzione. Secondo la psicologia moderna, l’apofenia può contribuire a dare un senso al mondo che ci circonda.

Con un taglio provocatorio, gli economisti Jim Powers e Chris Johns si sono riferiti alla religione come alla teoria del complotto più longeva, indicando la crisi della fede in Dio come un fattore determinante per l’attuale boom della cospiranoia. E in fondo, non vi sembra strano che ci sia un vecchio lassù che controlla tutto ciò che accade nel mondo, fino a un dettaglio in teoria così irrilevante come un calciatore che posiziona bene il corpo al momento giusto?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.